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di Simone Palucci

E ora qualcosa di completamente diverso. Mi rimbomba nelle orecchie la musica del Flying Circus dei Monty Python. Vedo Macerata. Il nonsense quotidiano, le risse in consiglio comunale, statue massoniche, ponti provinciali, indagati d’eccellenza, sarti e giornali. La cultura diffusa a un livello tale che tutti fanno cultura, ma il pubblico è rappresentato da chi fa cultura, probabilmente sempre la stessa gente, facce critiche del lavoro altrui. Intendiamoci, ben venga la critica. Solo che il sacro Graal nostrano, continuamente nell’obiettivo di conigli assassini, è proprio la cultura, la leva tramite la quale sollevare il mondo. Il punto di forza, la svolta. E per un aspetto che la sfera politica affronta anche bene, quantomeno discretamente, riusciamo in ogni caso ad avere un problema rilevante. Ci sono fruitori di cultura? Ad eccezione di qualche evento di massa, la città è zeppa di spettacoli teatrali, di mostre, di concerti di classica e non, di sistemi museali, di chiese, di storia, di palazzi che lasciano indifferenti i cittadini. Macerata è satura di festival, eventi e presentazioni di libri, di poesia e narrativa, ma non di persone. Le presentazioni di libri solitamente contano, compresi i familiari, sette esseri umani in media. Le mostre navigano a vista, a meno che non siano curate dallo Sgarbi di turno, non diventino importanti e la gente si senta in dovere di non mancare all’appuntamento. Osvaldo Licini che quota raggiungerà? Il nostro sistema museale, che comprende addirittura quarantadue diocesi che vi partecipano, è conosciuto dai maceratesi? Voglio dire, quanti hanno visitato la pinacoteca di Macerata, o comunque del proprio comune di appartenenza? Io non scommetterei su una grande cifra in percentuale, ovviamente se eliminiamo la visita scolastica che qualsiasi classe delle scuole elementari effettua al museo della carrozza. Il senso della vita si racchiude in una manciata di azioni, quelle importanti, quindi forse è il caso di capire se la difficoltà di uscire dal pantano non dipenda tanto dalla mancanza di volontà della sfera politica, quanto dalla capacità della cittadinanza di accogliere e far funzionare l’offerta culturale di cui dispone. Poi si sa, la politica avanza in stile era glaciale su tutto, impuntandosi su cose semplici. Ma è sciocco lamentarsi del futuro dei pupi della torre dell’orologio se comunque non si sa di cosa si stia parlando perché non si è mai andati a vederli nella Pinacoteca civica. Oppure aspettare di capire se la statua massonica troverà piazza o no, protestando o sperando che avvenga, se non si è mai stati all’interno di San Filippo, del Duomo o dello Sferisterio. La città si sente, si vive, si respira. Si può star male per un cambiamento, se lo scorcio perduto faceva parte di un’insenatura dell’anima come luogo vissuto e affollato di ricordi, oppure gioirne se considerato una bruttura da modificare. Le città invisibili sono uno strato di pelle, ma vanno scoperte, vissute, ricordate, annusate. Il problema sta nel fatto che non si vive la città, non ci si siede nei suoi luoghi, non si sfrutta il potenziale di vicoli, piazze, palazzi, teatri, musei, avvenimenti storici, martiri e sangue. Pietre bagnate dal passato che echeggiano un vuoto. Non si vive la città, e non si vive neanche la cultura che essa offre. Certo è che abbiamo sicuramente il nostro Marco Pisellonio da deridere, ma come popolo non siamo propensi a cambiare, è questo il problema. Probabilmente la maggioranza sta, senza sapere neanche che la piaggia, quella scala anomala, è così fatta, con linee di mattoni sporgenti, perché aiutava il salire e lo scendere dei cavalli, fungendo per gli zoccoli da punto di leva in salita, e da punto di frenata in discesa. In compenso sbocciano i centri commerciali, le famose “vasche” che si facevano consumando i sampietrini di Corso della Repubblica si sono dislocate al Val di Chienti, al CorridOmnia, alla nuovissima Oasi. Così abbiamo ragazzi che nascono al centro commerciale, che trovano quello come spazio sociale, che non conosceranno mai il medioevo acciottolato del centro storico, il rimbombare di un pallone nei vicoli, il freddo della brezza natalizia in faccia il sabato pomeriggio dalle cinque alle otto. Non assorbiranno la Loggia dei mercanti, la torre civica, la casa del boia, ma Euronics, Intimissimi e Toys. E questi ragazzi ai loro figli non potranno fare altro che insegnare il centro commerciale, non la storia. Così ci troveremo sempre di più una intrigante offerta culturale ad uso di chi promuove l’azione culturale. Il destino crudele di un progresso che non è tale, perché non va realmente a braccetto con la cultura. Maceratesi, cambiamo. E ora qualcosa di completamente diverso.

(Nella foto un’animazione di Terry Gilliam)

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