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di Ilaria Piampiani

“Dedico questo spettacolo ai miei due bambini e a tutti coloro che riescono ancora a sentirsi figli, oltre che padri.” -Max Giusti-

Quando ci si siede sulla comoda poltrona color rosso vermiglio di un teatro e si attende il debutto di un artista in un’anteprima nazionale, pronto a presentare uno spettacolo inedito, ci si chiede quanto ci divertiremo, come sarà la scenografia, quanto durerà e se sarà stata una giusta mossa “investire” in quella serata, perché, sì, al giorno d’oggi andare a teatro è un piccolo lusso.

Le risposte arrivano dopo la tipica attesa: ecco che le luci piano piano si affievoliscono, il campanello suona per la terza volta, il bisbiglio si attenua e gli spettatori prendono il proprio posto in sala. Ci troviamo al Teatro Rossini di Civitanova Marche e l’attore che per più di due ore calcherà il palco è, come si è definito da solo, “quello dei pacchi”, Max Giusti. Non volendo essere superficiale, non mi fermo al pregiudizio che lui stesso vuole indossare e con attenzione lo ascolto, per il primo e il secondo tempo, lo osservo muoversi per tutto il palco, dimenticandomi del personaggio televisivo e cercando l’attore.
“Di padre in figlio”, questo il nome dello spettacolo scritto insieme a Claudio Pallottini ed Andrea Lolli, è il racconto di un uomo al proprio bambino appena nato, simboleggiato da una carrozzina bianca che sfreccia da una quinta all’altra, tra un gemito e un pianto. Il tutto si svolge nel cortile di un ospedale in cui il papà di Giusti è ricoverato e attende di conoscere il nipotino. Vengono dunque rappresentate tre generazioni, tre diversi modi di approcciarsi alla realtà, passata, presente e futura, tre voci che si uniscono in una.

Quella di Max Giusti è la condivisione di una storia dalle sfumature conosciute e familiari, una storia che vuole porsi come autobiografica pur avendo ogni tanto qualche difetto di credibilità. Ci inoltriamo in un monologo piuttosto intimo di un uomo che si lascia andare teneramente alla nostalgia, a quei ricordi che, forse sbagliando, teniamo tutti un po’ troppo chiusi in polverosi album dentro una cassapanca, ricordi di noi, di come siamo stati bambini, della dolcezza e fermezza dei nostri genitori, delle loro debolezze, dei loro insegnamenti. Ci muoviamo tra i banchi di scuola, le marachelle infantili, gli schiaffi presi, i momenti di dolcezza e i sogni futuri. Potremmo dire che il fil-rouge dello spettacolo sia il tempo, il tempo che passa e segna una vita, l’inizio e la fine di esistenze intrecciate, di tradizioni ereditate, di bambini che, come in un attimo, diventano padri e vedono a loro volta i propri figli crescere e costruirsi una famiglia. Un neonato muove in aria i piccoli pugni, tra gemiti di felicità, sorrisi e singhiozzi, e un nonno anziano attende in un letto d’ospedale, immobile. Nel mezzo c’è un uomo con i suoi progetti, nuove responsabilità e preoccupazioni che rimane nudo quando il rischio di perdere un padre si fa sempre più vicino e tangibile, una prova di vita che non si è mai pronti ad affrontare. Con bravura Giusti cambia registro, lasciando la comicità dagli accenti marchigiano-romaneschi da parte per darci una sfumatura di quel dramma che mai vorremmo affrontare. La capacità di rappresentare la delicatezza del momento è evidente negli occhi lucidi degli spettatori, forse colpiti da un racconto che si fa storia personale e che riaffiora nel buio di un teatro. Rimane facile immaginare questo padre dalle mani grandi, dalla severità che contraddistingueva i genitori di una volta, parsimonioso e onesto, che conduce una vita semplice senza grandi pretese, annichilito, stanco sul letto di un ospedale, con ancora troppe cose da vedere, troppi ricordi da conservare e gioie da condividere.

Questo, nei diversi momenti d’ironia tra originalità e stereotipo, è senza dubbio il passaggio più riuscito di uno spettacolo che vuole farsi anche varietà quando il palco viene preso all’assalto da ragazze-ballerine-soubrettes, tutte molto simili, che fanno da sfondo a canzoni inedite interpretate dallo stesso Max con un rimarchevole quanto inaspettato talento canoro.
Non ci sono solo i ricordi in scena ma, come da copione, non mancano sottili sfumature politiche, la caratteristica battuta sulle donne e sui millenari misteri che le rendono tanto enigmatiche, come inoltre l’analisi dei tempi che cambiano e, con essi, l’involuzione delle nuove generazioni. Pur con comicità, viene posta l’attenzione su di un punto cruciale della società odierna: quello dell’educazione. Al giorno d’oggi s’insegna l’indifferenza e l’egoismo al posto della comprensione e del rispetto, si da dutto per donare niente e i genitori preferiscono guardare dall’altra parte piuttosto che dare torto ad adolescenti senza regole. Lo showman vuole sottolineare la differenza tra l’infanzia vissuta anni fa e quella di adesso: prima ogni piccola cosa veniva apprezzata e desiderata perché preziosa e frutto di un sacrificio che oggi non si conosce e riconosce. Prima si era bambini ricchi e affamati di fantasia e immaginazione, ora il cinismo del “tutto e subito” li rende insoddisfatti e vuoti. L’amarezza si fa sentire ma viene scacciata via con il soffio di un’altra risata.

Mezzanotte e un quarto; il sipario cala e gli applausi nascondono l’impressione di una sala poco affollata. Lo spettacolo, tra finzione e autobiografia, punti deboli e di forza, ha il suo lieto fine e inaugura l’inizio di un’avventura che continuerà per tutta Italia. Max Giusti ha il piacere di ringraziare il pubblico presente per esserci stato, per aver “dato fiducia al tipo dei pacchi” che ha preferito lasciare la sicurezza di un contratto RAI per riscoprire il brivido e il profumo che solo le luci di un teatro possono dare. Ci lascia con una captatio benevolentiae che tanto piace allo spettatore civitanovese, dicendo che proprio nelle Marche ha voluto battezzare questo nuovo tour come omaggio alle sue origini fermane.
Ci rimangono il piacere di vedere un attore che ha voluto darsi completamente mettendocela tutta, qualche risata e il ritratto di una famiglia italiana che molto probabilmente tutti abbiamo ricordato, che non dobbiamo dimenticare o abbandonare nell’egoismo o nel letto di un ospizio.

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