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di Michele Schiavoni

Nel 1966, un libro scritto da un architetto milanese, Aldo Rossi, cambiò completamente il modo di vedere ed analizzare la città. Quest’opera, L’architettura della città, avrà un seguito talmente ampio da dar vita ad un movimento chiamato Tendenza, che dominerà il dibattito internazionale degli anni ’70, rendendo Aldo Rossi per oltre un decennio l’architetto più studiato e discusso al mondo.
Rossi ebbe la capacità di ribaltare le teorie riguardanti lo studio e l’analisi della città, elaborate negli anni ’20 dai maestri del Movimento Moderno. Esse, basilari tra le due guerre e durante la ricostruzione, apparivano oramai ai più giovani come dogmi, di obbligatoria osservanza, in una realtà -siamo alla fine degli anni ’60- in forte mutamento. Le nozioni utilizzate dal maestro milanese, in L’architettura della città, quali “Persistenza”, “Strada”, “Locus”, “Monumento” divennero in tutto il mondo di dominio comune.
Sulle ultime due occorre fare delle riflessioni.
Con la parola “Locus” si intende: “Il singolare eppure universale rapporto che esiste tra una certa situazione locale e le costruzioni che stanno in quel luogo”. Il Locus è lo spirito del luogo. Passeggiando per i centri storici italiani, ad esempio, si percepiscono ancora oggi lo spirito e la natura degli spazi, si prova la sensazione di trovarsi in un ambiente sempre esistito, che è ininterrottamente stato così come oggi noi lo viviamo. Il Locus è la sapienza degli esseri umani con cui sono capaci di leggere ed interpretare il territorio, la volontà di intervenire solo ed unicamente al fine di rispondere ad esigenze primarie, che nulla hanno a che vedere con quelle economiche. Lo spirito del luogo è la virtù degli uomini, tramandata per secoli e secoli attraverso il fare.
Oggi, passeggiando nelle periferie italiane, nei nuovi conglomerati urbani, l’unica caratteristica che si può percepire è il disordine, unito spesso al degrado. Vi è nei nuovi quartieri la totale assenza di omogeneità, altro elemento fondante su cui si basa la riconoscibilità e l’appartenenza ad un luogo. Edifici e strada sono tra loro scollati, con quest’ultima che, estraniandosi completamente dalla vita del quartiere, presenta una valenza esclusivamente funzionale senza essere spazio di incontro, come nella città storica, ma solo ed unicamente di passaggio. La mancanza di riconoscibilità, l’impossibilità di sentirsi parte del luogo, determina un fenomeno di estraniazione.
Marc Augè in un saggio di assoluto interesse, I Nonluoghi, conia il termine che dà il titolo alla sua opera, in riferimento agli autogrill, alle stazioni, agli aeroporti ed ai centri commerciali, ecosistemi in cui gli esseri umani si incontrano casualmente, in maniera fugace, senza nessuna possibilità di creare tra loro rapporti.
Oggi è innegabile che i Nonluoghi hanno preso completamente possesso delle nostre città. I quartieri dormitorio nati a Macerata negli ultimi trent’anni ne sono un esempio lampante: brani di città privi di riconoscibilità e senso di appartenenza, dove gli abitanti si ritrovano solo per dormire. Il progetto di queste aree non ha previsto spazi di relazione ma solo residenze, solo speculazione, solo soldi, e per pochi. Le funzioni primarie sono fuori dal quartiere. Tutti sono costretti a spostarsi verso le nuove mete: i centri commerciali.
Il “Monumento” secondo Rossi è l’elemento, all’interno dello spazio costruito, in grado di generare riconoscimento. I cittadini si identificano nei monumenti, nelle opere di maggior rilievo storico, artistico e simbolico. Essi hanno la capacità di compattare, intorno a loro l’intera cittadinanza. Rossi utilizza questo termine anche per avallare la sua tesi sulla predominanza della forma, in architettura, rispetto alla funzione, affermando che: “pur cambiando nei secoli le proprie funzioni noi continuiamo a vivere ed a riconoscerci nei Monumenti proprio grazie alla loro forma”. Altra caratteristica della nostra società è quella di avere perso la capacità di riconoscersi e quindi di esprimere monumenti. Il Duomo di Modena o di Sant’Ambrogio, il Colosseo, il Palazzo Ducale di Venezia sono opere che generano appartenenza, secondo Aldo Rossi, opere in cui tutti si riconoscono. Oggi essi sono stati sostituiti dai centri commerciali, ossia dai Nonluoghi di Marc Augè.
