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RIII_Riccardo-terzo_6

di Eleonora Tamburrini

Sono una spettatrice piena di pregiudizi. Ne prendo atto tentando una diagonale impossibile su Piazza della Libertà tra pioggia e macchine, e mi dico che dovrei quanto meno tenere in considerazione l’ingombro di un passato venerabile pensando alla carriera di un figlio d’arte. Eccomi all’ingresso – mi libero dell’ombrello – è che Alessandro Gassman (ma dovrei scrivere Gassmann perché ha recuperato la n del cognome originario e lungi da me impelagarmi in altri simbolismi parentali) ha all’attivo trascorsi artistici quanto meno variegati. La (lunga) filmografia è piuttosto avara di personaggi memorabili (salvo poche celebrate eccezioni) e mi disorienta l’ostentata disinvoltura nei confronti di cinepanettoni e commedie ai limiti dell’evanescenza. Il ricordo di un antico calendario in cui sorgeva bellissimo tra le onde mi confonde ulteriormente mentre consegno il biglietto e arrivano le prime vampe calde dal foyer. Impiego tutte le scale fino al terzo ordine per tentare di venire a patti con il Gassman televisivo, tipo quello in completo nero che fa la Iena o l’altro dell’ultima fiction, mandibola contratta e sguardo impenetrabile fisso sull’orizzonte. Ci provo perché, come reciterebbero le fonti, è anche attore e regista teatrale.
Quindi voi capirete che una spettatrice piena di pregiudizi come me dovrà mettere tra parentesi molta della variopinta miscellanea di cui sopra per sedersi con curiosità e aspettare che si levi il sipario: in scena il Riccardo III di Shakespeare, niente di meno, per giunta contratto in un laconico, ammiccante “R III”.
C’è da aspettarsi naturalmente una rilettura del classico e come al solito il Bardo si offre con disarmante attualità: d’altronde la storia si presenta, più che come il racconto storico della fine della Guerra delle due rose, come il mito eziologico dell’avvento dei Tudor da un lato, e come il ritratto romanzato, archetipico, estremo di Riccardo Duca di Gloucester dall’altro. Essenziale quindi è tornare sulla rappresentazione del potere nei suoi aspetti maniacali e distruttivi, come fonte di fascino ed efferatezze; mi aspetto quindi un’ovvia libertà dal modello che sarebbe, temo, ormai impossibile da riproporre a un ampio pubblico nel suo aspetto originario, se non altro per le oltre quattro ore di durata.
E sia. Alessandro Gassmann appare e mette subito in chiaro la sua declinazione del concetto di mostruosità: Riccardo, figlio del Duca di York, è sì monco e deforme, ma qui più che altro prigioniero di un corpo mastodontico, dolorosamente artritico, e di un violento pallore. Abbigliato come un dittatore sudamericano e truccato alla Frankestein, Riccardo non ha molto di spaventoso neppure quando schiaccia sotto il piede l’osso del collo al primo cadavere della sua tetra collezione; la carica drammatica shakespeariana è fortemente virata al grottesco e rimarrà in questo senso sostanzialmente fedele a se stessa per tutto lo spettacolo.
Gradualmente apprendiamo la complessità dello spazio scenico (di Gianluca Amodio): il palco è percorso da due sottili pannelli che calano dall’alto, lasciano un varco nel mezzo e si rivelano a un tempo schermi per immagini o semplici velature a separare la scena. Tendenzialmente è al loro interno che si consuma la vita a palazzo e fuori che si costruiscono gli esterni e i piani tormentosi di Riccardo. Funziona, benché non sia nulla di particolarmente nuovo e le proiezioni conoscano momenti di grande suggestione (la scena del bosco) e stonature (le neve di “stelle” vagamente screensaver, i “fantasmi” dei personaggi). Tutto negli interni, dalla torre alla sala del trono, è convintamente gotico, tra drappi penduli e neri, archi rampanti e troni. Noto con un certo godimento la bellezza dei costumi, la pesantezza dei broccati e i velluti cangianti, in uno stile che richiama un medioevo immaginato, dunque atemporale (Lady Anna/ Sabrina Knaflitz sembra una Godiva, ma in versione preraffaellita); là dove anche l’opera lirica in città è sempre più incline a una certa contegnosa sobrietà, è stato interessante tornare ad assistere a un evidente miscuglio di divertimento e ricerca sui costumi, a una certa trionfale follia. In questo aspetto, come nella resa scenografica, il riferimento a Tim Burton è evidentissimo e in alcuni casi straniante se si ritorna, spinti da una qualche nostalgia, all’intenzione del testo originario.
