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Hernàn

di Eleonora Tamburrini

Il sipario è calato, avvoltolato sull’attore invisibile, sullo spettatore inesistente.
A chi si rivolgono le programmazioni dei piccoli teatri di provincia che in questi giorni fanno la loro comparsa sotto forma di sottili, sottilissimi pieghevoli? È la prima domanda che mi viene in mente scorrendo con un certo dispiacere il calendario del Teatro Apollo di Mogliano (dove vivo) e come questo altri, nel maceratese e non: con pochissime eccezioni i piccoli comuni coi loro piccoli teatri arrancano.
Avere in paese un teatro storico sembra diventato un peso più che un’occasione; e la condizione è diffusa, data l’altissima densità di teatri sette-ottocenteschi nelle Marche, senza contare poi quelli di epoca romana. Come coi gioielli di famiglia, per chi ne possiede: ci si è in qualche modo affezionati, ma si avverte un senso di responsabilità non richiesta, la consapevolezza un po’ abbozzata che sì, bisognerà pur indossarli, ma servono sempre tempi migliori e occasioni imprecisate. Specie in un’epoca di benaltrismo imperante come questa, parlare delle stagioni teatrali di provincia sembrerà bellamente fuori fase.
Eppure il paradosso è stridente: lo splendore dei luoghi – affreschi, palchi lignei e acustiche perfette – evidenzia per contrasto la mediocrità delle programmazioni. In ogni caso la necessità non assolta di valorizzare strutture di interesse storico-artistico è solo un ordine della questione; altro aspetto è quello della crisi nazionale del teatro, al di là dei luoghi atti ad ospitarlo.

Dunque mi chiedevo a chi si rivolgono le programmazioni dei piccoli teatri di provincia. Non è forse la domanda centrale e nemmeno la più risolutiva. Nasce più che altro dallo sconforto di fronte ai titoli in circolazione: commedie dialettali, commedie col titolo a doppio senso e strizzata d’occhio inclusa, commedie purché dichiaratamente d’amore, o in alternativa la sempreverde lettura di poesia (d’amore). Il tutto per lo più a cura di compagnie di volenterosi amanti ed amatori, per un pubblico di parenti e amici degli stessi che non può che restringersi fino a scomparire.
Insomma, quella che fino a qualche anno fa era la proposta “extra” è diventata quasi ovunque l’unica via, senza possibili alternative. La sensazione è che il drastico abbassamento del livello dell’offerta nei piccoli teatri (e non vale ovviamente solo per le Marche) corrisponderà a un definitivo crollo degli abbonamenti, una delle poche strategie di fidelizzazione messe in atto dai Comuni, sempre piuttosto arrendevoli di fronte al disastro.
Si potrebbe guardare con un misto di rabbia e compatimento alle altre manifestazioni che di contro vengono promosse a dispetto della crisi: minimi festival per egocentrismi smisurati, sagre di neonata tradizione, rievocazioni storiche ormai deserte che avranno esasperato persino i figuranti. Non mi interessa entrare qui nel merito dei costi e dei ricavi per la pubblica amministrazione, né dei contenuti di queste manifestazioni; non credo che debbano essere abolite, ma va detto che rappresentano scelte molto chiare, dopo le quali parlare di indisponibilità di risorse per altre attività fa sorridere amaramente. Con poche evidenti eccezioni, la politica culturale a questi livelli semplicemente si tiene in superficie, demanda, latita, scompare.

Si dirà che i Comuni hanno sempre meno soldi, ed è vero. In generale gli enti (le Province agonizzanti, la Regione), che un tempo facevano rete, ora non hanno più la forza, ma nemmeno la volontà di intervenire in certi campi giudicati accessori. Per giunta il Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) ha subito per il 2013 un nuovo taglio del 5%; per avere un’idea del disinteresse della politica nazionale nei confronti di questo specifico settore consideriamo che lo scorso anno il teatro ha ricevuto dallo Stato 65 milioni 998 mila 825 euro, pari ad appena il 16 % per cento del Fus. Se allarghiamo ancora di più la visuale troveremo anche in Europa la coreografia di un declino sincronizzato; ma forse faremmo bene anche a guardare chi, come la Germania e soprattutto la Francia, ha tenuto tutto sommato ferma la barra degli investimenti sullo spettacolo, al punto che molte produzioni teatrali e cinematografiche italiane di qualità non avrebbero mai visto la luce senza appoggi d’oltralpe.

Il teatro è morto, viva il teatro. Perché se è bene avere chiara la situazione nazionale, gli amministratori locali dovrebbero evitare di sventolare questi dati a totale assoluzione. In parziale risposta ripeto il mantra: occorre fare rete. Lo dico con riluttanza perché è fin troppo di moda costruire reti senza negoziarne prima i contenuti e gli obiettivi. Però è evidente che accanto a una rivendicazione sacrosanta di diritti, spazi e fondi, le piccole realtà (intendo i Comuni coi loro teatri, ma pure le associazioni, le compagnie che veramente fanno formazione e ricerca) dovrebbero allearsi per mettere a fuoco un proprio ruolo collettivo, per innervare un intero territorio e quindi esercitare una vera pressione politica sulle più alte sfere. Altrove è accaduto, sta accadendo: penso ai piccoli teatri toscani, o alla rete dei piccoli teatri metropolitani di Napoli. Si tratta di iniziative che aumentando i servizi al pubblico, condividendo i costi, calibrando una programmazione concertata, facendo insieme marketing e promozione tentano di rimettere al centro lo spettatore e il ruolo artistico e sociale del teatro stesso.
Certo serve coscienza, perché aprire i teatri ha spesso significato negli ultimi decenni chiuderli alle compagnie di ricerca e sperimentazione che esistono eccome, anche a livello locale, e che offrirebbero ai Comuni valide alternative tanto ai cartelloni “nazionali” sempre più inarrivabili (e sulla cui dipendenza dai grandi nomi dello show-biz si potrebbe ancora dire molto), quanto alla deriva amatoriale tout court. Con l’alibi di una presunta maggioranza da assecondare, si è abbassato in modo brutale il livello degli spettacoli: tutto è fruito e digerito senza dramma, il piccolo teatro diventa comunicazione da fluidificare, e dal pubblico di provincia ci si aspetta che rivendichi, da consumatore scrupoloso, il diritto a riconoscere immediatamente ciò che vede. E rientrare così a casa rassicurato, esattamente uguale a com’era uscito. Il teatro è morto.

Però, come il re del detto noto, anche il teatro può morire nella contingenza di un momento storico o di un luogo, ma resistere nell’idea; così dalla nebbia emergono associazioni, spazi occupati, personaggi tanto luminosi e imprevisti e dirompenti da lasciare quanto meno dei dubbi sull’esito della partita. Certo come Paese ci stiamo impegnando a distruggere ogni spazio di ricchezza potenziale (cultura, paesaggio, ricerca), ma pure nella miopia e nello sconforto, pure da dietro un sipario calato, molti sono ancora pronti a dire con Artaud: “la discrezione non fa per noi”.

(opera di Hernàn Chavar, membro di Adam Accademia delle Arti di Macerata. birdhouseboy.blogspot.it)