Tag

, , , , , , ,

5487f3bb840a300d2cd4ebf107a47eec

di Arianna Guzzini

Ecco i cavalli ansanti comparir all’orizzonte scuro, valorosi compari di cavalieri impavidi. Uno s’impenna, l’altro stramazza, quell’altro lo doppia; trasudano di rosso e verde in corsa i nobil destrieri, aleatori corpi plastici sospesi al fondo del palcoscenico. È l’immaginazione a padroneggiare la scena, a ricreare scenari fiabeschi ed errabondi, armature scintillanti, mostri leggendari ed incantesimi ingannatori. Ci si è lasciati trasportare dal gioco rimato di due insoliti giullari di corte, Marco Balliani e Stefano Accorsi, lo scorso 29 novembre in Giocando con Orlando, al Teatro Lauro Rossi.
Come due antichi cantori catapultati nell’era contemporanea, ripropongono il testo dell’Ariosto facendosi condurre dalle vecchie rime, inciampando sulle nuove, perché una rima tira l’altra, balzando nella storia di un personaggio, cadendo poi in quella del successivo, perdendosi nell’intreccio per poi riprendere la vecchia via. Un continuo girovagare di donne, cavalieri, maghi e streghe, amori, gelosie e follie, che ruotano dapprima attorno ad Angelica ed Orlando e poi a Bradamante e Ruggero. I due attori si passano continuamente il testimone, mimano i versi come bambini che giocano “a fare finta”, che riescono a rendere palpabile l’immaginario senza remore. Ma il giullare ha un compito ben preciso e non può pensare che il gioco sia esclusivamente suo: deve render partecipe il suo pubblico, prestare acuta attenzione affinché non si annoi e perché mai possa perdere un passaggio essenziale in quell’intricata matassa di personaggi intrecciati. Mentre Accorsi monologa o narra in sella al suo destriero d’aria, oppure vaga alla ricerca della sua bella, ecco Balliani che interrompe con una puntualizzazione o un suggerimento, una riflessione in sovrappensiero, scardinando il flusso del discorso, con una ilarità semplice, quasi ingenua, che dona al pubblico un riso disteso. Pulce fastidiosa ed irriverente nell’orecchio, commenta e discredita i valorosi uomini d’arme, esce dal racconto per affondare la sua scure nei loro luoghi comuni, che in fondo sono un po’ anche i nostri. Balliani esce di soppiatto dall’opera dell’Ariosto, s’affaccia mesto ai nostri tempi, s’insinua puntando appena il dito verso l’uomo che ha in testa sempre e solo il “cogliere la rosa” dell’amata, o verso lo strambo nano Brunello, il cui nome gli sembrava che finisse in –etta piuttosto che in –ello. Accorsi riprende la narrazione, ma ecco un nuovo dispetto: la gelosia d’Orlando ricorda a Balliani quella di Otello, compare il fazzoletto di Desdemona e subito ci asciuga la fronte del furioso. Si giunge poi al castello d’Alcina ed ecco questa prender le vaghe sembianze di una maga Circe, ma anche il rimando alle tradizioni non è solo che un tocco fugace. Sono semplici insinuazioni, per non allontanarsi troppo dal vero intento di questa rappresentazione, che vuole mantenersi su un ruolo pedagogico di riscoperta della lingua anziché cimentarsi nella ricerca o nell’attualizzazione dell’opera.
La vera protagonista resta sempre la ricerca dell’amore, che sia nei confronti una gentil donna o di una straordinaria opera letteraria, per tutto il resto, come viene suggerito all’ultima battuta, “andatevi a leggere l’Orlando di Ariosto!”.

foto di Alessandro Maggi