Tag

, , ,

balelli

di Ilaria Piampiani

“Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie che mostrano, contengono e nutrono il mondo”
William Shakespeare

Mi sembra lecito poter partire proprio dagli occhi delle donne, dal loro sguardo, dalle ansie, le aspirazioni, le visioni del mondo che vi si celano. Quegli occhi che in passato, come ancora oggi, in molti, troppi Paesi, vengono bendati, nascosti, offuscati dall’oppressione, dall’ombrosa e fallace convinzione di non meritare la libertà di spaziare, di scegliere.

Sullo sguardo femminile si focalizza il Centro Studi Carlo Balelli con il convegno dal nome, appunto, “L’altra metà dello sguardo – donne, fotografia, società” che ha avuto luogo sabato 23 Novembre nella preziosa cornice offerta dalla sala Castiglioni della Biblioteca Mozzi Borgetti. Un progetto inedito e indiscutibilmente originale quello del Centro Studi che ha trovato anche nella collaborazione con l’Università degli Studi di Macerata, importanti e nuovi spunti per una ricerca più approfondita. L’incontro, dopo l’introduzione della coordinatrice Emanuela Balelli, la quale ha ricostruito la storia della sua stessa stirpe, fondamentale per la fotografia e la realtà maceratese, ha posto immediatamente l’attenzione sulla figura femminile, quella di Elvira, carissima sorella di Carlo, esempio di una donna che ha aperto i suoi occhi difendendo il suo diritto di appassionarsi a qualcosa, di porre uno sguardo inedito su ciò che veniva erroneamente considerato ad appannaggio esclusivo degli uomini. La fotografia, l’espressione attraverso l’immagine immobile di personaggi vitali, un momento racchiuso in uno scatto rubato, forse atteso e cercato. Lo stesso Carlo ha dato nelle sue foto largo spazio alle donne, alla loro quotidianità, scegliendo di ritrarle a lavoro, nelle faccende domestiche, intente a ritagliarsi un fazzoletto di autonomia ancora lontana.
Ci ritroviamo davanti a ritratti differenti di figure femminili colte nella loro essenza, madri di famiglia con il viso segnato dal sole, i capelli dagli anni e le mani dalla fatica. Le vediamo sovrastate da balle di fieno, chine sui campi, avvolte nei loro fazzoletti di cotone, o concentrate su una macchina da cucire.

In quegli scatti c’è tutta la poetica di Carlo , differente da quella del padre Alfonso. Mentre quest’ultimo si era concentrato maggiormente sul ritratto composto in studio, il primo si interessava all’umanità e alla sua manifestazione umile e festosa. Egli può essere considerato come un fotografo all’avanguardia e innovativo che non rimane ancorato al classico punto di vista, ma predilige le nuove prospettive date dalla prevalenza della diagonale, dal gioco di luce e ombra catturato con maestria dall’occhio attento e sensibile dell’uomo.
Colpisce il timido, dignitoso e discreto sorriso di una lei che si cela dietro le floride spighe di grano, o i maliziosi sorrisi di giovani vestite a festa per la tradizionale Infiorata maceratese persa nel tempo e nell’oblio. Carlo fissa in un’immagine una spontaneità altrimenti dimenticata, la storia di tutti noi, quella realtà da cui traiamo le nostre radici, i nostri costumi, le nostre tradizioni.

La mostra, aperta fino al prossimo 10 Dicembre nella galleria Mirionima di Macerata, è un tributo all’eternità, un omaggio a donne comuni dagli occhi pieni di vita, rese immortali da uno scatto e giunte fino a noi grazie all’accurato lavoro di archiviazione del Centro Studi Balelli, nell’impegno di una donna, Emanuela, orgogliosa di una discendenza prestigiosa che merita un posto nella memoria dei suoi cittadini.
Un modo questo di spazzare via quel velo che soffoca lo sguardo femminile in una società forse ancora troppo gretta in alcuni suoi ambiti, una società che non riconosce fino in fondo il valore della donna e della sua visione privilegiata sulle cose.

Annunci