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di Marco Di Pasquale

Pochi giorni fa è arrivata l’ennesima conferma, se davvero ce ne fosse bisogno, del fatto che la poesia è percepita carne viva dell’uomo, che il poeta parla di realtà e di segni concreti, che non si separa dal mondo, semmai si distanzia, a volte premuroso, a volte furiosamente appassionato, dal suo soggetto preferito, il mondo circostante, per osservarlo con uno sguardo inabissato, quasi a volerne recuperare la tramatura animale che lo intreccia e tiene insieme. Questo sembra fare il libro di Francesca Matteoni “Appunti dal parco”, pubblicato dalla casa editrice maceratese Vydia e recentemente gratificato dal prestigioso primo posto  ottenuto alla 31.esima edizione del Premio di Poesia Città di Legnano-Giuseppe Tirinnanzi.
Un libro ibrido, multiforme, che alterna momenti in versi a vere e propri torrenti narrativi, incorniciato il tutto dalle aderenti fotografie di Cristina Babino, anch’essa poeta e probabilmente anche per questo capace di una sensibilità affine alla Matteoni nel cogliere le atmosfere dei parchi inglesi e dei loro legittimi abitanti, gli animali selvatici, veri protagonisti della silloge.
La raccolta è suddivisa in “capitoli”, in prosa o in versi o anche con le due modalità miscelate, caratterizzati da un tema (animale o vegetale) i cui soggetti della poesia sono infatti quegli esseri che hanno una valenza totemica per l’autrice, che essa innalza a vessillo della propria poetica, permeata da un panismo che tuttavia non scivola mai nell’annichilamento emotivo, bensì ci mostra un amore consapevole esteso da un ambiente che non è semplice panorama ma che pulsa nelle nostre vene. Ce lo dimostra fin dalla prima pagina l’esergo che assimila gli uomini alle altre creature in un amalgama di ossidi e cortecce, in un vortice di vitalità gioiosa e partecipata: “i corpi sono questa ossidazione / di foglie laminate dentro l’acqua / la curvatura rapida di un pesce”. In questo catalogo di personaggi compare per primo lo scoiattolo, bruna presenza abituale nel cromatismo autunnale di Hyde Park con cui Matteoni si sforza di imbastire una sorta di dialogo degli occhi, tra i suoi colmi di curiosità e quelli del roditore, oscuri, chiusi come bottoni a qualsiasi interpretazione dei suoi pensieri, sempre che in lui ve ne siano, o almeno delle sue sensazioni.
Qui risiede la principale contrapposizione tra uomo e natura, tra chi tenta un’analisi del mondo e chi molto più semplicemente lo vive: la voce che scrive insegue i propri ricordi, le percezioni, le riflessioni sull’elemento naturale, di volta in volta sotto forma di scoiattolo, di oca selvatica ed infine di volpe, che, grazie al “muso acuto senza espressione” o alla “curva intraducibile della bocca”, difendono la propria separatezza invalicabile. Gli animali descritti da Matteoni attraversano come comete la strada della nostra esistenza, lasciandoci la tentazione di dare loro un significato, di immaginare una convergenza di sentimenti, quando invece l’unica conclusione certa a cui possiamo giungere è che essi sono “meravigliosamente indifferenti” a tutto ciò che non sia sopravvivenza e perpetuazione della specie.
Siamo noi, come la poeta ci ricorda tramite una poesia di Ted Hughes, a voler catturare il sogno ed il simbolo che la bestia rappresenta nel nostro pensiero, e siamo sempre noi a voler mettere in mostra quella che è una vocazione al nascondimento. Sapere e non sapere diventa il discrimine: sapere è l’obiettivo dichiarato dell’esperienza umana e poetica di Matteoni, che scava nel sottosuolo della propria esperienza con una semplicità piana della composizione, spalancata poi su vertigini di immagini e concetti che dimostrano lo spessore poetico dei testi. Il contaminato spazio urbano londinese, ingombro di “cartoni del fast-food” e di “lenzuola / mischiate nelle foglie”, è il fondale delle riflessioni dell’autrice che insegue i suoi animali interiori fin dentro la propria infanzia, fino al primo incontro con la volpe, in una notte appenninica in auto col padre, descrivendo l’eccitazione che un frammento di un incontro fulmineo con la wilderness (“l’avevamo riconosciuta dalle orecchie e dalle dimensioni”) provoca in noi esseri inciviliti.
Alla fine di un percorso di ragionamento e presa di coscienza di questa distanza irriducibile, nell’ultima pagina dell’ultimo capitolo, ancora dedicato alla volpe, Matteoni augura a tutte le creature che vivono nella loro inconsapevolezza della fenesia umana, di poter essere al sicuro, in salvo da un mondo che precipita nell’abisso di un incessante progresso e che a loro non può che risultare ignoto ed ininfluente: “[la volpe] non sa niente di me. Mi sfugge sempre ad ogni incontro. Sparisce dove io non posso andare”.

(immagine tratta dal sito http://www.juzaphoto.com)

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