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di Andrea Ferroni

In questa rubrica mensile mi rivelo come consulente filosofico, come colui, cioè, che ricerca insieme a un’altra persona se è possibile reperire un senso nella nostra esistenza quotidiana (che passa anche attraverso le domande che ci facciamo e i problemi che viviamo). Vorrei tentare, quindi, di considerare le domande che si generano dalla lettura dei testi o da incontri e dialoghi fortuiti affinché siano uno spunto per una discussione, come delle questioni aperte che interrogano non solo chi le ha poste ma anche me direttamente e chiunque le legga. E nel proporre una risposta non intendo certo dare sentenze definitive ma offrire soltanto il mio contributo ad una riflessione comune.

La domanda di novembre:
Elisabetta è inseparabile dal suo amato cagnolino. Forse è inseparabile dall’amore per gli animali. E forse è inseparabile dall’amore per tante cose, tra cui la poesia e i libri. E’ sempre appassionata e determinata insieme. Parlavamo del fatto che tempo fa era possibile seguire il sogno americano e invece oggi è tutto più difficile. Mi fa una domanda cui non riesco ad essere indifferente: “PERCHÉ L’AMERICA NON ESISTE?”.

La (non) risposta:
Elisabetta, la tua domanda, secondo me, presuppone già una riflessione compiuta: l’America (cioè il sogno, la speranza, l’ideale, l’ideologia e tutto ciò che essa può rappresentare) non esiste, è un’illusione.
La domanda potrebbe, dunque, essere trasformata in “perché ci illudiamo?” o in “perché abbiamo bisogno di illuderci?” o ancora, forse più fedelmente, in “perché ci viene promesso qualcosa (dalla vita) che poi non viene mantenuto?”. Il fatto che tu abiti a Recanati mi fa sentire quasi l’eco del verso leopardiano: “O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?”.
E quindi, Elisabetta, la risposta a questa più o meno libera traduzione della tua domanda iniziale diventa più problematica.
Ad essere onesti, le mie prime associazioni partono da Freud, in particolare dal contrasto tra il principio di piacere e il principio di realtà (cioè, banalizzando, tra quello che vorremmo e quello che invece la quotidianità ci prospetta).
In questo senso, Freud mi viene incontro per farmi notare che nessuno, in realtà, ci ha mai promesso qualcosa, se non il nostro persistente ricordo di un’età (l’infanzia) in cui non bisognava affannarsi per ottenere ciò che desideravamo. A mo’ di prima conclusione, diciamo: basta fare i capricci, sperando in mamma America, e diventiamo adulti!
Ma, da consulente filosofico, tendo a non sopravvalutare le possibili interpretazioni psicoanalitiche, specie se non possono essere ben approfondite, e preferisco tornare alla filosofia.
Eh! La filosofia! Sai cosa mi fa ricordare la filosofia ora? Mi suggerisce quasi istintivamente: Dio è morto! Che c’entra -dirai tu-?
Con “Dio è morto” si suole intendere che gli uomini non hanno più appigli di nessun tipo né metafisici né morali né religiosi, valoriali, ideologici… Nulla di nulla che serva per trovare un senso alla loro esistenza: il nichilismo, appunto. Il grado zero in cui siamo sospesi come sopra un baratro. Dio è morto: la nostra stessa civiltà scientifica e tecnologica lo ha ucciso rendendolo falso e inutile. Ce lo ha annunciato Nietzsche, un filosofo tedesco, circa 120 anni fa.
Beh, cara Elisabetta, tornando alla tua domanda iniziale, se l’America rappresenta i nostri ideali, allora dobbiamo dire che anche l’America è morta. Ma l’assassino dell’America è in fin dei conti l’America stessa. E sai perché? Perché essa si era proposta, perlomeno nei sogni, come uno dei baluardi alla perdita di Dio, ma non ha retto un così alto confronto ed è collassata miseramente a terra. E dal 2001 questa non è più solo una metafora, come sai.
Ecco perché, forse, l’America non esiste.
Non c’è nulla, più nulla di già pronto o rivelato, abbiamo solo una voragine, fuori e dentro di noi. E dunque sta a noi, oggi, ripartire e ricostruire da questo Ground Zero, sapendo di poter contare solo su noi stessi, sulla nostra capacità di progettare il nostro futuro e dargli il senso che davvero fa per noi. Sapendo volgere lo sguardo dentro di noi, per scoprire se e come possiamo far fiorire le nostre potenzialità, ma, soprattutto, sapendo guardare con coraggio sovrumano il nulla sopra il quale siamo in bilico.
Si può fare: trasformare l’orrore del vuoto in occasione. Si può. Magari insieme a qualcuno, come La ginestra del tuo conterraneo ci suggerisce, ma l’importante è sapere che si può.

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