Tag

, , , ,

LEGANERD_045732 

di Lucia Cattani

Dopo l’incanto medievale dell’8 dicembre, l’associazione Appassionata si rimmerge nel cuore del Novecento, in quell’ arte non del tutto compresa nel suo scenario contemporaneo, in piena Seconda Guerra Mondiale. L’universo bucolico e beato del chiostro si dissolve: piomba la Storia e tutte le contraddizioni di un’Europa sull’orlo del baratro. Sono Lorenzo Bavaj, al pianoforte, insieme al Quartetto delle Marche (ai violini David Taglioni e Giuditta Longo, Aurelio Venanzi alla viola e al violoncello Andrea Agostinelli) che propongono con apprezzabile partecipazione e languore le note del Quintetto op.57 di Dmitrij Šostakovič, scritto e per la prima volta eseguito nel 1940.

Il concerto si apre infatti con il Quintetto in sol minore per pianoforte ed archi, op.57. Avviene da subito un preludio del pianoforte solista a cui si legano con dolcezza e struggimento gli archi. Avviene un vero e proprio dialogo tra viola e pianoforte; da ogni nota emerge il grande amore dell’autore per la sua terra e preoccupazione per la tragica morsa in cui è avvinta. La melodia degli strumenti supplica, implora, cerca di rasserenare il cupo scenario stravolto dal terrore e dalla guerra ma non c’è modo, tutto sembra cedere, fallire, anche i più puri e nobili ideali in scale discendenti e perentori rallentamenti. Poi una solitaria voce si erge nell’affascinante silenzio, come superstite o alieno che ammira la morte, sotto forma di mare di macerie che prima era stata vita. Si aggiungono debolmente, leggermente, gli archi al tema principale portato avanti da Bavaj. Il pianoforte sopraggiunge come tuono in un cielo che diventa sempre più buio, scuro, tempestoso, ostile. A causa delle critiche ricevute da parte del regime sovietico Šostakovič si vede qui costretto ad un ritorno alla musica folklorica legata alla tradizione russa e quindi all’ eliminazione di tutti quegli sperimentalismi che rendevano così potenti le sue composizioni. Quest’imposizione drastica che il compositore dovrà accettare non farà tuttavia perdere valore a quelle composizioni che, anche nello sfarzo della gioia, nell’esplosione vitale sembrano sottendere amarezza e malinconia. La prigionia può essere raggirata grazie alle impalpabili sfumature dei toni: in questo il regime non può in alcun modo pronunciarsi, non giungendo così a corrompere totalmente quella musica  gravida di significato e speranza che sembra inneggiare ad un’alba brillante e impavida. Sembra ingenuamente giocare Šostakovič con le frasi piene di pathos, perfettamente colte in tutta la loro coraggiosa drammaticità dagli interpreti sul palco del Lauro Rossi.  Dopo lo sperimentalismo degli anni giovanili il compositore si vede sì costretto verso ideali di semplicità e chiarezza, ma questa costrizione non comporta una perdita di valore: l’impianto costruttivo è limpido, l’invenzione e l’elaborazione tematica sono molto lineari, la veste timbrica sembra essere più sobria ed elegante me mai, il che riesce a c0nferire al lavoro un senso di impeccabile scorrevolezza, frutto della grande sensibilità compositiva dell’autore. Non vi è un minimo cedimento, la composizione è perfettamente omogenea e il Quartetto delle Marche riesce a fornirci un’eccezionale interpretazione del Quintetto.

Dopo le malinconie di Šostakovič la seconda parte del concerto ci proietta in un contesto sociale e storico del tutto differente, che non sembra aver nulla in comune con il dramma della censura sovietica e diversificazione rispetto ai canoni europei: perché qui siamo nel pieno Romanticismo, con il Quintetto in mi bemolle maggiore per pianoforte ed archi, op. 44 di Robert Schumann. Siamo proiettati nel 1842, a Lipsia in cui il compositore, dopo i capolavori pianistici inizia a cimentarsi con i Quintetti, lavori cameristici che naturalmente tengono conto del modello predominante e assorbente dei sedici quartetti beethoveniani: si può tutta via ben avvertire quella particolare sigla creatrice schumanniana, al di là del rispetto di certi schemi formali classicisti. C’è una straordinaria fantasia nell’invenzione e nel collegamento dei vari temi. Ciò che maggiormente si evince è una grande estraneità rispetto al quintetto di Šostakovič: siamo nel Romanticismo, non c’è il dramma della guerra, dell’incertezza, della censura, solo quella sensibilità poetica del tutto libera e fatta di improvvisi slanci di dolcezza, che ricorda il lieder. Il ruolo protagonista lo ha senza dubbio il pianoforte di Lorenzo Bavaj, punto di incontro e raccordo fra le due diverse parti in un gioco dialogante e di elegante scrittura. Nel corso del brano il discorso di allarga, si infittisce e si carica dei più svariati accenti psicologici. È il pianoforte ad essere sempre la guida, i temi sono irruenti e gioiosi, inscrivibili in quell’ottimismo totalizzante della prima metà dell’Ottocento. Le note di Schumann non possono prevedere il capovolgersi della situazione di un secolo dopo: questo quintetto potrebbe essere percepito come un vagheggiamento, un sogno che coglie Šostakovič ed i suoi contemporanei che ricordi come un tempo la musica potesse essere libera e spensierata, inebriata di quell’ottimismo che purtroppo con il tempo si è andato perdendo. Una simile scelta di repertorio fa pensare ad un voler tornare a quell’atavica spensieratezza nonostante nella contemporaneità sembra essere più vicini al mondo Šostakovičiano rispetto al mondo idilliaco e romantico di Schumann.

Annunci