Tag

, , , , , , , , ,

avenue-de-l-opera-rain-effect-1898_jpg!Blog

di Tullio Bugari

Fil rouge, di Alessandro Seri. L’enclave dei sogni. Romanzo storico? D’amore? Di formazione? Quando ne ho sentito parlare, la prima volta, direttamente dall’autore, non mi sono posto queste domande in un modo così diretto. Avevo percepito soprattutto la “dimensione epistolare”, intrecciata a quell’atmosfera da romanzo di formazione, con l’innamoramento, le passioni e la ricerca del senso della vita, e al tempo stesso la mia fantasia era stata occupata, in modo irriducibile, dalla collocazione storica, che coincideva con un periodo da me sempre molto frequentato, già dalle letture adolescenziali di Rimbaud e dei poeti maledetti, e subito dopo, nel mio periodo militante, per il mito della Comune di Parigi. Che possiamo considerare il primo dei grandi scontri di classe moderni – compare qui per la prima volta la bandiera rossa – e anche il primo dei grandi massacri in cui si sono infranti sogni che forse non avevano avuto ancora nemmeno il tempo di diventare consapevoli di se stessi. Dopo La Comune nulla sarà più come prima, e non mi riferisco solo agli equilibri tra gli stati e alla grande politica, ma proprio all’evoluzione e alle forme che prenderà il pensiero rivoluzionario. E’ in questo istante della Storia, dei sogni che s’infrangono, che l’autore sceglie di collocare Yvette, la giovane protagonista di Fil rouge, e il suo corrispondente, Arthur, un’anima più asimmetrica che gemella.

Ma qual era il filo rosso che lega le storie raccontate in queste lettere, alla Storia? Era possibile scovare “l’ombra della Storia” dentro delle lettere che raccontano un amore e un’animo in formazione? Per scovare le ombre, mi sono detto, occorreva prima illuminare la scena centrale, e dunque non restava che leggerlo, il romanzo. E nel farlo, mi sono ritrovato a ripercorrere le mie aspettative in senso inverso. Niente romanzo storico ma romanzo epistolare in senso stretto. Solo le lettere, tutte centrate sull’intimità della relazione dei due protagonisti, e per di più di una sola delle due persone, Yvette, mentre Arthur lo conosciamo solo di riflesso, dalle parole di lei. Un io narrante secondo l’immaginario femminile, ricostruito da un autore uomo: un ulteriore punto d’interesse per la lettura.

Il primo ‘fil rouge’ che ho trovato è quello di un amore che evolve asimmetrico, con tempi e sensibilità diverse: “Non spingetemi a crescere troppo in fretta, non ho abbastanza coraggio. Vorrei che il tempo si fermasse, vorrei non diventassimo mai adulti né anziani. Vorrei che vivessimo per sempre spensierati come sono stata fino ad ora”, scrive Yvette in una delle prime lettere, quando ancora si rivolge usando il Lei. I due amanti non sanno, o forse non possono calibrarsi sullo stesso movimento, come se ci fosse una presenza esterna ignota, mai nominata – mi sembra però d’aver scorto una metafora: “… ho assistito ad un concerto eseguito dal coro della cattedrale su musiche di Bach, ma l’esecuzione non mi ha convinto affatto; troppo tragica nella sua sacralità.”
Forse sta qui l’origine dell’asimmetria.

Un altro ‘fil rouge’ è quello della monotonia quotidiana, di una programmazione del tempo di vita e di lavoro di tipo borghese: salotto e svago alla sera, brevi vacanze in inverno e in estate, anche tanti viaggi ma dettati dall’agenda degli affari, e in questa intelaiatura di stili di vita il ripetersi quotidiano delle abitudini, compresi i corteggiamenti che Yvette subisce da altri spasimanti, più simili alla valutazione di una partita di stoffe da comprare. Una monotonia che stride con i bisogni dell’animo e la curiosità delle scoperte a cui la giovane, poco più che adolescente Yvette, è sensibile. La sua irrequitezza origina da questi contrasti: da un lato la sicurezza protettiva, soporifera e ovattata, respirata nella sua famiglia ma poggiata su un doppiofondo di vuoto, e dall’altro la libertà verso qualcosa di più vero ma ancora ignoto: “ Sento che sto vivendo un mutamento inaspettato, sto diventando grande. Voglio riuscire a educarmi da sola, a conoscermi a fondo. Voglio trovare un equilibrio…. Non è ancora questo il momento, in fondo tutto questo volere mi fa paura, meglio sarebbe restare ancora bambina…..”

