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scritture irregolari

di Camilla Domenella

In questi giorni, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la questione di genere è tornata al centro dei dibattiti nazionali e internazionali. Le donne si sono ritrovate a essere soggetto e oggetto di manifestazioni, di campagne ministeriali per la loro tutela -“tutela”, come se la donna fosse un paesaggio, l’ambiente, o una specie animale in via d’estinzione-, di campagne pubblicitarie discutibili -penso a quella Avon, col rugbista Mauro Bergamasco- . Il fine di queste iniziative spesso coincide col loro inizio: chi le prende in seria considerazione sono le donne, dalle quali e per le quali sono state pensate, chiudendo il messaggio all’interno di un circolo di autoreferenzialità.
Di poco più di un mese fa, invece, è il fatto di cronaca nera forse più triste degli ultimi anni: la strage dei migranti nelle acque di Lampedusa. Il 3 ottobre scorso la spiaggia dell’isola era una distesa di corpi senza vita. Erano i corpi di centinaia di migranti, scappati dalla Libia, arrivati non in vita in Italia. Sulle foto che hanno fatto il giro dei media di tutto il mondo, si vedono centinaia di salme, coperte da teli verdi, allineate sulla banchina del porto di Lampedusa. Sembrano senza fine. I pochi superstiti, intanto, rischiano di essere espulsi dall’Italia per effetto della Legge Bossi-Fini.

Donne e migranti quindi i soggetti divenuti tristemente protagonisti delle discussioni mondiali negli ultimi mesi.
Ma cosa succede mettendo insieme queste due tipologie umane? Se l’è chiesto il CSA Sisma di Macerata, che, insieme con l’associazione Ambasciata dei Diritti, ha cercato di darsi una risposta organizzando il ciclo di incontri “Scritture irregolari. La felice anomalia della letteratura migrante al femminile”. La serie di appuntamenti mira ad affrontare il tema dell’immigrazione dal punto di vista delle donne, che di immigrazione scrivono. Donne, scrittrici, e migranti di prima o seconda generazione. Un insieme di elementi, questo, che sembra andare felicemente controcorrente alla cultura patriarcale e razzista che ancora vige a certi livelli della società italiana.
Il primo di questi incontri, tenutosi lo scorso sabato al Sisma, ha visto protagonista la scrittrice milanese Gabriella Kuruvilla. Lei, la Kuruvilla, ha madre italiana e padre indiano: è una meticcia, una via di mezzo che, a scapito però di escludere gli estremi, li unisce. D’altronde, in medio stat virtus. Il suo sorriso luminoso, sotto le virgole dei capelli neri, è esaltato dalla pelle piuttosto scura. Come direbbe Il Cavalier Coglione, “è abbronzata”.
Kuruvilla rifiuta subito la definizione di “scrittrice migrante”. Lei non è migrante: è nata in Italia, vive in Italia, e in Italia cresce suo figlio. In India, paese d’origine di suo padre, c’è stata un paio di volte. Non conosce l’Hindi, e, ammette, conosce poco anche l’Inglese.
Gabriella Kuruvilla potrebbe quindi essere lo stereotipo della categoria “cross generation”, “generazione ponte” o “seconda generazione”, etichetta con la quale gli studiosi hanno definito i figli di immigrati. Già questo è un paradosso. E’ paradossale studiare delle persone, come se queste fossero materia inerte e inconsapevole. Paradossale altrettanto categorizzare, tentando di intercettare all’interno di una presunta categoria dei punti in comune che confermino l’appartenenza alla categoria. L’apparato categoriale funziona per i prodotti della mente e della scienza, non per i prodotti della vita, quali sono gli esseri umani.
Kuruvilla rilancia: “la scrittura è scrittura”, prescinde e trascende le categorie, non ammette ulteriori definizioni. Perché “migrante”? Esiste forse una “scrittura indigena”? E una “scrittura aliena”?
Parlando del suo libro “Milano, fin qui tutto bene”, i cui personaggi sono in gran parte immigrati, la scrittrice milanese sottolinea il senso del contenuto della sua opera. “Quando racconto dei migranti” afferma “è perché voglio parlare della società di oggi, che è multietnica”. Uscire di casa per andare a fare colazione in un bar di Rumeni, tagliarsi i capelli dal parrucchiere cinese, avere il vicino di casa nigeriano, il dirimpettaio iracheno, l’idraulico albanese, il manovale egiziano… questo è il mondo. E questo non è impoverimento; al contrario, è la più preziosa ricchezza che ci offre la globalizzazione. Ma ancora oggi, in Italia, appare difficile da capire. Il fenomeno migratorio viene inteso come sottrazione: “Vengono qui, a rubarci il lavoro!” è la frase sentita dire troppo spesso. Italiani contro Immigrati: vorrei fosse solo una partita di calcio, ma è una guerra fra poveri.
La globalizzazione, l’interculturalità, aiutate e incentivate dai mezzi di comunicazione, non devono però essere intese come assenza di radici. Essere “una via di mezzo”, non è un “non essere”. In questo senso, Jiddu Krishnamurti, filosofo indiano – come il padre di Kuruvilla! – andrebbe approfondito. Egli affermava che “una rivoluzione […] deve cominciare dalle nostre menti”. Krishnamurti partiva però da una concezione puramente individualista: non era interessato ad una rivoluzione sociale in senso stretto. Egli era apolide, un senza radici: rifiutava qualsiasi nazionalità, qualsiasi religione, faceva tabula rasa di qualsiasi convenzione, in favore della costruzione di un punto di vista esclusivamente proprio. Decostruiva la società, per edificare se stesso.
Ma se noi ribaltassimo la sua prospettiva, se da individualista lo immaginassimo etico, il suo insegnamento sarebbe ancor più incisivo. Dobbiamo cambiare le nostre menti per avviare un vero cambiamento nel mondo e nella società, per vedere l’altro attraverso la nostra stessa alterità, il diverso attraverso la lente della nostra stessa diversità.
I libri di Kuruvilla tentano di fare questo. Con ironia e amarezza, Kuruvilla dipinge delle piccole scene di vita quotidiana, come il tabaccaio italiano che appende al muro della sua bottega il cartello “qualità italiana”. Il tabaccaio, insieme al suo cartello, ha posto un muro, anzi, un fosso, un burrone, nel quale precipitano irrimediabilmente i tentativi di integrazione.
Ma Kuruvilla, nella sua opera, racconta anche di una donna indiana abbandonata dal ricco marito italiano per una biondona tutta Barbie. Questa donna indiana, sposata dal ricco italiano come un souvenir esotico, una volta lasciata, gira per le strade di Milano con la famosa bambola e inveisce contro le bionde, contro le Barbie, contro la pupilla della società consumistica occidentale.
Centrale, quindi, il ruolo della donna. La donna diviene un prodotto della società. Essa, spesso, si plasma letteralmente sui canoni estetici imposti. Il suo corpo, al massimo, diventa il prodotto col quale si vendono altri prodotti, come nelle pubblicità. E’ una donna libera, questa? E’ più libera di una donna islamica, coperta dal burqa?
Credo che siano entrambe assai poco libere, e credo anche che per le donne valga il puro consiglio di Krishnamurti: costruirsi, da sole.

(Nella foto, del CSA Sisma: a sinistra, Gabriella Kuruvilla)

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