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don maggi

di Camilla Domenella

Chi non muore si rivede.
E io l’ho visto per la prima volta sabato: un puntino parlante nella profondità dell’auditorium San Paolo.
Io ero arrivata col mio bagaglio di agnostica convinta, con quella vena un po’ anticlericale comune alla mia età, e con un certo negativo pregiudizio che mi porta a diffidare naturalmente di tutto ciò che è “Chiesa”.
Mi enumeravo queste mie non lodevoli caratteristiche, brontolando circondata da santi e papi che continuano a resistere nelle edicole dell’auditorium.
Lui, il puntino parlante, è padre Alberto Maggi, teologo, biblista, direttore del Centro Studi Biblici “Giovanni Vannucci” di Montefano. E “Chi non muore si rivede” è il suo ultimo libro. Titolo ironico per un’opera redatta a seguito di un’esperienza terribile quale è stata la sua. E’ il 2012 quando Maggi viene ricoverato d’urgenza all’ospedale Torrette di Ancona, per una dissezione dell’aorta. Tre interventi e settantacinque giorni di terapia intensiva. Dalla morte, Maggi ci è stato a tanto così.
Quello di Maggi però non è un racconto che vuole muovere a compassione, né un compendio di azioni che possano far gridare al miracolo, non è neppure un’autobiografia sostituita a un testamento. La sua è una testimonianza di conforto, di conforto autosomministrato come la più efficace delle medicine.
Ha rischiato la morte, ha rischiato di rimanere paraplegico, è rimasto un minuto e mezzo senza che il sangue affluisse al cervello. Eppure il Maggi parlante che ho di fronte discute con passione, rilancia battute, racconta con ironia. La voce ferma e sicura non intona mai suppliche o prediche, non cerca compassione o stupore, ha invece il vigore e la calma di chi, con semplicità e senza pretese, spiega ciò in cui crede.
Di fronte alla morte, “non ho avuto paura, ansia o angoscia, ma curiosità”, asserisce.
La mia diffidenza, di fronte a questa affermazione, è costretta a farsi da parte per lasciare il posto ad un ascolto attento e interessato. Come si può essere curiosi della morte? Della propria morte?
Epicuro, col suo tetrapharmakon, si rispondeva che “la morte non è nulla per noi: quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi”, negando quindi l’esistenza effettiva della morte.
Maggi va oltre. La morte esiste, ma non è che un momento di passaggio che da questa vita ci porta all’altra, a quella definitiva. Il momento della morte, racconta Maggi, è popolato dei nostri cari defunti che vengono ad accoglierci nella nuova vita. Noi dobbiamo solo sorridere e lasciarci accogliere. Possiamo non crederci, ci dice, “tanto prima o poi lo sperimenteremo tutti quanti”, ironizza.
Maggi è così, capace di render gioioso un argomento come questo, di cui si parla poco o niente, spesso male, neanche fosse un tabù. Il prete marchigiano ammette di aver affrontato la sua malattia grazie ad Internet, e alle possibilità di comunicazione che questo offre. Ogni giorno su Facebook scriveva e rispondeva ai tanti messaggi che gli arrivavano, sul suo stato di salute, sulla bellezza del cielo azzurro che da un angolo di finestra illuminava la stanza grigia della sua cella di malato. Maggi sottolinea l’importanza della comunicazione. Comunicare è condividere, e condividere è felicità.
E’ questa il segreto. La felicità non è un punto nel tempo, non è momento né un attimo, ma una condizione interiore che nessun avvenimento dell’esistenza può scalfire. E’ vivere e vivere al meglio.
Per questo Maggi non esclude una concezione della morte come liberazione dal dolore e dalla sofferenza. Tutto ruota attorno alla definizione di sacro. Se consideriamo sacra la vita, allora è logicamente coerente tentare di prolungarla anche quando parrebbe finita, con tutti i mezzi che la scienza medica oggi ci offre. Possiamo continuare a vivere all’infinito, a vivere biologicamente almeno. Ma è Vita questa? Vita, appunto, con la “V” maiuscola? Dovremmo forse considerare sacro l’Uomo, con la sua infinita dignità, con la sua pienezza dell’esistenza, col suo mondo. L’Uomo è sacro: risparmiamogli l’umiliazione di sofferenze ulteriori, concediamogli una fine dignitosa, nel suo essere Uomo, e non soltanto vivente.
Queste parole, in bocca ad un prete, fanno sussultare sulla sedia. Scandalizzano i cattolici, i praticanti, i credenti, e scandalizzano gli atei, i laici, e tutti, troppo abituati a trattare questi temi dal fronte rispettivo di fazioni opposte.
Basta una concezione di buon senso, come quella di Maggi, per tagliare i rami secchi di discussioni inutili.
Non solo per questo, però, il religioso di Montefano, è stato definito “eretico”.
La sua concezione di Confessione è sconvolgente. Di questa, dice: “è un sacramento fallito”. Il credente fa l’elenco dei suoi peccati, per ricevere quella che assomiglia più a una punizione, per altro imposta dall’esterno. Nel credente, così liquidato, non può esservi pentimento è neppure speranza. La confessione dovrebbe tramutarsi in Riconciliazione, e diventare ascolto della parola di Dio. Solo così il pentimento sarà vero, il peccato espiato, e l’abbraccio di Dio più forte.
Ma Maggi è stato stoltamente accusato di eresia, anche per altri motivi.
Lui concede la comunione ai divorziati e agli omosessuali, in piena adesione alla regola aurea. “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Solo questo vale. Soltanto questa è la Legge. Ma Legge dell’animo, non imposta se non dall’Amore che l’Uomo prova per sé.
Questo è l’insegnamento del Vangelo, l’insegnamento di Gesù, cui Maggi aderisce e spiega.
Prima dell’avvento di Gesù, il credente era colui che obbediva alla Legge divina. Vi erano cioè non soltanto regole, ma anche obblighi e divieti che non badavano ai singoli uomini, alle storie personali di ciascuno, alle situazioni particolari. L’uomo era ridotto a semplice essere obbediente, mai agente. Gesù ci ha liberati da questa legge, attraverso Grazia e Pietà. Ci ha insegnato l’amore, il perdono, il dare che è felicità somma. L’uomo assomiglia a Dio, è sua immagine, e in quanto tale non può non amarsi, non sentirsi amato, e non amare. Il bene della persona è il criterio secondo il quale bisogna vivere, non più la Legge.
Allora anche l’omosessuale, anche il divorziato, è immagine di Dio, ma non in quanto omosessuale o divorziato, bensì in quanto persona.
Quando capiremo che l’unico vero criterio del mondo è l’Uomo? Quando arriveremo a guardarci l’un l’altro senza quell’apparto categoriale che ci riduce, che ci oppone, che ci opprime? Dobbiamo cominciare a credere. Ma a credere in noi. Basterà questo.
Lasciamo da parte la nostra reciproca diffidenza, e vediamoci soltanto nella nostra unicità di differenze.

(Foto da: polisblog.it)

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