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di Camilla Domenella

Si immagini il senso dell’attesa, il vuoto interiore riempito di tensione, di distrazioni, di oggetti. Si immagini un movimento statico oppure eterno, la calma inquietante di una quiete ostentata, non viva, ma neppure morta. Si immagini la desolazione di un paesaggio urbano, o si immaginino macchine non meccaniche, mosse da un’inerzia costante, sempre uguale.
L’atmosfera sarebbe quella onirica, impossibile ma osservabile come attraverso la lente distorta di un occhiale mal messo. La sensazione è quella indescrivibile di uno scorrere del tempo senza che nulla accada, senza azioni, senza attività, come in un Deserto dei Tartari visivo.

Questa è l’arte di Sirio Reali, il pittore marchigiano le cui opere sono in mostra a Palazzo Buonaccorsi fino al 9 febbraio. L’esposizione, inaugurata lo scorso sabato, porta il titolo “Macchine, Finestre, Balconi, Case” e consta di centotredici opere, realizzate dal pittore maceratese tra il 2001 e il 2013. La mostra è curata da Antonello Di Geronimo e da Anna Livigni, studiosa di Estetica e collaboratrice del supplemento culturale “Domenica” de «IlSole24ore». Due personaggi d’eccezione, che con maestria hanno saputo disporre e valorizzare le opere dell’artista.

La formazione da scenografo si rende evidente nella sua pittura. L’occhio di Reali non è interessato a cogliere l’uomo; di questo, guarda invece i prodotti artificiali. I soggetti rappresentati infatti non sono mai umani né umanizzati.
Sirio Reali dipinge macchine, finestre, balconi, case, ma non lo fa col realismo piatto che vuol fare della pittura una mera rappresentazione della realtà, una fotografia “sub ratione picturae” del mondo. Le sue opere s’ispirano sì alla realtà, ma ne estrapolano la sensazione, la rielaborano, e infine ci si presentano suggerendo un’emozione nuova, al confine tra invadenza visiva e desolazione emotiva.

Le centotredici opere – 31 Macchine, 7 Finestre, 23 Balconi, 52 Case – si differenziano per dimensioni, tecnica e supporto. Olio su tela, olio su legno, grafite su carta, impongono al fruitore un’attenta osservazione dell’opera. La grafite su carta ruvida, per esempio, crea come una serie di puntini che, se visti da vicino, restano tali. Solo allontanandosi dall’opera, una Macchina prende forma. Le pennellate delle case e dei balconi invece sono pastose, cariche di colore, utilizzato secondo accostamenti irreali e per questo a tratti ironici. Il pittore marchigiano sembra infatti dipingere tutto secondo la realtà dell’impossibile.

Le Macchine, in particolare, di Sirio Reali non hanno ruote, ma rulli, non hanno parabrezza né fari, né carrozzeria. Sono linee curve chiuse, che acquistano volume grazie all’uso sapiente del colore, ma che soltanto suggeriscono il senso della macchina, intesa più come generico macchinario. In queste macchine, fatte esclusivamente di forma e colore, l’osservatore può vedere qualsiasi cosa. Come si fa con le nuvole che a primavera scorrono veloci e mutano col vento la loro conformazione, e il bambino gareggia coi suoi pari ad indovinarne la forma, così con le opere di Reali si gioca all’immaginazione. Una macchina ha muso di delfino, un’altra il colore di un elmetto militare, un’altra ancora è un carrarmato senza cannone.
I Balconi che Reali dipinge sembrano provocare invece l’impressione contraria. La tela è completamente riempita da questi terrazzi, rettangoli geometricamente posti l’uno sull’altro. Le ombre che li incidono ce li rendono verosimili… ma il vuoto che li abita è pura irrealtà. Non una sagoma, non un fiore, non un segno di vita. Soltanto, in un angolo, in basso, quella che dovrebbe essere una porta, che però è un rettangolo di colore, freddo, inerte, disumano. Queste case, questi condomini, sembrano dipinti sotto il sole del mezzogiorno. I colori sono sempre brillanti, distinti, in certi casi squillanti, ma la sensazione è quella desolata e desolante di un “meriggiare pallido e assorto”.

Dall’intrico di balconi, non si scorge neppure uno squarcio di natura, neppure si vede un angolo di cielo. Vi sono solo muri, su più livelli, immersi in un abbandono indeciso tra l’attesa e la rinuncia.
La pittura di Reali, in questo senso, sembra prendere le mosse da quella di Mario Sironi – siano esempi i suoi paesaggi urbani – , ma a questa vi aggiunge la luce intensa e la spazialità metafisica di De Chirico.
L’arte di Sirio Reali sembra quindi inserirsi nel solco tracciato dal Futurismo italiano d’inizio Novecento, seppur, appunto, con le debite differenze. Se i Futuristi osannavano il movimento e il dinamismo, Reali li rifiuta e anzi li annulla. La sua pittura, che pure rappresenta i soggetti tanto cari al futurismo – macchine, paesaggi urbani -, non cerca la foga, la fretta, il fervore pullulante delle città in vivo sviluppo. Al contrario, di queste coglie la realizzazione ultimata ed inutile. Più che all’arte del maggiore pittore del futurismo Boccioni, Reali sembra guardare ai “progetti” architettonici futuristi di Sant’Elia, nei quali vige lo slancio idealistico del progetto stesso e però il vuoto irreale che lo abita proprio in quanto idealistico.

Quella di Sirio Reali è quindi una pittura carica di contenuti e ben collocata a livello tecnico. Le sue opere si svincolano da un’arte contemporanea sempre più sterile e sempre meno visiva. Se la peculiarità dell’arte è quella di impressionare attraverso l’immagine, le opere di Reali riescono in quest’impresa, travolgendo l’osservatore con la loro potenza visuale e la loro forza emotiva.

(In foto: Paesaggio, di Sirio Reali)

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