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di Valerio Marconi

Nella notte illuminata da una mezza luna di un giallo velato dell’8 gennaio è andato in scena grazie al magistrale e sempre potente, nonostante l’età, trio Andrea Giordana, Giancarlo Zanetti e Simona Celi Il bell’Antonio, presso il teatro Feronia di San Severino. La Celi è anche coautrice con Antonia Brancati, figlia dell’autore del famosissimo romanzo Il bell’Antonio, della sceneggiatura teatrale di cui vanno segnalati il mantenimento del potente realismo della lingua che, seppur parca di forme dialettali, risulta non di meno verosimile e la poeticità. Quest’ultima è esemplificabile col maestoso grido della madre di Antonio: “Mi spezzi le vene del cuore!”. Degni di nota sono anche gli scambi di battute dai tagli comico e satirico e il contenuto ma incisivo tratteggiare il motivo di un Dio geloso e vendicativo sui superbi assieme a un Cristo proclamato inesistente; per di più ciò viene inserito con inattesa naturalezza nello spirito siciliano dei personaggi in una modalità ben lungi da qualsivoglia stereotipizzazione. Il risultato è quello di una “tragedia lacaniana”, ma cosa si intende con questa lettura dell’opera teatrale?
L’Amleto di Shakespeare è una delle più grandi tragedie mai scritte, di certo ne ha tutti i componenti; la tragedia di Antonio, del Bell’Antonio, è di certo segnata da una caduta dai motivi grotteschi: l’impotenza. Un male che lo zio del protagonista descrive come di gran lunga causa di maggiore scandalo nell’Italia affetta da machismo del suo tempo (ma non solo!), siamo del resto nella Catania del ventennio fascista, che in qualsiasi altro paese. Eppure, anche se risalta di meno vista l’ambientazione eroicamente aristocratica anziché borghese, Amleto non è da meno: è anch’egli impotente. Non sessualmente, ma a decidersi sull’ovvio. L’effetto grottesco, seppur maggiormente velato, è pur sempre portante nell’innesco della tragedia shakespeariana. E se in Amleto è celato in vesti moderne l’Edipo freudiano, come Lacan ha modo di notare, in Antonio è celata l’intima natura del registro lacaniano dell’ordine simbolico.
La storia è quella del contrasto tra il potere su uomini (alla luce della relazione con la moglie del ministro Ciano) e donne (dovuto alla bellezza e al fascino quasi irresistibili non meno che da una sessualità quasi “taurina”) totalmente fittizi eppur creduti veri da tutti e il fatto reale dell’impotenza sessuale (nonché anche dall’essere un buono a nulla e perdigiorno) di Antonio. Questo tema portante e il suo scioglimento sono sorprendentemente rappresentati, presagiti e sussunti nella paradossale scena in cui, mentre il padre di Antonio paragonava il letto del figlio a un letto di morte visitato da turbe di “pie” donne in cui però il morto era tutt’altro che tale e anzi focoso come pochi (non mancava un cenno di compiacimento visto che il padre stesso vantava numerosi amanti e figli avuti anche in veneranda età), la madre prepara ad Antonio l’uovo sbattuto come se fosse ancora il fanciullo asessuato che era da piccolo. Antonio metaforicamente sottolinea la sua virilità chiedendo un caffè, ma gli eventi mostreranno come la sua vita sessuale sia più simile a quella inespressa di un bambino. L’intrinseca falsità delle parole del padre e la vuotezza di opinioni comuni e pettegolezzi sono la migliore rappresentazione dei concetti lacaniani di Nome del Padre ed ordine simbolico: essi sono i codici linguistici, sociali e di pensiero di una comunità che si istituiscono arbitrariamente veri e costituiscono la realtà come costrutto convenzionale totalmente alienato da ciò che veramente è. Il gesto della madre sembra un lapsus indicante un’inconscia consapevolezza dello stato reale del figlio e gli effettivi smascheramento e supplizio (Antonio si vedrà tolta la moglie dalla Chiesa e risposta con un ricco nobile, di fronte alla cui casa sarà visto aggirarsi distrutto dalle pene di un amore irrealizzabile e deriso da tutti) non tarderanno a mostrarsi come l’irrompere del reale a riprova della nullità di qualsiasi fittizio costrutto. E’ nell’ordine simbolico che nasce il desidero (la malia di Antonio) e nella sua rottura che si mostra il reale, che per Lacan è proprio ciò che sfugge e destabilizza la fittizia realtà costituita. Antonio confesserà a suo zio l’inconfessabile e nel farlo dirà di aver fatto fesse le invincibili donne proprio prima di finire vittima del suo stesso desiderio e della sua stessa malia, socialmente e psicologicamente distrutto. Prostrato di fronte a una donna algida che lo ha rifiutato e abbandonato con sdegno, questa ironia tragica è segno ed eco potente dell’eredità greca (del resto presente nello spirito siciliano, così bene evocato dal romanzo e dalla sua versione teatrale) nella tragedia di Antonio.
