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collage sofa

di Camilla Domenella

Se dico “collage” penso a due cose. La prima: l’asilo. Una miriade di bambini con minuscoli roastbeef al posto delle dita, che tentano di attaccare ritagli di giornali su fogli volanti finendo per attaccare soltanto le loro minuscole dita l’una all’altra. La seconda: le zitelle inglesi. Nel mio immaginario, inevitabilmente carico di clichè, le zitelle inglesi bevono thè, ridono con acuti a forma di “uh”, vestono di rosa, indossano occhiali a punta. Il loro maggior divertissement? Il collage, al massimo declinato nella forma del decoupage. Dal migliore stile delle zitelle francesi.
Ora, è chiaro che i bambini escludano le zitelle, e le zitelle escludano i bambini, per ovvie ragioni di procreazione. Poniamo quindi che una madre di un bambino dell’asilo inviti, da oggi al 19 Gennaio, la sua amica zitella per un thè al Pathos. Ecco, qui i miei cliché si vedrebbero smentiti.
Il collage non è (soltanto) uno strumento pedagogico nè un mero passatempo ricreativo. Il collage è arte. E lo dimostrano le opere di Mauro Spinelli, esposte al bar/libreria Pathos, dal 15 Dicembre al 19 Gennaio.
Mauro Spinelli è un artista “nostrano”, che vive e lavora a Monte San Giusto. Principalmente pittore, è anche però un originale collagista, come dimostrano le opere in esposizione.
I suoi soggetti attraversano l’attualità. Si spazia dai campioni dello sport, come Kobe Bryant, cestista NBA dei Lakers, e Roger Federer, il tennista di fama e bravura mondiale. Si passa poi alle icone della moda e dell’eleganza, come Audry Hepburn, e dell’arte, come il David del Bernini. Tra questi volti, riconoscibili per la loro notorietà, vi sono quelli “anonimi” di donne diverse, ma simili per eleganza. Uno dei quadri, dal titolo “Asia”, rappresenta una donna giapponese, forse una geisha, con gli occhi a mandorla, ricca ed elegante, col suo fiore giallo tra i capelli. Un’altra donna espone il suo corpo sinuoso coperto da un vestito nero anni ’30, sotto ad un elegantissimo cappello nero. Un maggiolino giallo sembra aspettarla, due quadri più in là. Un’altra donna, la più seducente, di rosso vestita, siede scomposta su un sofà, rilassata e intanto imperiosa nel sostenere una sigaretta tra le dita.

I ritagli di giornale rendono i volti scolpiti, nelle linee e nelle ombre. I colori utilizzati sono principalmente il bianco e il nero, a seguire il rosso, il giallo e qualche sfumature di blu. Le tinte così costruite e definite, non si appiattiscono però come nella Pop Art o nella vignetta. Vengono infatti smussate dalle linee dei corpi, che restano morbide, sinuose, quasi languide.
Le scritte che inevitabilmente compongono i ritagli di riviste e giornali, non infastidiscono l’occhio, anzi, lo rendono più attento. Nell’atto imprescindibile del leggere, si confonde l’atto, altrettanto imprescindibile, dell’osservare, che però è appannaggio esclusivo dell’arte.
Non è un caso se il collage fu, nel Novecento, una delle tecniche preferite delle avanguardie artistiche. Bauhaus, Dadaismo, Cubismo, e in seguito Pop Art, videro, con sguardi differenti, le potenzialità di questa apparente accozzaglia di ritagli.
Nacque il “polimaterismo”, l'”assemblage”, il “combines”. Tutti nomi che stanno ad indicare la provocazione del fare arte con strumenti non tipici dell’arte. Al pennello, si sostituiscono le forbici; alla tavolozza, si sostituisce la colla. L’osservatore, per godere dell’opera, non deve più avvicinarsi a questa, per coglierne i particolari – una pennellata ampia, una tonalità del colore, un’ombra meno decisa -, al contrario deve allontanarsi dall’opera per vederla intera, integra, completa. E’ come se l’opera parlasse e ammonisse: “allontanati, ché dai tuoi rifiuti, sono nata io”.
Il collage non ha avuto, forse per questo, grande seguito. In ambito strettamente artistico, è ancora considerato provocazione. Dal punto di vista del pubblico, invece, viene considerato un surrogato dell’arte, uno svicolare tipico di chi non sa disegnare, dipingere, creare dalle e con le sue proprie mani.

Nel mentre, non resta che aspettare il giudizio compunto della zitella inglese.

(In foto: “Sofà”, di Mauro Spinelli)