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di Lucia Cattani

Qualcosa di nuovo e intrigante si nasconde nei locali della Legatoria Librare. Cinque giovani artisti che sembrano avere molto in comune, seppur per farlo emergere si servono di mezzi diversi e fantasiosi, decisamente non convenzionali. Sinonimi Di Buio è il nome scelto dagli stessi autori per l’esposizione; un titolo decisamente significativo che mette chiaramente in mostra il fil rouge da seguire per immergersi con il giusto spirito quella che sembra presentarsi come un’ esperienza estraniante. C’è senza dubbio la volontà di far colloquiare reciprocamente le opere esposte ed i locali dell’enigmatica legatoria, nascosta in un minuscolo e scuro vicolo del centro storico di Ancona, a pochi passi dall’antica chiesa di S. Pietro crollata a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. In antitesi allo sfarzo vistoso ed abbagliante del periodo prenatalizio del resto della città, Sinonimi di Buio ci trasfigura in una dimensione di non rumore, di introspezione, di tête-à-tête con strane visioni e inquietudini a prima vista poco comprensibili. Deve abituarsi lo sguardo a recepire ciò che brilla nell’oscurità, dopo la troppa luce esterna, devono ricordarsi le orecchie la sensazione che deriva dal silenzio, quasi una sorta di esercizio catartico che permette di vedere il dettaglio, la sfumatura, la leggerezza, l’ironia taciuta, il segreto dell’oscurità che non è negativa, ma momento di rinascita. Sembra la metafora del gatto baudelairiano che riesce a vedere la realtà, ciò che l’ombra (o in questo caso l’abbagliante luce) cela.

Lorenzo Bartolucci realizza un’ironica ed efficace unione tra malattia e gioco attraverso sagome a grandezza naturale di ospedalizzati con tanto di flebo utilizzate al posto di quelle facili da trovare nei parchi di divertimento in cui il curioso può mettere la faccia e farsi la foto. Il risultato è inquietante ed al tempo stesso ironico, finché riesce a far sorridere e pensare alla malattia stessa come qualcosa di naturale, un “gioco” nel quale qualcuno può incappare. L’impressione che emerge è quella di accettare le varie sfaccettature della vita, anche quelle apparentemente meno felici, perché è sempre tale. Le mille espressioni che il malato può assumere dipendono da egli stesso: nelle foto potrebbero apparire malati sconsolati, imperturbabili, assurdamente felici; al di là della nostra situazione fisica, l’ultima parola resta sempre a noi. Arrendersi o meno è la scelta che, sani e malati che siamo, tutti ci troviamo davanti. Bartolucci sembra voler affrontare anche nelle altre sue opere l’aspetto del corpo: per strani, enigmatici disegni utilizza i suoi stessi capelli, da lui personalmente cuciti sulla carta. La malattia, le strane figure, l’immaginario magico di incantesimi e maledizioni sotteso dall’uso dei capelli sembra perfettamente inscriversi in Sinonimi di Buio: la realtà spaventevole della malattia resa meno agghiacciante, il sortilegio, il richiamo alla morte espresso dai capelli strappati che compongono invece immagini fantasiose si ridimensiona.

Animali antropomorfizzati, demoni inediti, uomini dall’aura surreale sono i protagonisti delle sculture di ceramica Raku di Caterina Silenzi. La forza della creazione, lo spirito vitale di sopravvivenza, il richiamo ad archetipi millenari rendono le sculture, a metà tra umano e inumano, natura e spirituale. Le opere della Silenzi sembrano in metamorfosi, quasi animali kafkiani che non sanno che farsene di quelle zanne incredibili che emergono da bocche di fanciulle (della stessa autrice che realizza un autoritratto affascinante) e musi di maiale. Quello che non cambia è lo sguardo pieno di forza e dignità, un’energia superomistica che colpisce e sconvolge. Le parti ossee sono vere, perché vera è la materia su cui si lavora, vero il significato di cui si parla. Anche nell’oscurità il vitalismo non può tacere, i mostri non dormono e gli archetipi possono essere colti dall’attento scrutatore.

Luca Poncetta ci propone lavori astratti realizzati con la china, senza dubbio di grande raffinatezza. C’è una fascinazione particolare in quelle sue linee enigmatiche e morbide, indecifrabili e allo stesso tempo così suggestive. Riesce a rendere qualcosa di così semplice e allo stesso tempo sacrale grazie al sapiente uso della china. Lievi scheletri sembrano formarsi e fiorire nella carta, seminascosti in una cassapanca illuminata, nell’esposizione, come a voler celare un segreto, l’ignoto presente sotto la pelle, l’interrogativo di come potrebbero essere state le carni di quelle ossa ritratte.

La grande opera che invece ci presenta Nicola Alessandrini sembra richiamare le bestie di Caterina Silenzi: due teste fanno parte dell’affresco; una piccolissima di neonato ed una gigantesca di maiale, privata della pelle. Entrambe le figure sanguinano e piangono, livide in volto: sofferenza e desolazione le accomuna. Il neonato e l’animale da macello, entrambi privi di voce, privi di qualcuno che si curi della disperazione in cui si trovano, vengono raffigurati dignitosi, nel loro dolore, in quella che è la durezza della natura, della vita stessa. È l’opera a parlare per loro, è Nicola Alessandrini che inserisce in questo spazio sospeso la rivelazione della loro realtà. I colori sono disturbanti e violenti, vi si possono immaginare quelli di Annibale Carracci, ma con l’anima di un Bacon; anche lo spazio che occupa è immenso, un’intera parete: la fascinazione è senza dubbio notevole.

Hérnan Chavar invece ci presenta varie tipologie di opere, come sempre affascinanti ed enigmatiche: troviamo le sue chiese dell’Europa dell’Est tinte di sangue scuro, impegnate in una fluttuazione inspiegabile e suggestiva: architetture del nulla, come fuoriuscite da una pagina de Le città invisibili di Calvino o di un romanzo di Grillet. I rigoli che gocciolano scivolano dalle ferite aperte della storia, da un folklore che si vede soffocato e costretto in una globalizzazione non sua. Sono i tetti disabitati in cui aleggiano fantasmi e spiriti di Tarkovskij, dove c’è il legno con la sua verità antica. Allo stesso modo troviamo qualcosa che lega maggiormente Chavar ai suoi colleghi: frammenti di ossa, scheletri dimenticati, anch’essi fluttuanti da cui fioriscono ibiscus dalle tinte sgargianti, che rendono le stesse ossa rilucenti di vita, ossimoro di immortalità, continuità, speranza. Un osso iliaco può trasfigurare anch’esso in una sorta di monumento architettonico, dove la morte sembra trascurata, in virtù di una colonia di funghi che crescono verso l’alto, incastonandosi in quello che una volta era stato un essere vivente. E ancora maschere, misteriosi cortei di fantasmi variopinti, cervi dall’occhio profondo e limpido, che fanno pensare ad una canzone di Branduardi.

Oggi è probabilmente l’ultima occasione di lasciarsi rapire da qualcosa di così affascinante e curioso: la mostra ufficialmente avrà termine la vigilia di natale, anche se la Legatoria è sempre aperta a nuove suggestioni, annunciandosi più che disponibile anche nei prossimi giorni per gli eventuali visitatori, per coloro che cercano quel non so ché di misterioso anche sotto le sfavillanti illuminazioni di fine anno.

(foto di Lucia Cattani)