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de chirico - Copia

di Arianna Guzzini

Macaron, dolcetto francese di gradevole ed appetibile estetica, ma di preparazione nient’affatto semplice, un po’ come la vita.       In linea essenziale ecco il “Macaron” di e con Simone Perinelli (LeVieDelFool) , messo in scena lo scorso 7 novembre al teatro Lauro Rossi.                                                                                                                                                                                                                                                       Un rettangolo di sabbia entro cui organizzare monologo e movimenti; una delle spiagge toccate dalle peregrinazioni di Ulisse, un terrazzo a San Vito lo Capo. Due storie che si fondono e confondono assieme, quella del mito e quella di un artista dei nostri giorni, due viaggi con tappe e modalità diverse, che riflettono fondamentalmente un cammino simile, il quale, più che nel vivere, consiste piuttosto nel prepararsi a vivere in assenza di una prospettiva certa. Il ritorno di Ulisse è il desiderio anelato di una vita naturale ed appagante. Insomma dopo dieci anni di guerra chiunque vorrebbe tornare a casa. Invece no, perché gli dei o vogliono assicurarsi di ribadire la loro non curante superiorità, oppure “gli dei sono a cena”.

Ulisse vivrà solo da vecchio.

A San Vito lo Capo la peregrinazione non prende i tratti di avventure eccezionali, i punti salienti risalgono all’angoscia di gesti di ordinaria quotidianità, che fin troppo spesso non hanno un fine concepibile, se non la loro continua ripetizione ad oltranza. Anche qui la motivazione che spinge al subire è la stessa: la speranza di raggiungere prima o poi uno stile di vita naturale ed appagante, ciò che Ulisse chiamava Itaca.

San Vito lo Capo ha però una piccola caratteristica non trascurabile, si trova cioè conficcato nel Bel Paese, dove la sensazione costante è quella di un viaggio morto, per cui un corpo dimena braccia e gambe sempre nello stesso punto di una pozza d’acqua stagnante ed il suo normale essere nel mondo viene a consistere nell’avere perennemente l’acqua alla gola. Ora al di là della vita di un artista, in generale ciò che permette il dilagare di quest’atmosfera da soffocamento indotto s’addensa unicamente in una sola parola: precarietà. Qualsiasi persona in giovane età non riesce a non riconoscersi almeno in parte in quest’accezione. Il termine degli studi, che sia un diploma o una laurea, coincide puntualmente con la consapevolezza di entrare all’interno di un eterno limbo di attesa, di inconsapevolezza nei confronti del proprio futuro più vicino. Non si tratta tanto di pretendere di trovarsi la pappa fatta, ma piuttosto di poter quanto meno tentare di assurgere ad una reale indipendenza concessa dal proprio lavoro svolto, qualunque si sia scelto di svolgere, senza necessariamente doversi accontentare della prima occasione che capita, se capita. Eppure, guardandomi intorno, ancora non sono riuscita a trovare una sola situazione, un solo esempio, fra i coetanei da me conosciuti, che possa farmi pensare che in questo paese ciò possa essere ottenibile in tempi non dico brevi, ma se non altro umani. C’è chi si fa un mese di prova non stipendiato in un qualche locale, bar o ristorante che sia, con la speranza di ricevere un bel contratto alla scadenza, ma, ironia della sorte, ti rimandano a casa per prendere qualcuno che ti sostituirà per un altro periodo in prova senza remunerazione. C’è poi chi fa il benzinaio e va avanti a rinnovo di contratti trimestrali, cosicché più tranquillamente riesce a passare le ore giornaliere di straordinari forzati e, ovviamente, non pagati. Tanto se non lo fai tu ce ne sono tanto a spasso che aspirano a fare il benzinaio… È molto semplice far perno sulla crisi, tanto che certi datori di lavoro sembrano persino sentirsi in obbligo di “smussare” i diritti di un lavoratore col ricatto, purché a fine mese i conti quadrino. Oppure c’è quella che è riuscita ad intrufolarsi in fabbrica, che di notte si sveglia di continuo fra i lancinanti dolori della tendinite acuta a mani e braccia. Un bel regalino del reparto rifiniture del cuoio. Bisogna però ringraziare infinitamente il cielo di aver trovato un così meraviglioso mestiere dopo un anno di disoccupazione. Grazie, grazie infinite di questo bel contratto a tempo scontatamente determinato. Infine (anche se in realtà con gli esempi potrei continuare un bel po’) c’è chi si è lasciato trascinare dai venti delle fughe di cervelli per arroccarsi nello studio della matematica in quel della Francia. Più che una fuga sembra più una cacciata, per chi la matematica vorrebbe anche farla oltre che insegnarla, ma insomma nel nostro paese le condizioni dei ricercatori le si conoscono fin troppo bene. Eppure ciascuno dovrebbe ricevere la possibilità di sviluppare il suo proprio linguaggio per tentare di mirare ad un qualsiasi cambiamento per sé o per gli altri; dovrebbe esser piuttosto scontato.

Tutto ciò è lo sfogo di una giovinastra che di vita e di mondo ancora deve mangiarne molto, che riporta qui questioni già note, ripetute come una nenia fino alla nausea. Invece la mia di nausea nasce da un’imposta accettazione del fatto che la quotidianità debba consistere nella resistenza verso di essa, anziché nella costruzione di qualcosa, nel raggiungimento della propria Itaca.

(Il ritorno di Ulisse, Giorgio De Chirico)

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