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di Michele Schiavoni*

Il moderno viene spesso confuso con lo stravagante, l’eccentrico, ma in ogni attività del fare umano tutto questo non ha niente a che vedere con la modernità. Va chiarito, come prima cosa, che la modernità in architettura non è uno stile. Capita, infatti, di sentire utilizzare termini quali Movimento Moderno e “stile moderno” come se avessero lo stesso significato. È una banalità. Uno stile moderno, in architettura, non esiste. Il termine Movimento Moderno, invece, si riferisce ad una serie di azioni condivise, una coerenza di risultati unica nella storia dell’arte, che vede, a partire dagli anni ‘20 del Novecento, un gruppo di giovani architetti, di nazionalità differenti tra loro, giungere a risultati incredibilmente simili e non solo da un punto di vista estetico e formale. Di questa coerenza di tematiche affrontate, e di risultati raggiunti, si prende coscienza per la prima volta a Stoccarda nel 1927 in un quartiere sperimentale, il Weissenhof. Quindi “stile moderno” è una parola priva di significato.
Dopo questo chiarimento, vediamo alcuni modi di utilizzare la parola “moderno”, ripercorrendo in parte indagini fatte nel passato da storici e filosofi.
Nella storia del mondo occidentale, viene definito “moderno”un periodo storico preciso, che va dalla scoperta dell’America al XVIII Secolo, da non confondere con il Modernismo qui trattato, che è invece sinonimo di Movimento Moderno e fa riferimento al XX Secolo.
C’è anche la parola “modernità” intesa in senso strettamente cronologico. Ad un mondo antico del passato segue uno nuovo, moderno rispetto al precedente per caratteristiche temporali: è un altro modo corrente, non sempre esatto, di utilizzare questa parola.
L’interpretazione dell’aggettivo “moderno” che qui ci interessa è quella che contiene al suo interno un giudizio di valore, ossia quando si usa per indicare qualcosa -una scoperta o un evento, chiaramente positivo- che migliora le condizioni precedenti. A questa interpretazione della parola “moderno” sono legati gli avvenimenti architettonici degli anni ’20. Il Funzionalismo, secondo gli architetti di quel periodo, era moderno non perché le loro architetture fossero nuove o più belle, ma perché in grado di rispondere in maniera concreta alle necessità della loro epoca, ai bisogni della nuova società industriale. Da qui il valore della loro modernità. Ecco, quindi, l’accezione della parola “moderno” che contiene al suo interno un giudizio di valore, che si slega dalla questione temporale e cronologica.
Negli anni ‘20 i problemi principali erano la casa e la città. Nasceva, di conseguenza, il concetto di “casa in serie”, per facilitare la costruzione ed aumentare la produzione, abbassando nel contempo i costi. Da qui le architetture di Gropius e Le Corbusier, moderne perché influivano positivamente sulle condizioni della società.
Che cos’è allora la modernità in architettura oggi?
A mio avviso la modernità è un atteggiamento, un modo di porsi di fronte ad un problema. Un atteggiamento moderno, nel XXI secolo, deve affrontare la crisi, trovare nuove soluzioni, mentre, all’inverso, un atteggiamento non moderno subisce la crisi e si arrocca, si rintana su quanto già conosce.
Se tutto questo è vero, allora un’architettura moderna non la possiamo certo distinguere dal fatto di essere intonacata bianca o di essere a mattoncini, di avere il tetto piano oppure a falda, se la sua struttura è in legno o in cemento armato. In tutti questi casi possiamo avere una moderna architettura. Una polemica poi che dovrebbe essere già superata da anni è quella contro l’archetto, il cornicione fine a se stesso o il finto capitello. Si vedono tante costruzioni con questi elementi, usati senza nessun criterio. In tantissime case o villette l’utilizzo di questi elementi puramente decorativi è legato ad un volersi mostrare, a voler mettere in evidenza una personale ricchezza economica, ma in realtà, l’unica cosa che si palesa è povertà culturale.
Quindi, nel 2013, un’architettura moderna, un atteggiamento moderno non può non affrontare il problema del consumo energetico e delle risorse ambientali, non può non toccare il tema del recupero del costruito: le nostre case, anche le più recenti, non sono più abitabili in maniera confortevole, e questo senza che noi ce ne rendiamo conto. Dobbiamo poi smettere di costruire allargando le nostre città all’infinito. Si possono e si devono fare nuove costruzioni, ma innanzitutto riempiendo i vuoti all’interno del costruito; poi va recuperato, ristrutturato e, se necessario, demolito e ricostruito.
Gli architetti degli anni ’20 erano moderni perché il loro fine era intervenire concretamente nella contemporaneità e la nascita di una nuova estetica ne è stata conseguenza, certo voluta, ricercata. Non dimentichiamo che l’architettura è una forma d’arte, ma innanzitutto necessaria, in quanto coerente alla nuova epoca della rivoluzione industriale.
È poi innegabile che il Modernismo in certi frangenti si sia trasformato in moda, ma ciò rientra purtroppo nel campo delle conseguenze inintenzionali. L’architettura non è una moda, non è cambiare un jeans o un cappello: l’architettura “sta”, si deve reggere in piedi, dura, vive e sopravvive nel tempo.
Non essere ancora oggi in grado di riconoscere il valore della Modernità ha delle conseguenze gravissime. A Macerata ci impedisce di riconoscere il valore di un’opera come l’ex Gil in viale Don Bosco, di Mario Ridolfi, una delle più importanti architetture presenti nelle Marche, lasciata in stato di semi-abbandono da anni. Non ci permette poi di riflettere serenamente su architetture come il Palazzo Giudiziario, la Chiesa di Consalvi, l’Isituto d’Arte o la Casa Salvia, capolavori del ‘900 che rischiano di essere manomessi per sempre, proprio a causa della nostra ignorante cecità.
Non essere ancora in grado, dopo quasi cento anni, di comprendere i motivi della genesi del Modernismo ci ostacola nell’affrontare nel maceratese tematiche urgenti della contemporaneità. Ci impedisce soprattutto di generare i giusti anticorpi, necessari per contrastare chi vede la città come terra di conquista, chi detenendo un potere lo ha utilizzato non per la cittadinanza, ma per interessi personali (facendo edilizia, non architettura, badiamo bene). Riconoscere il valore dell’architettura moderna, significa giudicare in maniera critica, e quindi contrastare, l’operato di personaggi privi di scrupolo.
Il Modernismo si basa su principi di natura antropocentrica. Le Corbusier, il più grande architetto Modernista, uno dei più grandi di ogni epoca, ha sempre posto al centro delle sue ricerche l’uomo. L’uomo dalla mano aperta era sempre presente nei suoi disegni. L’essere umano misura di tutte le cose. E’ questo il valore della parola moderno in architettura. Non essere in grado di riconoscersi in questo valore è stato sempre, nella storia, tipico di una società in decadenza.

* Michele Schiavoni è architetto, libero professionista e Presidente dell’Associazione Punto ed a capo

(in foto: Le Modulor, l’uomo dalla mano aperta, Le Corbusier)

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