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invisibile

di Camilla Domenella

“L’art pour l’art”. Lo sosteneva il critico e drammaturgo francese Théopile Gautier, nel diciannovesimo secolo. Di pochi anni prima, era invece la teoria humeana che voleva un’opera d’arte conforme a uno scopo. Finalità o autoreferenzialità, erano le grandi questioni. Sul ruolo dell’Arte, non si finirebbe mai di discutere. Ma ciò su cui critici e filosofi sono stati, da sempre, d’accordo è che l’arte deve avere chi la osserva, e uno spazio concreto nel quale essere osservata.
“Take place!” allora, è il nuovo motto dell’arte, espressione inglese che significa “avvenire, avere luogo”, ma anche, e soprattutto, “prendi posto”.
E’ a questo imperativo che l’artista Cecilia Ferraro e la curatrice Veronica Vitali hanno pensato per organizzare la serie di installazioni, performance, e video che lo scorso giovedì hanno “occupato” gli spazi commerciali in disuso del centro storico di Macerata.
Il fine, humeano, era riprendersi quei luoghi abbandonati, riviverli, ripensarli; il mezzo, era quello artistico: l’arte per l’arte.
Così, l’ex negozio Camomilla in corso Matteotti, è diventato, per quella notte, il teatro delle ombre, lo spazio ottico dei suoni, con l’installazione visiva H-Ombre, di Filippo Sbrancia, Valentina Vallorani, Federico Borroni, Mattia Chelli, Martina Graziosi. Come nel buio accogliente di un teatro, dietro un telo bianco, le sagome di corpi umani, di pesci, di piante, di omìni microscopici e dispettosi, intrecciavano trame mute che lasciavano libero gioco all’immaginazione dello spettatore. Questi, rapito inoltre da una musica minimale e insistente, assisteva coinvolto e attento, a tratti incredulo al pensiero, che in quello stesso luogo, dove in quel momento giocavano le ombre, aveva forse comprato, mesi prima, un maglione o un cappello.
Così, poco più giù, in via Tommaso Lauri… La performance di Beniamino Strani e il ritratto sonoro di Nicola Verità hanno invaso il locale dell’ex Casa del parrucchiere, per farne lo spazio di un’arte quasi trascendentale. Suoni acuti, ripetitivi, infiniti, erano la conversione sonora delle linee di un volto, che creavano un meta-spazio, un concetto vivido, un ibrido tanto soltanto pensabile quanto concreto.
Così, infine, lo spazio dell’ex Croce Rossa in piazza Vittorio Veneto è stato occupato dalle installazioni di Edoardo Catalini, di Matteo Balducci, di Cecilia Ferraro, dai video di Laura Della Valle, di Giada D’Addazio, dal live painting di Nicola Alessandrini e Lisa Gelli.
Una piuma sferzata dal vento restava attaccata ad un tronco, o ad un pezzo di cemento, mentre un treno passava col suo correre cadenzato, in uno dei video installati. In un’altra stanza, prendevano forma due dobermann con gambe umane, sotto i pennelli abili degli artisti. Infine ci si perdeva a decifrare su fogli trasparenti gli imperativi che compongono una vita: “pensa, crea, osa, realizza, ama”.

Ognuna di queste opere, di queste installazioni, di queste performance, è stata pensata sul e per il luogo che le ospitava, piegando le esigenze creative a quelle spaziali, in un risultato che può, a ragione, essere definito Arte.
“Take place!” è stata la dimostrazione di cosa un gruppo di giovani può fare. Peccato che sia al contempo il sintomo di quanto poco li si lasci fare.
Numerosissimi sono, purtroppo, i locali commerciali in disuso nel centro storico. Gli alti costi degli affitti e parallelamente la costruzione (poco chiara) di diversi centri commerciali fuori città, hanno fatto del centro storico una galassia di grotte buie con vetrine spente. Eppure, agli artisti di “Take Place!”, sono stati concessi soltanto tre locali, e non senza resistenze. La vera resistenza è stata la loro: attraverso l’Arte hanno dimostrato che, non solo vi è il contenuto di una cultura altrimenti vuota, ma vi è anche un terreno fertile sulla quale coltivarla. Ciò che manca, probabilmente, è la fiducia. Scarsi, scarsissimi sono gli eventi culturali para-istituzionali. Ciò che non viene promosso da un’associazioni rinomata o da un festival già noto, sembra non interessare i maceratesi. Non è chiaro, forse, che i veri cambiamenti nascono sempre da quel fermento sotterraneo in cui pullulano giovani-menti-creative.
Gli stessi artisti che hanno partecipato a “Take place!” sono anche i fondatori del gruppo TOTEM, che unisce principalmente studenti dell’Accademia, ma non solo. Sempre più spiccata sembra l’esigenza di veicolare il linguaggio artistico attraverso mezzi e occasioni non istituzionalizzati, lontani dai soliti (corto)circuiti accademici. L’Arte, come anche il sapere in generale, non può essere costretta entro limiti ufficiali – ufficiali, poi, di che? -. L’arte e il sapere hanno bisogno di esperienza, di passione, di convinzione, e queste non son cose che si possono definire, che si possono cominciare o fermare a piacimento, che si possono costringere, o di cui si possano decidere data e ora.
E’ palese, per chi riesce a vederlo, il fine ultimo di queste iniziative: prendere la città, riempirla d’Arte, di cultura, di mondi da creare, da scoprire, da pensare.
L’Arte è per l’Arte, ma soprattutto, è per tutti.

(Nella foto di Daniele Antonini: “L’Invisibile”, installazione performativa di Cecilia Ferraro)

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