In questo ‘fil rouge’ s’innesta la ribellione, che incrina in modo via via irreversibile il rapporto con il mondo familiare, il quale a sua volta vive l’incertezza del momento storico e avverte che la borghesia imperiale sta vivendo il suo ultimo splendore. Non è solo Yvette a cambiare, dunque, per un capriccio giovanile, il cambiamento invece è già tutto nell’aria. Bel tema, molto attuale, lo scontro tra il realismo delle piccole certezze acqusite e che vorrebbero restare tali, comprimendosi dentro vincoli già programmati, e il sogno per qualcosa d’imprevedibile ma che promette una maggiore pienezza.
Scrive Yvette: “Ciò che mi attrae è l’ipotesi di trascorrere qualche anno tra lo studio e una certa libertà che fino ad oggi mi è stata preclusa”, e poi aggiunge: “Impostare la propria vita all’insegna dell’ascesa sociale può essere distruttivo quando arriva a coinvolgere e corrompere anche la parte più intima di noi stessi, i sentimenti, che invece andrebbero coltivati e protetti.”

Ma verso quale cambiamento? Quello dell’intimità e di una pretesa autenticità solo individuale? O quella partecipe alla società nella sua accezione politica? Tra i due estremi, naturalmente, c’è un intero mare. Gli accenni a questo dilemma, nelle lettere che Yvette invia ad Arthur, sono pochi ma precisi: “… un conto è crescere, cambiare se stessi, diventare una persona nuova, altro è stravolgere l’ordine costituito. Faccio così fatica con me stessa che pensare a ciò che tu proponi per un intero popolo mi risulta impossibile.”

Un altro tema è quello del tempo e della caducità. C’è addirittura, ad un certo punto, una dichiarata passione di Yvette per gli orologi: “Forse gli ingranaggi mi appassionano tanto perché ultimamente mi asilla l’idea del tempo: vorrei alterarne il corso tornare indietro, godere il momento e poi spingermi in avanti per affrettare l’arrivo della bella stagione”. E’ un tema su cui lei ritorna più volte, citando anche Orazio.
La caducità del tempo forse è qualcosa di naturale quando un romanzo si colloca nel tempo: non è un romanzo storico ma le lettere sono tutte datate e ci collocano in periodo preciso e già alle nostre spalle, non solo di noi lettori ma anche di Yvette che mentre scrive si misura con le lettere precedenti, che conserva e rilegge, in un tempo che già si accumula. Il tempo c’è proprio perché lo si vede scorrere, come spettattori impotenti. Yvette lo racconta così, in una lettera in cui racconta dei suoi nonni: “Ho trovato… un vecchio ritratto di lui (il nonno) con la nonna: credo risalga ai primi mesi dopo il matrimonio. Mentre lo guardavo mi sono accasciata come svuotata, soraffatta dai ricordi che affioravano e dalla bellezza di quel ritratto che i nonni, sono certa per pudore, avevano relegato in soffitta. Ho pianto”.

Anche “la smania di viaggare”, come Yvette la chiama, credo che sia una diversa dimensione della caducità del tempo, come se ogni viaggio fosse collocato più che in uno spazio geografico in un tempo ben definito, o in una stratificazione di tempi condensati insieme e raccolti in una parentesi con una data precisa: a Verona sulle tracce dei Montecchi e Capuleti, a Roma o a Napoli utilizzando come guida il viaggio in Italia di Goethe. E ciò, nonostante che – o forse proprio perché – i viaggi di Yvette nascono per accompagnare il padre nei suoi affari.

