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di Alessandro Seri

Sono passati davvero pochi giorni dalla notizia della non ammissione di Urbino, città ducale data tra le favorite, nella rosa ristretta delle candidate ad essere capitale europea della cultura per il 2019. Una sconfitta d’immagine per l’intera regione Marche dovuta probabilmente a più fattori contemporanei tra i quali, credo, sia stato rilevante l’incapacità di visione e la pochezza culturale di una classe politica marchigiana e con essa dei suoi tanti satrapi che seppur autoincesanti, quando si arriva al dunque, si rivelano provinciali nell’accezione negativa del termine.

Urbino era la città ideale sulla carta e aveva facilmente scostato la concorrenza interna alle Marche della mia Macerata, candidata in maniera coraggiosa e forse non del tutto errata, almeno in potenza, dal direttore del Dipartimento di Scienze politiche della locale Università, Francesco Adornato. Senza tante storie possiamo dire che una città ai margini come Macerata avrebbe avuto una minima possibilità soltanto se i suoi amministratori presenti e passati si fossero accorti delle sue potenzialità attraverso il concetto del sistema territoriale di cui è capofila e avessero agito di concerto con tutte le istituzioni limitrofe evitando campanilismi controproducenti. Un possibile risultato si sarebbe ottenuto se avessero puntato a pieno, con investimenti reali e consistenti, sull’economia della cultura e non si fossero soffermati e un po’ adagiati sulla produzione di una sconfinata serie di convegni dedicati al tema senza mai di fatto agire.

A dire il vero qualche illuminato c’è stato nel corso degli ultimi anni ma ha trovato la strada sbarrata in quanto il fattore di competizione personale in ambienti stretti come quelli maceratesi provoca un cortocircuito promozionale della cultura stessa e quindi pur di non dare il merito delle intuizioni al proprio vicino di casa meglio che muoia Sansone con tutti i filistei. Un esempio lampante di tale miopia è rintracciabile quando con mezzucci indegni i satrapi locali nelle loro brillanti conversazioni con la stampa fingono di dimenticare le operazioni culturali seppur importanti che non hanno creato, sostenuto o promosso loro stessi. Una prassi riscontrabile in maniera costante in qualsivoglia intervista che a lungo termine danneggia irrimediabilmente un sistema culturale piccolo ma qualitativo come quello del territorio maceratese. Il tutto in un clima di micro invidie deprimenti e consapevoli di quella caratteristica tristissima del maceratese medio, e quindi dei suoi rappresentanti politici, che è l’acrimonia.

Senza voler tornare sul tema delle potenzialità economiche derivanti dalla sistema culturale del maceratese di cui ho già ampiamente scritto anche su questo web magazine, mi preme comunque sottolineare come resta costante il convincimento, dato probabilmente da fattori oggettivi a me poco noti risalenti al carattere storico sociale del marchigiano medio, che gli amministratori locali non frequentano molto via della cultura e quando lo fanno incespicano nei sampietrini dell’ego e del consenso elettorale.

Espletato il passaggio sulla competizione interna alle Marche che da secoli vede vittoriosa la marca del nord e rispetto alla quale si potrebbe scrivere per pagine e pagine voglio tornare alla sconfitta pesante del ducato di Urbino di cui si accennava sopra. Ad essere effettivamente presentate erano state ventuno candidature: Venezia, Duania e Cilento, Taranto, Mantova, Caserta, Palermo, Aosta, Erice, Reggio Calabria, Urbino, L’Aquila, Bergamo, Grosseto, Siracusa, Pisa e le sei poi ammesse alla fase finale e cioè Cagliari, Lecce, Matera, Perugia-Assisi, Ravenna e Siena.

Negli anni ho avuto la fortuna di visitare quasi tutte queste bellissime città e per alcune nutro un amore vero, profondo. Mi dispiaccio dell’esclusione di città come Venezia che però di certo non ha bisogno di ulteriore visibilità culturale; de L’Aquila che si è fatta largo nel mio più intimo sentire dopo averla vista ferita e ancora non ricostruita; di Siracusa che è stata la mia colpevole ultima scoperta. Eppure ammetto che su Urbino ci speravo, almeno fino a settembre scorso quando l’ho rivisitata in un pomeriggio intenso. Camminando tra i vicoli che portavano a palazzo ducale ho notato una poca cura del bello, alcune mancanze, cose minime per carità che hanno influenzato probabilmente più me della giuria di esperti che ha fatto la selezione delle sei. Sicuramente i parametri per la scelta non erano basati soltanto su concetti estetici ma presumo su elementi determinanti come i collegamenti con le grandi vie di comunicazione, la capacità ricettiva, e in primis come ha anche detto il commissario Ue all’Istruzione e alla Cultura Androulla Vassiliou, la scelta “può portare alle città interessate importanti benefici a livello culturale, economico e sociale, a condizione che la loro offerta sia inserita in una strategia di sviluppo a lungo termine basata sulla cultura”. Ecco trovato il nodo che ha lasciato legata al palo la candidatura di Urbino: la strategia di sviluppo a lungo termine basata sulla cultura.

Nelle Marche questa strategia manca. Lo si nota da alcuni atti simbolici, e poi manco tanto, quali ad esempio l’affidare a suon di denari la promozione del territorio ad una star hollywodiana sulla via del tramonto quale l’incolpevole ma un po’ più ricco Dustin Hoffman. Ora qualcuno obietterà che la scelta era stata dettata da una volontà di andare a intercettare un target specifico di persone e cioè la sterminata folla di pensionati americani che però preferiscono di gran lunga andare a spendere e spendersi nei casinò del Nevada o al caldo delle Key West. Questa strategia manca perchè l’attuale classe politica è ferma ad una vecchia idea di turismo culturale e ad una archeologica idea di produzione culturale.

L’attuale classe dirigente marchigiana non frequenta le avanguardie, difficilmente saprebbe ricordare senza l’ausilio di wikipedia dieci tra i premi nobel per la letteratura del dopoguerra ma contemporaneamente metterebbe in mano a una rampolla ricca in fregola da intellettuale o a qualche massone egocentrico centinaia di migliaia di euro per organizzare pseudo festival di non si sa cosa, di certo non sa cosa farsene delle applicazioni tra arte e neuroscienza, difficilmente sarebbe in grado di riconoscere dentro un museo e rendere merito al valore di due mostri del novecento quali Scipione (probabilmente molti vaneggerebbero rispetto alle guerre puniche) e Licini.

Quindi come possiamo aspettarci una strategia a lungo termine rispetto alle politiche culturali? Come possiamo ipotizzare candidature di qualsiasi tipo se la più importante galleria d’arte del novecento del centro Italia ha sede a Macerata ma non ha un minimo di promozione e spesso non è visitabile? Come possiamo essere strategici se facciamo finta che non esiste una produzione culturale marchigiana di alto livello? Come possiamo essere centrali culturalmente se uno tra i più consistenti investimenti culturali in una piccola città come Macerata è rivolto alla sistemazione dei pupi dell’orologio? Come possiamo ispirare fiducia verso chi deve investire in cultura se l’operazione sul film leopardiano appare viziata dal solito malcostume delle conoscenze? Come possiamo candidarci ad essere capitale europea della cultura se i nostri amministratori fanno scena muta davanti alla domanda su chi era Battista Sforza? E a questo punto Federico si alzerebbe a fatica dal tavolo, scruterebbe tutti da dietro il suo naso aquilino e se ne andrebbe con aria mesta e rassegnata.

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