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Foto 013

di Alessandro Seri

Il numero da cui iniziare a scrivere stavolta non è zero bensì uno, l’uno, il primo. Il primo di gennaio che è il primo mese dell’anno e che un anno fa nasceva questa rivista. Nell’uno di un anno c’è un altro numero ben più corposo, che rende la sostanza di un lavoro assiduo, la voglia di rendere servizio ai luoghi dove L’Adamo è nato, la consapevolezza e il coraggio di essere stati i primi nonostante le banali e facilitate copie che sono nate nel corso dell’anno. Anche di quelle che hanno visto la luce nel corso dell’ultimo, la differenza tra primo ed ultimo in questo caso salta agli occhi, mese.

Scrivo con gioia queste righe per festeggiare i trecentosessantacinque pezzi de L’Adamo, trecentosessantacinque articoli usciti, trecentosessantacinque giorni durante i quali al mattino chiunque ha potuto trovare un approfondimento culturale sul suo computer e ha potuto farlo gratuitamente. A realizzare il miracolo è stato un gruppo di belle persone con le quali anche il sottoscritto ha condiviso appassionate discussioni, serate a decidere cosa, come e quando pubblicare, slanci di entusiasmo e giorni neri nel cercare di farsi domande su come migliorare e migliorarci.

L’Adamo è stato letto in un anno da sessantaduemila persone, la stragrande maggioranza lo hanno fatto collegandosi dall’Italia ma più di mille lo hanno letto dagli Stati Uniti e il resto dei lettori sono arrivati da Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Svizzera, Argentina, Belgio, Olanda oltre che da altri ottantacinque paesi sparsi per il mondo. Niente male per un giornale, scritto in lingua italiana che parla di cultura e in particolar modo della cultura che viene prodotta, fruita, vissuta e consumata in una provincia piccola piccola come quella di Macerata. Scorrendo la lista degli articoli mi accorgo che essi corrispondono a tanta vita vissuta e fanno capire più di qualsiasi convegno o teoria l’idea della cultura come volano di un territorio.

Ad iniziare questa esperienza siamo stati davvero in pochi ma oggi la redazione ed i collaboratori hanno una particolarità e cioè sono in larghissima maggioranza donne; credo sia questa una tra le nostre grandi risorse. Il bello è che ci si è interrogati tanto prima di far uscire il giornale e uno tra i motivi di discussione è stato per molto tempo il nome “L’Adamo”. Ci si è chiesti se fosse adatto e se eventualmente fosse un po’ troppo simbolico; l’attuale redazione, l’attuale gruppo di lavoro, è la dimostrazione lampante che il nome ha un suo valore e ci si può affezionare ma i contenuti sono sempre più importanti di qualsivoglia simbolo.

Direi che oggi L’Adamo, seppur ancora rivista bambina, ha iniziato ad assumere un suo carattere decisamente riconoscibile; è una rivista onesta dove tutto è alla luce del sole. I sotterfugi, gli intrighi, le tattiche, le menzogne e l’ipocrisia proprio non fanno parte del suo modo di essere. Non c’è articolo che non sia stato ragionato e pesato cercando di mantenere un equilibrio tra parere del singolo e oggettività. L’Adamo non è una rivista banale, è una porta sul futuro della cultura, pur amando le lingue antiche, le usa solo quando è necessario, mai ne farebbe simbolo, titolo o testata. Ammettiamolo pure il futuro è donna, il futuro è giovane, il futuro indossa scarpe comode, una borsa bianca piena di esperienze e un vestito rosso. Il futuro scende in piazza a difendere gli alberi, e nemmeno la stupidità delle repressioni può impedirle di guardare avanti.

Non è un caso nemmeno che l’articolo più letto in questo anno sulla nostra rivista tratta della questione femminile e di come essa viene raccontata dai media. Il nostro punto di vista è illustrato in maniera garbata ma ferma. Non è un caso che esso sia stato scritto da una giovane donna e non è un caso che ad accompagnarlo sia stata scelta l’immagine di un quadro straordinario di un’altra donna. Non credo che gli uomini che hanno accompagnato il primo anno de L’Adamo si sentano minimamente in soggezione da questo fatto, se lo facessero sarebbero idioti tanto quanto quelli che si appellano alla violenza in ogni sua forma. Per fortuna anche gli uomini che hanno lavorato e scritto hanno una visione futura dell’essere, hanno come le nostre compagne di viaggio, come le nostre compagne di vita, come le nostre amiche e colleghe una visione differente sul mondo, una idea di frontiera, una base di tenerezza con la quale assistere e proteggere, e mai azzannare, le donne che hanno il coraggio di difendere le loro opinioni.

(foto di Osman Orsal tratta da Internazionale.it)

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