Oltre alle date sulle lettere, ci sono naturalmente qua e là riferimenti storici precisi. Uno di questi è la morte di Baudelaire, con l’accenno al necrologio di Jules Vallés, il 17 settembre 1967. Baudelaire è lo spirito guida che affiora spesso nelle lettere, con citazioni delle poesie, ma Jules Vallés non è solo un poeta a caso, è anche un comunardo con una storia ben precisa, e tragica, dentro le giornate del 1871, sulle barricate della Comune. E’ interessante vedere quattro anni prima questo comunardo sognatore, che ancora ignaro va incontro al suo destino. Sembra quasi una metafora di quanto sta maturando nell’aria, e già se ne possono cogliere i segni. L’irrequitezza di Yvette propabilmente è tutto questo che riflette, e lo fa non dal punto di vista del rammarico o della disillussione ma da quello vitale dei sogni, che vorrebbe non fossero mai infranti: “Vorrei che gli avvenimenti della storia non saranno per noi d’ostacolo, temo sempre di non essere pronta ad affrontare la vita oltre la quotidianità”.

Arthur invece, sappiamo da Yvette, è sempre più impegnato pubblicamente nelle file socialiste. Con Yvette che sembra quasi ribattere: “…in un mondo dove gli innocenti vengono uccisi in nome di mezze verità e delle frammentarie, discordanti visioni dei potenti, ci rimane l’artista che, solo, si erge cavalcando il paradosso, L’artista gestisce l’illusione. Il mondo si prostra al sonno dell’intelligenza. Dimenticando pace, amore e illusione.”

E’ lo sguardo femminile della rivoluzione? Ma quale rivoluzione?: “Si vive in un’apparenza di libertà mentre il tempo ci priva inavvertitamente di noi stessi. Questa continua tensione può forse essere positiva, è una proiezione che mantiene all’erta, pronti a nuove scelte. L’angoscia forma. E’ tra le poche consapevolezze che ho. Così non ci si acquieta e si vive come spinti verso un’ineluttabile crescita, una crescita quasi insostenibile.”

C’è anche un altro fondamentale accenno storico, anche quest vissuto da Yvette e Arthur con uno sguardo asimmetrico. Mentre Arthur è stato a Bruxelles, al congresso del 1869 dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, dove sta tentando di nascere la storia moderna – ed è rammaricato perché non ha potuto conoscere Karl Marx, che non partecipò a quel congresso -, nella pagina successiva Yvette ha un diverso tipo di incontro ravvicinato con le contraddizioni dello sviluppo borghese, quando incontra un clochard (dunque esistono anche i clochard, nell’opulento sviluppo di fine Impero!), che però sta seduto su una panchina e legge un libro di filosofia, mentre alcuni studenti vogliono cacciarlo via: “Ho conosciuto la dignità di chi non ha speranze, ma mantiene intatta la sua sensibilità e non si lascia comprare. Ho capito che un libro può essere l’oggetto più confortante e prezioso per un uomo. Ora che lo so farò in modo di non dimenticare”.

Al congresso di Bruxelles emergono dei nodi che s’infrangeranno con La Comune e saranno definitivamente sciolti dopo il massacro dei trentamila, cambiando però anche il corso del futuro sviluppo del pensiero socialista. Eppure, tutto ciò forse non basta per capire, quasi che lo sguardo di Yvette ci voglia dire che tutto sommato non è soltanto dai grandi ‘eventi’ che si comprende la storia, ci vogliono anche i ‘dettagli’. Non è un sentimento di pietà a colpirla, ma la Dignità, quasi la metafora di un valore che si libera dei limiti angusti ove lo si vorrebbe tenere confinato, in quella società, e invece spazia, fa emergere anche altri visioni della realtà: “Vorrei vivere in un posto lontano, un eremo dove potermi rifugiare. L’enclave dei miei sogni dove non ci sono ipocriti e malvagi, ma solo aria buona.”

In questo progredire verso il proprio destino, la maturità che si fa largo in Yvette non ha il carattere della razionalità politica, è invece una razionalità alimentata dalla passione, con tutti i suoi tormenti e slanci, e ‘dettagli’, che cresce sempre più proprio nei confronti di un Arthur, il quale invece gradualmente sembra allontanarsi da lei. Non si capisce bene il motivo, se per il suo crescente coinvolgimento politico, che culminerà nella sua partecipazione diretta agli ‘eventi’ tragici de La Comune, oppure proprio per l’intreccio, che Arthur non scioglie, tra la sua scelta di partecipare ai grandi ‘eventi’ e le certezze di una vita familiare dalle consuetudini e finzioni più borghesi, a cui non rinuncia. Le stesse da cui Yvette ha fatto il possibile per sganciarsi, ma in modo vero e dunque irreversibile. Scrive Yvette, da vera enfant terrible: “Con la tua fidanzata continui a sostenere il ruolo di giovane assennato? La politica ti impegna sempre? E questa fanciulla corrisponde realmente a ciò che vuoi?” E due righe più sotto: “Forse ho la tendenza a evadere da ogni legame, mi viene da dire che mai sarò la moglie di qualcuno. Pensa quel pover’uomo che dovrà sopportarmi. Spero che il tempo mi acquieti, vrrei poter essere, magari anche solo sembrare, più buona.”

