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di Lucia Cattani

Nei meandri della semiperiferia di Macerata, in quelle labirintiche vie dietro la stazione, lo scorso 14 novembre è stato possibile trovarsi di fronte a qualcuno che non ci si aspetterebbe di incontrare in un punto così poco visibile e nascosto che, per coloro che non fossero molto avvezzi a girovagare per la città al di fuori delle mura, è stato non poco arduo raggiungere. Le strade sono semivuote alle tre del pomeriggio, mentre tutti sono già a lavoro o impegnanti a ristorarsi dopo il pasto, e grazie a fortuite indicazioni si riesce ad arrivare alla tanto ambita meta: l’antica fabbrica di sassofoni Borgani, che dal 1872 ha portato il nome di Macerata in giro per il mondo, tra le dita e il soffio di piccoli e grandi jazzisti. Stavolta è qualcuno che appartiene a quest’ultima categoria ad attrarre microfoni e luci della stampa locale nella sede della Borgani: nientemeno che Joe Lovano, il famoso sassofonista vincitore del Grammy Award a poche ore dal concerto serale al teatro Lauro Rossi con l’Antonio Farao American Quartet.
Entrando nel piccolo locale destinato alla rassegna stampa si è un po’ disorientati da una calca tuttavia per niente soffocante, anzi dominata da un entusiastico fermento. Non è cosa di tutti i giorni trovarsi di fronte ad un artista del genere. Passata da poco l’ora accordata per l’inizio della conferenza, si sentono suoni di sassofono provenire da una stanzetta attigua. Senza bisogno di far domande, basta lasciarsi guidare dalle note leggere e inconfondibili dello strumento per trovarsi proprio di fronte ad una figura prorompente e decisamente singolare. Joe Lovano in persona è a pochi centimetri da noi: il jazzista di fama mondiale si presenta con naturalezza e con modi gioviali, propri di qualcuno che si trovi perfettamente a suo agio.
Intorno le pareti della stanza sono ricoperte da teche di vetro, come in una gioielleria, ognuna contenente sassofoni o parti assemblabili dello strumento. In effetti alcuni possono essere considerati alla stregua di veri e propri preziosi, dato che sono lavorati con materiali pregiati, a volte persino in oro. A differenza dei normali gioielli, però, non è solo la bellezza a segnarne il valore, né il materiale. Ogni dimensione, ogni forma, ogni piccola differenza (e ce ne sono a centinaia) equivale ad una diversa sfumatura di suono, ad ogni colore da realizzare, ad ogni sentimento da vivificare.

Per questo Lovano prova uno dopo l’altro decine di parti dello strumento: deve raggiungere la perfetta armonia tra le sue emozioni e la capacità dello strumento di esternarle. È pur vero che l’arte del sassofonista è per grande parte nella sensibilità, nella capacità di dipingere sensazioni intime attraverso fiato e mani, ma uno strumento raffinato, con le dovute qualità, è un indispensabile sostegno per la voce interiore del musicista. Così, meticoloso e visibilmente entusiasta, il musicista continua la sua ricerca, incurante dei paparazzi che non cessano di bombardarlo di foto mentre svita, domanda ai venditori ulteriori dettagli, riavvita, ascolta il risultato, dubita, sembra cambiare idea.

Joe Lovano è un artista anche nel presentarsi, con i suoi occhialini dai riflessi colorati, l’immancabile barba incolta da bohémien, le stranissime scarpe di plastica blu, la camicia a righe pastello: un po’ “underground”, come ci si aspetterebbe da tutti i musicisti jazz americani che si rispettino.
La sua è una storia esemplare: fu il nonno di Joe, emigrante italiano, che riuscì a sostentare la propria famiglia e far nascere l’amore per la musica nel figlio, dotato di un leggendario talento che, a quanto pare, è stato tramandato anche a Lovano junior. E il Jazz è non a caso musica di ricordi, di addii, di introspezione, di libertà, con un passato di esule dai grandi teatri. Si esce dagli schemi classici per giungere alla fluidità dei modelli, all’espressionismo del colore, alla gioia di suonare in compagnia, di condividere i molti dolori e le angosce profonde per un futuro incerto.

Durante la conferenza stampa, dopo che la scelta delle parti del sassofono è felicemente conclusa, Lovano colloquia in modo spiritoso, scherzando sulla sua incapacità di comprendere l’italiano e il “fastidio” provocato dagli altri interlocutori impegnati inizialmente in fitte conversazioni a lui senza dubbio incomprensibili. Ci racconta poi i suoi trascorsi giovanili, la storia di suo padre sassofonista virtuoso a Cleveland, in Ohio, per poi giungere a parlare con affetto e gratitudine a quella piccola grande famiglia maceratese che è l’azienda Borgani, l’unica in grado di procurargli lo strumento fatto apposta per lui, capace di realizzare tutte le armonie del suo spirito. Dal 1999 è nato infatti un rapporto che non è solo “commerciale” ma diventa molto di più: quasi un ambiente familiare e aperto a scambi di opinioni nell’ottica di un continuo mutamento. “Il Jazz è una musica sempre in evoluzione, anche lo strumento  contribuisce” sottolinea infatti Joe Lovano. Continua anche asserendo che nella sua musica c’è tantissimo di Macerata stessa, che è stata capace di fargli esternare al 100% ciò che è la sua interiorità. “Jazz è una combinazione tra persona, strumento, capacità di espressione.”

È stata proprio una piccola realtà di provincia, poco conosciuta nel mondo dei grandi nomi ad attrarre l’artista Joe Lovano, con la sua artigianalità, la capacità di cucire lo strumento addosso al musicista, l’ambiente familiare e caloroso pronto al dialogo e scevro dall’asetticità che caratterizza spesso le grandi industrie. Allo stesso modo Lovano ha attratto noi con i suoi modi di fare semplici e amichevoli, fatti di larghi sorrisi. Proprio come in un’affiatata famiglia in cui non manca neanche il neonato tra le braccia del papà, magari futuro sassofonista di talento come il grande Joe che intanto guarda con curioso entusiasmo.

(immagine: Joe Lovano alla Borgani a Macerata lo scorso 14 novembre)

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