Si è detto di Dio e di Gesù, ebbene entrambi son descritti da Lacan come significanti maestri: gli elementi che reggono l’ordine simbolico e il suo sistema di senso (danno il perché, la giustificazione e l’organizzazione dell’ordine). Essi, come l’ordine stesso, sono puramente arbitrari, creduti veri al di là e indipendentemente da ogni appiglio reale. Zizek, sulla base di Lacan, afferma che Dio non può esser morto perché non è mai nato, non è mai esistito; non a caso, lo zio filosofo di Antonio si rivolge con un misto di rabbia e disperazione a un Cristo che “non può esistere” e gli chiede un tragico “perché?” di ciò. La madre di Antonio nel suo lamento e rammarico per aver chiesto di freddare il sangue del focoso figlio (ella, infatti, crede di averlo reso impotente o frigido colle sue preghiere all’Altissimo) attesta il potere del Dio inesistente e vendicativo in quanto spiegazione e valvola di sfogo fornita dell’ordine simbolico. Esso, dunque, seppur fittizio e retto da pilasti fondati sul nulla non manca di essere efficiente ed irriducibile; il reale dell’impotenza crea uno squarcio ma non può distruggere l’ordine, gli dà resipiro anziché staccargli la spina.
Figure del potere del simbolico sono il padre di Antonio (non a caso il Nome del Padre è per Lacan l’imposizione di sensi da parte del potere) ed Elena, la vicina sempre innamorata e respinta da Antonio. Il padre ossessivamente elogia e ripete quanto sia di famiglia l’essere maschi focosi, fino a dare la morte simbolica a suo figlio: egli afferma che non ha più un figlio, che gli è morto una volta venuto a sapere dell’”impossibile” male da cui questi è affetto. La morte simbolica, a differenza di quella reale, è una morte sociale: il tossico-dipendente, il barbone o il pazzo abbandonato da o senza parenti la cui morte non tocca, né sarebbe notata, da nessuno. Ma al padre di Antonio tocca un destino raro: la sua morte simbolica e quella reale coincidono. Il suo cadavere verrà trovato, dopo un bombardamento, tra le macerie di un bordello: è morto da donnaiolo, letteralmente sepolto dalle donne e dalla loro casa di piacere. Elena, d’altro canto, è la donna stregata da Antonio, ella rinuncia al progetto di ucciderlo dopo il suo matrimonio con Barbara a motivo della sua bellezza: in lei il registro simbolico è sostenuto da quello dell’immaginario, se il mito simbolico la spinge a uccidere l’immagine della bellezza la blocca. Questa è la vittoria del simbolico: ella è veramente la donna caduta ai piedi di Antonio. Non solo, sino alla fine ella crede alla frigidità di Barbara e al di lei desiderio di ricchezze piuttosto che ammettere che il suo toro altro non è che un bue. La morte simbolica colpisce pure Antonio, ma è impossibile che egli abbia un destino simile a quello del padre: come egli stesso ammette, Antonio è già morto (perlomeno nella parte che dovrebbe renderlo vivo, il fallo). Infatti, seppur raramente manifestato, il fallo è il cuore pulsante del desiderio, che scaturisce dall’ordine simbolico (da ciò che è proibito o raro e prezioso nel sistema di senso di una comunità). Antonio ha solo un fallo simbolico, che si è costruito con cura, e perso quello (in quanto folle d’amore prostrato di fronte al nuovo talamo del suo amore impossibile) non gli resta nulla visto che il modo principale del reale è il godimento insimbolizzabile ormai totalmente negato a lui (il sesso) e provato “quasi mai” (come lui stesso ammette allo zio).
In conclusione, della messa in scena è il caso di notare anche quanto segue: la prova dei giovani attori nel ruolo di Antonio (Luchino figlio di Andrea Giordana, che gli era padre anche nella finzione teatrale, ed erede dell’ingombrante lascito di Mastroianni) e Barbara sua fredda e interessata sposa non è stata di certo all’altezza della “vecchia guardia”, tuttavia è pur rimasta dignitosa. Il telo chiaro da un lato e scuro dall’altro, che ruotava al centro della scena dividendola nei diversi spazi di volta in volta e accompagnava le processioni di personaggi in un via vai simbolo del girotondo insensato della vita, pur essendo una trovata azzeccata non ha mancato di provocare problemi tecnici; sicuramente più pulita e ad effetto la scelta di far prevalere costumi bianchi prima del matrimonio di Antonio e Barbara per poi lasciare spazio al nero e agli scuri durante la parte più fosca dello spettacolo.

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