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giove carino

di Camilla Domenella

Era il 1772 quando Antonio IV Ricci cominciò ad abitare con gli dèi. Fece ristrutturare il suo palazzo in occasione del suo matrimonio con Lucrezia Tozzoni, e lo decorò con scene mitologiche, con dèe spumeggianti, con paesaggi fantastici, con puttini come Cupidi, con ritratti e stemmi.
Era il periodo in cui la cultura umanistica faceva da suggello del potere e del prestigio di una famiglia: il sapere, mostrato per mezzo dell’arte, era la bandiera da sventolare, il biglietto da visita da offrire, il contenuto allegorico della forma comprensibile a tutti.
Ma il tempo passa, e come le pitture di Palazzo Ricci scoloriscono, così il ruolo della Cultura va annacquandosi fino a diluirsi in un bicchiere pieno di nulla.
Oggi Cultura è visitare gratuitamente Palazzo Ricci, dopo una conferenza assai approssimativa sulle decorazioni che lo abbelliscono. Cultura è forse essere il relatore della conferenza, e non approfondire i temi specialistici; è far parte del pubblico numeroso, e lamentarsi del caldo; è visitare il Palazzo, e far ressa per entrarvi prima degli altri.
L’orgoglio di Antonio IV Ricci si è visto assediato da un’orda di borghesi imbarbariti, che, a dispetto della loro apparente compostezza, aveva tutto l’isterismo del quarto stato.
Incompresi, difatti, sono sembrati i soffitti decorati di Palazzo Ricci, oggetto della conferenza dal titolo “Abitare con gli déi”, cui è seguita la visita al palazzo stesso.
La conferenza, organizzata in occasione della rassegna “Percorsi d’arte e nuove letture”, si è tenuta venerdì scorso presso la Biblioteca Mozzi Borgetti. La Sala Castiglioni traboccava di gente, un pubblico poco silenzioso e non troppo attento. Il relatore prof. Giuseppe Capriotti, ha anticipato con una serie di fotografie quello che poi, con la visita guidata, avrebbe illustrato dal vivo. Pochi, davvero pochi, i punti interessanti del suo excursus (chè di studio non si può parlare).
La ricerca di Capriotti ha tentato di concentrarsi su tutte le stanze decorate di Palazzo Ricci, ma è risultata realmente produttiva solo in rari casi.
Nella prima stanza, al primo piano, il soffitto è decorato con la rappresentazione del mito di Ganimede, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio. Ganimede, giovane fanciullo di una beltà strabiliante, viene rapito da Zeus, che si era invaghito di lui. Zeus, trasformatosi in un’aquila, sequestra il giovane Ganimede, lo porta sull’Olimpo e lo elegge a coppiere degli dèi.
Il mito di Ganimede, lungi dall’essere una riduzionistica rappresentazione dell’amore omoerotico, nasconde invece un forte significato mistico: il rapimento di Ganimede è il rapimento dell’anima a Dio, all’Amore per eccellenza, alla beatitudine del terzo cielo. E’ senza dubbio per questa chiave interpretativa che i Ricci hanno deciso di inserire un tale soggetto nel loro pantheon artistico.
Le scelte contenutistiche, sebbene inserite organicamente nel filone mitologico, hanno in verità un forte valore simbolico.
Non a caso, la sala da ricevimento, dove si decidevano le sorti della famiglia o della città, presenta, sul soffitto, il dipinto di Giove, imperioso, imponente. Si scorgono inoltre simboli araldici, tra cui la rosa aggiunta in occasione del cavalierato dei Santi Maurizio e Lazzaro conferito ad Amico Ricci. Sulle quattro pareti, campeggiano rispettivamente i ritratti di Michelangelo Buonarroti, Raffaello Sanzio, Tiziano, e del pittore di Camerano Carlo Maratti, a indicare lo stretto legame tra arte, cultura, potere.
Il restauro di queste pitture però appare troppo carico, i colori accesi e pastosi rendono quasi ridicole le ulteriori decorazioni floreali, i ritratti, il manto di Giove.
Al piano superiore, una stanza è decorata con paesaggi fantastici e con ritratti che Capriotti dichiara candidamente di non aver ancora identificato.
Salendo ancora di un piano, troviamo un soffitto con le rappresentazioni di quattro miti: Mercurio e Apollo che si scambiano i doni del caduceo e della cetra; Minerva, e Prometeo che dona il fuoco agli uomini; Arione, citaredo di Corinto, che, condannato al suicidio, viene salvato da un delfino incantato dal suono dello strumento; e infine una statua, forse di Pigmalione. Come finalmente spiega Capriotti, le prime tre rappresentazioni sono tutte citazioni indirette di Palazzo Farnese a Roma. Alla fine del Settecento infatti circolavano numerose stampe che riproducevano le pitture e le statue più belle di tutta Italia. Non è da escludersi quindi, che queste stampe di Palazzo Farnese abbiano attraversato l’Appennino, da parte a parte dello Stato Pontificio, e siano arrivate ai Ricci. Allo stesso modo, è una citazione romana, dal Vaticano, la decorazione che rappresenta la fucina di Vulcano con ironici puttini, mentre, nell’ultima stanza, il quadretto di Ettore e Andromaca è ripreso da un’illustrazione del 1793 di Flachsmann, allora noto illustratore dell’Iliade.

Sotto queste bellezze pascolava il pubblico, né attento né distratto, ma semplicemente presente. Come criceti sulla ruota, i visitatori giravano dentro alla cappella di famiglia del Palazzo, guardando senza osservare, costretti all’ammirazione soltanto perché arrivati fin lì. La splendida opera di Vittore Crivelli, “Compianto su Cristo morto”, sembrava non turbare le anime che gli si paravano di fronte.
I soffitti scorrevano davanti agli occhi come immagini già viste: non un moto di curiosità, non un’esclamazione di stupore. Certo, il mancato approfondimento del relatore non suscitava neppure una scintilla di meraviglia, da cui, si sa, da sempre inizia il sapere.
Semplicemente, come il cliché vuole che facciano i turisti cinesi, i visitatori si limitavano a scattare foto su foto: facevano brillare i loro flash in ogni angolo del Palazzo, li fissavano sui quadri contemporanei, sui mobili, sulle suppellettili, sul volto di Zeus, che, offeso, brandiva infine una saetta.
La sensazione era quella felliniana di trovarsi in mezzo ad un vuoto riempito di niente. Un circo di apparenza, a scapito dei contenuti (assenti), della bellezza artistica (non valorizzata), della qualità (abbassata in cerca della quantità). Non si è imparato niente di nuovo, e, quel che è peggio, non ci si è entusiasmati per niente.
L’Olimpo degli dèi di Palazzo Ricci è rimasto inarrivabile, immortale, inaccessibile.
Noi non abbiamo avuto neppure l’ambizione di sfidarlo… con buona pace dei suoi celesti abitanti.

(in foto: il Giove del soffitto di Palazzo Ricci)