Più avanti sarà ancora più esplicita, scoprendo la vera natura dell’asimmetria: “Ho odiato la tua ultima lettera e mi sono chiesta come ho fatto a innamorarmi di te. Io vivo per quel giovane che scriveva poesie e non m’importa nulla di un presunto ribelle da salotto letterario. Oramai ho la certezza che tu abbia bisogno di avere vicino una donna che viva nella tua ombra, che ti accudisca e accetti i tuoi continui sbalzi di umore.”

Insomma, avanzando nella lettura, sono tornato sulla suggestione iniziale quando ho sentito parlare del romanzo, che la Storia c’è, è centrale e non poteva esistere un epistolario uguale, collocato in un altro periodo, con altre date messe a caso.
E’ una storia – quella con la S maiuscola – raccontata attraverso i suoi riflessi e non per gli eventi che ha prodotto. E’ la storia prima che accada o mentre accade, attraverso i segnali che lancia attorno, e che una sensibilità viva, che sceglie di esporsi, può riuscire a cogliere nei suoi rischi ma anche nelle sue promesse. Quella di Yvette è dunque una storia sull’orlo della Storia, con tutto quello che si può scorgere stando precari su quell’orlo, alla ricerca di un nuovo equilibrio.

Infine, la forma dell’epistolario. Non l’avevo percepito prima ma mi pare che offra il vantaggio di immaginare la situazione in cui nascono i pensieri: vedere i pensieri mentre nascono. Immaginiamo la protagonista seduta allo scrittoio, in camera, con la carta il calamaio e l’inchiostro, mentre scrive e pensa che cosa scrivere. Quelli che scrive sono i suoi pensieri mentre nascono, così anche l’autore tramite questo artificio è facilitato nell’inserire nel testo dei pensieri in modo diretto, e non tramite un’interpretazione o descrizione dall’esterno del suo personaggio. Somiglia un po’ alla scrittura autobiografica.

Se poi aggiungiamo che l’autore immagina che a scrivere sia una donna, paradossalmente, insieme all’esperimento di trasformarsi in una donna per tentare di caprine la sensibilità da dentro, c’è al tempo stesso anche un maggior distacco con se stesso, e quindi, paradossalmente, anche un più ampio margine di libertà.
Ma questa maggiore libertà penso che costi anche un maggiore controllo: quante lettere esattamente ha scritto Yvette, nell’arco di 5 o 6 anni? Perché se ciascuna lettera è un distillato dei suoi pensieri appena nati, occorre anche seguirne l’evoluzione, la logica dello sviluppo perché ogni giorno non è mai uguale a quello precedente ma a quello è legato da un’infinita varietà di fili. C’è, e non può essere altrimenti, un succedersi, una dinamica, dalla prima nascita di un pensiero alla sua prova con la realtà, la sua pienezza matura, i nuovi risvolti che offre e ciò che comporta. La maggiore libertà espone a maggiori imprevisti e quindi necessità di un maggior controllo, ma il controllo non deve ingabbiarli i pensieri altrimenti tutto è stato inutile e può diventare banale.

N.d.r. Oggi, sabato 11 gennaio, “Fil rouge” (Vydia editore, 2013) sarà presentato alla Biblioteca Zavatti di Civitanova alle 17,30, con un’introduzione di Rosetta Martellini. Domani, domenica 12, sempre alle 17,30 si terrà un’altra presentazione alla Pinacoteca Civica di Jesi, nella splendida cornice di Palazzo Pianetti, e sarà proprio Tullio Bugari a dialogare con l’autore.

(Camille Pissarro, Avenue de l’Opera, effetto pioggia, 1898)

Annunci