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di Arianna Guzzini

Centinaia di scarpe rosse riposano vuote al di sotto di Piaggia della Torre a Macerata. Ogni oggetto quotidiano viene concepito per essere in qualche modo riempito da una presenza: la sedia dal busto e le cosce, gli occhiali dal viso. Eppure di queste scarpine non rimane alcuna presenza, ma solamente un ricordo di essa, di una donna cancellata dalla violenza. Questo era almeno ciò che mi sarei aspettata di trovare in Piazza della Libertà nella giornata del 25 novembre. L’istallazione invece non ha avuto nessun allestimento e di lei era rimasto soltanto un gazebo rosso e vuoto, circondato dalle automobili in sosta, con il tessuto crespo per il vento gelido che si stava alzando sempre più forte. Un vero peccato perché le iniziative che hanno avuto luogo in quell’occasione ruotavano attorno a quest’immagine simbolica, che avrebbe dovuto, se non altro, essere una testimonianza visibile della partecipazione di una cittadinanza. È indiscutibile però che sia ben più indispensabile la discussione e la comprensione del problema della violenza di genere, senza fermarsi all’estetica d’una simbologia.
Durante la conferenza tenutasi in quello stesso giorno nell’aula magna di giurisprudenza, al di là delle varie risposte operative attive o in via d’attivazione, emerge con forza la necessità di premere soprattutto su un reale cambiamento culturale, a cominciare dall’educazione dei bambini. È difatti evidente che ad originare una violenza di genere non sia unicamente la volontà di una donna di rendersi autonoma. Come fa notare la psicologa dell’Università di Trieste, Laura Pomecini, anche una bambina può subire una violenza ed una bambina non può definirsi una persona emancipata. Non ci si stancherà mai di ripetere, a costo di risultare martellanti, che al di sotto di tutto ciò non ci sono altro che dei precisi comportamenti socio-culturali, derivati da pregiudizi, tradizioni, pratiche basate sull’idea della donna come inferiore o su modelli stereotipati dei ruoli. Nella nostra cultura si possono reperire moltissimi esempi di contesti quotidiani che favoriscono il perpetrarsi dell’accezione dell’uomo come “padre di famiglia”, o meglio “capo famiglia”, ma anche della brava donna-ape da un lato e della donna oggetto dall’altro. Sono così penetranti nella vita di tutti i giorni che, saturi, nemmeno vi badiamo più, quasi giungendo ad azzerare la nostra soglia d’attenzione. Sempre la Pomecini ci dice che durante i suoi progetti nelle scuole medie chiede alle ragazzine di dare un esempio di professione maschile e queste rispondono facendo rifermento a lavori di forza o di coraggio, come vigile del fuoco o aviatore. Ai maschi invece viene chiesto l’inverso, cioè d’immaginarsi possibili lavori femminili, e questi si rifanno a mestieri di cura, come l’infermiera o l’insegnante. E sin qui, purtroppo, nulla di nuovo. Non mi stupisco se penso ai miei anni dell’asilo, dove le bambine potevano giocare solo con la cucinetta e simili, mentre i maschi con le costruzioni (che le bambine non potevano toccare, perché erano i bambini stessi a reputarlo un gioco esclusivamente per maschi!), dove alle bambine veniva spesso domandato se aiutavano con le faccende a casa e venivano anche biasimate se non se ne occupavano, mentre i bambini non erano minimante interpellati. Non mi meraviglio soprattutto perché ancora oggi in molti libri scolastici per le elementari, la mamma viene ancora rappresentata con quella stessa immagine di allora della brava massaia, non lontana dalla Biancaneve regina del focolare della Walt Disney. Senza nulla togliere poi all’influenza esercitata dai giocattoli, che si basano ancora sul preconcetto dei ruoli stereotipati e che anche attraverso le pubblicità televisive inculcano passivamente questa visione. Insomma, le principesse in rosa e i bambolotti per le bambine, che sicuramente da grandi vorranno fare le mamme a tempo pieno, e i giochi di guerra e d’avventura per i bambini. Ci sono poi quei giocattoli che hanno veramente un che d’inquietante, come ad esempio la versione “femminile” della Lego, in cui si propone di giocare alla festa sullo yacht. Ora, perché una bambina dovrebbe agognare di partecipare ad una festa che, nell’immaginario più comune, non ha uno scenario esattamente idilliaco? Sono arrivati anche giochi del tipo “il mio primo centro estetico” o trasmissioni televisive (di cui una anche sulla Rai) adibite esclusivamente ad un pubblico puerile al femminile, dove s’impartiscono lezioni su come truccarsi, pettinarsi e vestirsi a mo’ di una fra le tante superstar. Un po’ come a dire che per una ragazzina il massimo a cui si possa aspirare consiste nell’esser bella e pubblicamente ammirata per questo, quasi esclusivamente per questo. Allora non ci si meraviglia nemmeno più quando la Pomcini, parlando del suo progetto alle medie, aggiunge che recentemente alcuni ragazzini hanno proposto la escort come lavoro per una donna. In fondo lo s’impara dalla Barbie e dalle Winx che una donna piacente nella vita può tutto. È una lezione che continua poi anche dopo l’infanzia quando t’imbatti in uno dei negozi delle tante catene dell’intimo e fai fatica a trovare un reggiseno di taglia seconda che non sia imbottito fino all’inverosimile. Lo vedi ancora accendendo la televisione, nel momento in cui scorgi donne che sono piuttosto dei corpi sessuali, mostri di silicone sottopelle, intrappolate in un’immagine di donna che è il rispecchiamento del presunto desiderio maschile. Questo tipo d’immagini quotidiane non hanno altra conseguenza che sostenere le violenze di genere. Ad esempio lo si nota chiaramente quando un uomo esercita un certo tipo di violenza psicologica, per cui non si mira solamente ad inficiare l’autonomia della donna, ma anche ad annientare la sua immagine. Si va da accuse come l’esser pazza, o al dire alla donna che è talmente grassa da vergognarsi ad uscire con lei, andando ad esercitare una pressione ripetuta e tale da farla identificare con l’immagine che egli le impartisce. La donna finisce con il non vedersi più con i propri occhi, ma con quelli di chi l’umilia giornalmente. Ciò rispecchia in piccolo un atteggiamento culturale diffuso, a cominciare dai precedenti esempi delle pubblicità e della televisione. Un uomo che cresce con questa visione della donna, contrapposta a quella della virilità maschile, dell’uomo tutto d’un pezzo che non piange mai, ha tutti gi elementi necessari per credere falsamente di poter giustificare e perpetuare la violenza di genere. D’altro canto, nel caso che sia lui a subire violenza, sarà ancora più restio a parlarne proprio per questo ruolo impostogli, il quale non solo gl’impedisce l’espressione palese di un qualsiasi disagio, ma lo rende talvolta anche incapace a comprendere l’esistenza di un determinato problema,che se esiste o non viene analizzato oppure la causa di esso ricade su un esterno, sempre punibile. Eppure in quelle coppi che funzionano, in cui la violenza è assente, è la compartecipazione ed il reciproco rispetto a porre solide basi, poiché in realtà una donna dell’uomo di ferro non se ne fa un bel nulla.
Dunque “riavviare il sistema”, come ci suggerisce il titolo di questa serie di manifestazioni maceratesi, ripartire dalla prima educazione e dai contesti del quotidiano, favorire il cambiamento socio-culturale in direzione di una parità dei sessi, e del concepimento di ruoli non stereotipati, perché solo risanando le radici si può pensare ad un cambiamento.

Illustrazione di Lisa Gelli, “On-off 04”

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