In termini architettonici questi oggetti, i centri commerciali, vengono studiati sotto il nome di “ibrido” o, ancora meglio, di luoghi dell’eterotopia. L’eterotopia, termine coniato dal filosofo francese Michel Foucault e forgiato sul concetto di utopia (ne è l’esatto contrario), descrive uno spazio che ha la particolare caratteristica di essere collegato a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, da neutralizzare l’insieme dei rapporti umani. E’ interessante la definizione che ne dà Foucault nel saggio Spazi Altri. I luoghi delle eterotropie: “L’eterotopia ha il potere di giustapporre in un solo luogo reale diversi spazi, diversi posizionamenti incompatibili tra loro”. Dal che si deduce che l’eterotopia ha l’effetto inverso del Monumento: uccide il Locus.
E’ oramai palese che oggi occorre ripensare totalmente la città, il modo di vivere e meditare lo spazio antropizzato, nella sua interezza. Va innanzitutto superata la dicotomia, oramai cronica, tra periferia centro storico. Il centro non va svuotato delle sue funzioni principali, scuole, università, accademia, negozi. Non va svenduto al miglior offerente. Allo stesso tempo la periferia va progettata come luogo di vita, di relazioni e rapporti e non come quartiere dormitorio.
Beppe Sabaste, poeta, amante delle periferie romane, afferma che oggi la periferia è semplicemente il luogo dove la gente abita. Ma abitare non è la stessa cosa di vivere. Vivere non è solo possedere o occupare un alloggio, ma anche condividere spazi comuni, luoghi pubblici in contesti dove la qualità architettonica ed urbana non può mai mancare.
Lo sviluppo disordinato degli ultimi decenni evidenzia che la capacità di leggere il nostro territorio è oramai venuta meno. Il fenomeno della città diffusa, allargata e disomogenea è la dimostrazione di una inettitudine nel comprendere la ricchezza dello spazio non costruito, percepito passivamente come un semplice vuoto privo di valore. Lo spazio invece non è mai vuoto, anche dove non sorgono costruzioni e perfino di fronte ad edifici apparentemente di poco valore. Lo spazio è sempre occupato da qualcosa, sia esso fisico o simbolico: dalla storia, dalla memoria, dalle tracce di un passato a volte invisibile all’occhio umano. Sta a noi non ignorarlo, non mortificarlo, non depredarlo della sua storia. Sta a noi ascoltarlo, come i nostri antenati hanno saputo fare per secoli.
Forse il ‘900 ci ha rubato la capacità di decifrare le necessità della nostra terra e di trovare il giusto rapporto con la vita ed il territorio. E’ stato un secolo ricco, ma troppo veloce, in cui tutto si è quadruplicato: popolazioni, costruzioni, velocità di spostamenti. Il ‘900 è il secolo in cui si è persa capacità di creare e riconoscere Monumenti: l’architettura non genera più, come in passato, appartenenza, ma estraneazione, non coinvolge, allontana.
Vanno allora guardate con interesse quelle opere di valore artistico e simbolico, ad esempio, a Macerata, l’ex Gil, il Palazzo Giudiziario, il complesso dell’ex Mattatoio, su cui è ancora incomprensibilmente sospeso un integro giudizio di valore che va invece affermato e diffuso con decisione. Opere intorno alle quali un’intera cittadinanza deve raccogliersi, attraverso un processo di recupero che parta dal basso.
Rossi, avallò la sua tesi sulla predominanza della forma rispetto alla funzione prendendo in prestito il ruolo del Monumento. Non bisogna quindi, oggi, aver paura di intervenire su di essi per cambiarne la funzione, se occorre, rispettandone naturalmente il valore storico artistico. Ridare ad essi la vita, la dignità, attraverso un percorso partecipato dal basso, evidenzierebbe ciò che per decenni le istituzioni non sono state in grado di fare e significherebbe soprattutto renderli eterni, testimonianza futura della nostra società e di quelle che ci hanno preceduto. Solo così potrà inverarsi compiutamente “il singolare eppure universale rapporto che esiste tra una certa situazione locale e le costruzioni che stanno in quel luogo”.

(Una fotografia da Sacro GRA, un film di Gianfranco Rosi, 2013)