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di Ilaria Piampiani

Le stradine del raccolto centro di Civitanova Alta appaiono semideserte in un giorno di festa come quello di Santo Stefano. Il freddo è pungente come suole essere in un inverno che si rispetti, la notte è profonda in un pomeriggio silenzioso e rinvigorito dal romantico suono delle campane. Raggiungo la piazza e rimango immobile, sorpresa e inaspettatamente contenta di venir accolta dal soffuso color zafferano delle luci accese che fanno da sfondo a un possente albero centrale e un presepe che si fa discretamente spazio all’angolo della chiesa, albergo ospitale per quei tanti gatti che girovagano infreddoliti e fugaci, nascosti tra il bue e l’asinello.

Con la serenità che solo l’emozione improvvisa di percepire il Natale può dare, mi dirigo verso l’Auditorium di Sant’Agostino e, appena aperta la porta, trovo una folla numerosa e attenta, immersa e protesa all’ascolto di un inedito “pifferaio magico”, un giovane dallo sguardo semplice e foriero di una glaciale dolcezza tipica di un paese prettamente nordico, un musicista dal talento consolidato e condiviso. Il suo nome è Alf Wilhelm Lundberg, musicista e compositore norvegese, eccellente soprattutto nel pianoforte e nella chitarra a otto corde. “Christmas improvisation” è il regalo che Alf vuole fare al pubblico presente, un concerto intimo e raffinato, da ascoltare ad occhi chiusi, lasciandosi andare liberamente alla malinconia, alla gioia e alla privata tristezza. Per quanto mi riguarda decido di non prendere posto ma di passeggiare lentamente tra le imponenti e preziose pale d’altare dell’artista pesarese Pietro Tedeschi, in mostra all’Auditorium dal 21 Dicembre fino al prossimo 15 Febbraio. I caldi colori dei dipinti benissimo si intrecciano con le armonie del musicista, la colta pennellata sofisticata e neoclassica, che ben ricorda i Nazareni, si sposa perfettamente con le sfumature molteplici del febbrile danzare della mano maestra sulle corde.
Da “Le elemosine di San Tommaso da Villanova” alla “Visione e morte di Andrea da Avellino”, fino a giungere alla tragica e composta raffigurazione di un’intima “Crocifissione”, possiamo notare un comune denominatore: l’uso sapiente e magistrale del colore e la pacata espressività nei gesti e nei volti dei personaggi ritratti. Colpisce soprattutto “San Nicola da Tolentino e le anime purganti”, pala in cui il santo viene colto in una timorosa quanto speranzosa richiesta di pietà al Cielo per quei condannati, disperati e dilaniati dal cocente e vermiglio rossore delle fiamme che avide l’inghiottiscono. Sullo sfondo possiamo ammirare uno scorcio, familiare e decisamente più rassicurante, sulla campagna marchigiana, con il suo verde che accompagna il dolce rilievo collinare destinato a perdersi nell’azzurro di un mare quieto. L’Auditorium si trasforma, così per una sera, in un museo volto alla memoria di un grande artista marchigiano forse troppo poco considerato o elogiato dai propri conterranei poichè, come solito, a volte prediligiamo ciò che ci è lontano mentre ignoriamo, più o meno consapevolmente, i nostri stessi frutti.

Le note jazz della chitarra a otto corde sfumano nell’affascinante interpretazione di alcuni brani di Johann Sebastian Bach, la gente continua ad entrare e rimane in piedi, ritagliandosi quel frammento di sacra intimità e ascolto. Lo sguardo si sposta coerentemente dai dipinti alla figura timida del suonatore norvegese, solo dinanzi l’abside, seduto su di uno sgabello e avvolto intorno allo strumento. Gli applausi sono generosi e sinceri, quasi impregnati di una sorta di riconoscenza per quelle emozioni nuove e regalate in un giorno di festa in cui si è rinunciato a una tombolata in più per imbattersi in atmosfere tutte da scoprire.

La notte si fa più densa e l’aria più fendente. L’Auditorium piano piano si svuota e rimane solo l’eco di quel bisbigliare soddisfatto della platea. Il musicista lascia il suo sgabello e le luci si spengono sulle pale d’altare, lasciando riposare i colori e i gesti immortalati dall’artista pesarese. Ritorno con piacere alla piazzetta addobbata; il vento soffia tra le luci e i rami dell’alto abete, i passanti fanno ritorno alle proprie case e anche questo giorno di Santo Stefano volge al termine, portando via con sé il malinconico natale raccontato in note da un “pifferaio norvegese” sullo sfondo di un’arte che reclama attenzione.

E mentre già si pensa a un nuovo anno che viene e alle sue temibili incognite, mi ritrovo a fissare con un sorriso un gatto accovacciato gelosamente accanto al bambin Gesù nel presepe dinanzi la Chiesa, un calore senza pretese, un’immagine che sprigiona una celata poesia natalizia.

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