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di Eleonora Tamburrini

La vecchiaia ha molte forme, qualche volta nobili come i segreti di famiglia, le rughe verticali, il distacco dai discorsi inutili: è uno smemorarsi che li salva a poco a poco dal banale, i vecchi, e quando ormai è già tardi. Più spesso la senilità non ha niente dell’agile sussulto del suo nome: si sta come oggetti in casa a lamentare mancanze, un po’ sconciati dalle labbra secche e dalle amnesie, oppure tormentati dai ricordi. In ogni caso però, e pure se fuori tempo, i vecchi vivono di attese: di un parente, del trillo sempre uguale del postino, della badante che arriva scalpicciando allo stesso modo e con le stesse scarpe, o della sera che fa chiudere le imposte. E non c’è nulla di più inconciliabile con l’urgenza del mondo di questa lentezza spessa, incarnita, di quest’obbligo alla pazienza.
Per questo sembra una distopia molto vicina quella che Loredana Lipperini racconta in “Pupa”, l’ultimo dei Quaderni Quadroni uscito da pochi giorni per i tipi di Rrose Sélavy e splendidamente illustrato da Paolo d’Altan; una fiaba che ci porta in un mondo futuro – ma forse solo sommerso e già presente – in cui i bambini sono pagati per fare da Nipoti Sostituti a nonni non loro. Questo accade già, in parte: mentre il badante indiano recita in salotto le preghiere e la signora venuta dell’est rassetta a perfezione la casa piena di tracce non sue, capita di pensare che il loro mestiere sia più utile del nostro affetto così vile e fallibile, incline ai pretesti e alle omissioni.
Questa storia scritta apposta per nipoti veri comincia quindi in un mondo dove i legami sono scambi di lavoro, il “sistema” controlla le emozioni che ovviamente teme, e tutto ha il sapore di metallo di certi bellissimi racconti di Asimov; lì il Potere liquidava i bambini troppo intelligenti, qui ha sostituito il pianoforte con le lezioni di Consumo, i ciliegi malati con alberi in fila e tutti uguali. Paolo d’Altan disegna una città livida, con improbabili pioppi d’ovatta e una sola finestra illuminata: lì dentro c’è Pupa che sta aspettando Adele, la sua Nipote Sostituta, per smontarle una ad una le certezze e sovvertire l’ordine costituito.
Loredana Lipperini si inventa questa nonna incredibile, che crea oggetti dai nomi promettenti (acchiappanuvole, soffiamusica da passeggio) e vanta trascorsi esotici tra esseri magici e piogge di bombe. Ma a guardarla bene Pupa non è strana: tutte le nonne raccontano, perché sanno farlo o per il solo fatto che ci sono, perché esistendo sono esse stesse il passato, l’ordinario e l’ignoto, insomma la fiaba. Mentre sparisce la città, i disegni esplodono nei mille libri color tuorlo d’uovo di Pupa, nello Spirito di fuoco del Jinn, nelle nappine morbide che adornano le gobbe di un cammello, insomma in tutti i possibili rivoli che può prendere la fantasia quando una nonna e una nipote vera costruiscono una storia e un legame.
Così a forza di raccontare, Pupa trattiene Adele per mille e un pomeriggio e non importa conoscere il finale: conta che la nonna tenga la bambina in bilico, in quel cono di luce tra la realtà e l’altrove che è la storia; conta che la renda resistente all’ovvio e alla cattiveria, e al riparo, ancora, dal cinismo e dalla malinconia.
“Pupa” è anche una fiaba sulla fiaba e le sue reincarnazioni, passando per la fantascienza, il realismo magico e tutte le proliferazioni del fantastico; perché prima che di esperienza c’è bisogno di immaginazione e fantasia sfrenata per sapere in anticipo che esistono l’altro e l’altrove, e serve ipotizzare altri mondi possibili per esercitarsi al dissenso e mantenersi anticonformisti e vivi. Proprio come i bambini o come i vecchi, e infatti è nel mezzo che ci dimentichiamo delle favole.

Oggi pomeriggio Rrose Sélavy si racconta attraverso i suoi QUADERNI QUADRONI all’interno della rassegna LIBRIAMOCI; l’appuntamento si terrà agli Antichi Forni (Macerata) alle 17.30. Con Massimo De Nardo (responsabile Rrose Sélavy) e Fulvia Zampa.

(in foto, un dettaglio di una delle illustrazioni di Paolo d’Altan)

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