Certo a Gassman regista e allo scrittore Vitaliano Trevisan va riconosciuto il grande coraggio di metter mano a un testo tanto imponente, asciugandolo nei tempi senza inficiarne troppo gli sviluppi; avventuroso ma sostanzialmente ben riuscito anche il lavoro sulla lingua, completamente riattualizzata, pur con incursioni splendide nella matrice originaria che così isolata, torna a rifulgere in maniera ancora più impressionante. Su tutto, i monologhi sul tema della coscienza sia di Riccardo che del sicario Tyrrel, tra i più applauditi nella sua corazza di lucido piumino.
Si scopre a tratti un eccesso nella tensione divulgativa, un intento semplificante atto ad avvicinare il pubblico che pare innecessario, data la coerenza già raggiunta dall’assetto generale; alcuni personaggi che fanno ok col dito alzato, Riccardo che non manca di emettere un lungo gemito ogni volta che si siede o si alza, e un certo umorismo imposto allo spirito dell’efferatissimo futuro re, risultano a volte sottolineature inutili a una direzione già chiaramente indicata, e non strappano al contempo più di qualche misurato sorriso. Il buon bilanciamento tra lingua originale e lingua aggiornata, è rotto invece da Hastings (Marco Cavicchioli) che sbotta caricatissimo in una serie di colorite esclamazioni : per il ciclo gli intramontabili, è su “cazzo!” che il pubblico esplode in una risata sbracata e liberatoria, il che si ripete ad ogni occorrenza dello stesso improperio con immutato entusiasmo.
Alla sostanziale compattezza dello spettacolo contribuisce molto un cast di alto livello, ai cui vertici si pone forse l’interpretazione di Paila Pavese (la Duchessa di York) che assiste con strazio e maestà alle azioni turpi del figlio trovando il coraggio per maledirlo: un’interpretazione intensissima e di alta scuola, una qualità delle voce splendida, un bilanciamento perfetto di orrore e tristezza. Altrettanto interessante la performance di Mauro Marino, che interpreta ben tre ruoli (Edoardo, Stanley e Margherita), spiccando in quest’ultimo: avvolta in un voluminoso abito nero, la vecchia regina è quasi un catafalco umano che si aggira assistendo alla morte della genia che l’aveva rovinata e deposta. Un’interpretazione pure questa molto forte, quasi sciamanica, riuscita.
Difficile invece separare i due ruoli di Alessandro Gassmann: se la prova da attore mi sembra di per sé convincente, è, ripeto, sulla gestione registica del personaggio e quindi dell’intera tragedia che vale la pena porsi qualche domanda in più. Intanto, va detto, il pubblico maceratese, oltre che mediamente molto giovane, è assolutamente entusiasta al punto da sbilanciarsi un attimo prima dell’intervallo in un primo appaluso a scena aperta. Sembra quindi che Gassmann sia in grado di trovare una chiave di comunicare al grande pubblico spettacoli particolarmente complessi: era già accaduto con Immanuel Kant di Thomas Bernhard, e in un modo diverso anche con Roman e il suo cucciolo (premio UBU 2010). E in definitiva si può dire che riesca a farlo evitando il rischio maggiore secondo i miei famosi pregiudizi, e cioè applicare al teatro i linguaggi televisivi. La trasversalità dei codici è evidente invece rispetto al cinema ed è apprezzabile anche in questo caso una certa coerenza di lettura che chiama in causa Burton, Brooks, e tutta una tradizione straniante e splatter del pauroso piegato al grottesco; il che può sedurre più o meno, ma si colloca dentro una visione che ha una sua unità. Con qualche eccesso forse, anche in questo caso: le musiche di scena di Pivio e Aldo de Scalzi hanno già un piglio fortemente cinematografico, per cui gli scarti dalla norma paiono a volte disturbanti (Brothers in arms dei Dire Straits è sempre bellissima nella sua epica livida, ma qui suona in qualche modo fuori contesto; ancor più I’ve got a woman di Ray Charles esplode un po’ eccessiva sul palco quando Riccardo seduce Lady Anna). In ultimo, peccato per il finale, con gli attori chiamati ad accogliere gli applausi affiancati dal nome del loro personaggio proiettato sul telo: dei titoli di coda non richiesti che rovinano in parte la chiusura.
Il pubblico promuove comunque lo spettacolo, applaude festante, esplode di fronte ai molti “grazie” che Gassman ruggisce in scena prima che si chiuda il sipario. Io tiro un sospiro di sollievo e scacciando i giganteschi precedenti -Laurence Olivier, Al Pacino, tra quelli cinematografici che ricordo- riconosco il coraggio e l’onestà di questa riproposizione. Naturalmente non ci sarebbe lo stesso bagno di folla, la stessa fiducia entusiasta per questo “R III” senza un certo numero di passaggi televisivi all’attivo del beniamino del giorno, senza quei film leggeri leggeri; di questo dobbiamo essere consapevoli tanto quanto lo è Gassman stesso. Come pure dovremmo constatare quanto poco coraggio e quanto tetro realismo ci sia nella chiusa avvilente delle peggiori biografie: “È poi attore e regista teatrale”.

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