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di Lucia Cattani

Negli ultimi anni l’approccio di ciascuno di noi con la fotografia, è suo malgrado cambiato. Quella che un tempo era un’arte certosina che richiedeva precisione, cura, meditazione si è corrotta in gran parte con l’avvento del mondo digitale. Visitando siti di condivisione fotografica la sensazione che si avverte è quella di un bombardamento caleidoscopico e abbagliante di immagini in cui non è lo scatto a far la differenza, ma piuttosto il lavoro di postproduzione che è in grado di creare una fotografia del tutto nuova rispetto a quella originaria. Molti fanno uso di una postproduzione smodata che non serve più ad ottimizzare l’immagine e a renderla aderente all’idea dietro lo scatto. È diffusa una ridicola volontà di stupire attraverso colori improbabili, effetti di dubbio gusto, distacco dalla realtà. Ce lo ricordano i nostri stessi smartphone, dotati di innumerevoli filtri per modificare foto, effetti che curiosamente sembrano rimandare ad una fotografia vintage, ad esempio con l’effetto Lomo. Certo esistono fotografi d’arte, che si servono adeguatamente di ogni nuovo strumento che la tecnologia propone, ma sono eccezioni in un universo di colori esagerati, quasi aggressivi e senza dubbio di cattivo gusto. Che sia il risultato di una fotografia troppo facile, troppo alla portata di tutti? Nell’universo dei colori edulcorati, dai sentori radical chic, in mezzo allo smodato uso di fotografie realizzate con un’eccessiva e noiosa apertura del diaframma, in una moltitudine di fanciulle semisvestite che posano per pseudoartisti, negli anni dei pasti fotografati e condivisi, irradiati quasi di una luce divina (null’altro che qualche effetto di Instagram), sembra che si stia cercando un po’ di tranquillità, lontano dalle violenze visive appena descritte, attraverso un ritorno alla pellicola.

La differenza non salta sempre immediatamente agli occhi (naturalmente facciamo ottime foto anche con una reflex digitale), ma c’è: qualcosa di inafferrabile, di incomprensibile nell’immagine stessa, oltre la ricerca di soddisfazione nell’atto stesso di scattare. Sembra esserci un rapporto diretto con lo strumento. Ogni foto ha una sua dignità, non esiste la cernita delle digitali: così ogni foto, anche quelle venute male, vengono scrutate dal fotografo, lasciano una traccia tangibile. Non c’è modo durante lo scatto di immaginare il risultato: avviene tutto al ritiro delle foto, o quando sono pronte per coloro che restano fedeli alla camera oscura (ricordo i divieti di mio padre, quand’ero bambina, di intrufolarmi in soffitta mentre le fotografie erano appese ai fili della biancheria). Si ritorna all’emozione di creare, fare attenzione, sentirsi responsabile per ogni singolo scatto per poi crogiolarsi nell’attesa, nel mistero.

Questa premessa era necessaria per descrivere il pregio di una mostra che si sta svolgendo in questi giorni, fino al 12 gennaio, alla Galleria degli Antichi Forni di Macerata, intitolata appunto Alla vecchia maniera. Si tratta di opere di una collettiva d’arte fotografica a cura di Corrado Luberti, insieme ad Anna Cantoni, Maria Teresa Ricciuti, Bruno Compagnucci, Enrico D’Amico e il già noto Giacomo Ilari, che lo scorso giugno aveva proposto nello stesso luogo una sua personale e indimenticabile mostra di fotografie in bianco e nero.  

I sei artisti ci offrono le loro opere, realizzate senza la freddezza e l’automatismo di un apparecchio digitale. I colori, le linee sono puri, ed ogni diverso stile è esaltato, sembra portare con sé quella nostalgia e quella quiete che si avverte passeggiando nei solitari vicoli dei nostri paesini dimenticati, dove qualche vecchina è rimasta a intrecciare i fili di una tela o dove qualche contadino dalle mani segnate da una vita passata a lavorare la terra a fine giornata ride davanti ad un bicchiere di vino nell’osteria, con gli amici di una vita. Questi fantasmi invisibili sono tuttavia impossibili da schivare di fronte alla nostra campagna, al nostro mondo invecchiato. Le foto mostrano vicoli vuoti, anche se pieni di fiori e illuminati di una dolce luce. A differenza della fotografia in bianco e nero di Ilari, in questa occasione nelle sue opere i colori rifulgono e si intrecciano, mai scomposti, sempre eleganti e accoglienti. L’introspezione del bianco e nero diventa fulgida e vitale, stupisce chi era abituato alla scala dei grigi e delle ombre. Per lui, da sempre, l’approccio con lo strumento è diretto: la macchina a soffietto, compagna di tanti anni, è quasi una parte dell’artista. Nonostante il colore vige il silenzio, come nelle opere degli altri artisti. La campagna non è turbata nemmeno dall’artificio digitale. Non tutte le foto sembrano all’altezza delle opere di Ilari e Luberti, in quanto a tecnica e stile, ma ognuna sembra brillare di luce propria, di vita passata e colori familiari. Commuovono i campi, commuovono le stradine, i fiori e le finestre chiuse. La terra, la nostra terra effonde il suo odore sibillino, magari dimenticato a causa delle troppe abbaglianti luci, dei troppo soffocanti rumori del progresso. Queste fotografie d’arte ci ricordano un mondo di quiete, un ritorno alla purezza priva di orpelli, ci fanno dimenticare le sciocche mode delle bambine in posa davanti al cellulare, ai colori forzati e impossibili che non fanno altro che ingigantire la menzogna dei nostri anni, nuove maschere per volti senza forma alcuna che si spaventano di loro stessi. La campagna libera, antica, dei valori antichi, delle leggende folkloriche è ancora in attesa del ramingo che ricerchi le sue origini. Le nostre colline abbracciate dai monti sfiorate dai miti, dai cieli notturni delle streghe, dagli animali ormai sfuggenti. La nostra identità a volte si può riscoprire in una fotografia pura, grazie ad una camera oscura che, nelle mani di qualche persona sensibile, diventa poesia.

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