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di Ilaria Piampiani

“La vita è dentro. La paura è fuori.”

È un nebbioso sabato sera di fine Ottobre. Civitanova Alta si chiude nelle proprie case lasciando uno spiraglio di apertura al tradizionale appuntamento di campionato nel bar centrale e alle ormai rare rappresentazioni di un Teatro che abbia ancora qualcosa da dire.
Attraversando le intrecciate vie della città alta, tra il vociferare delle mura e il miagolio di gatti erranti, arriviamo alla luminosa Galleria Centofiorini dentro la quale si consuma la solita piacevole attesa dello spettatore che ha appena preso il suo posto.
Colpisce subito la particolarità dell’ambientazione: una Galleria che si presta ad una manifestazione teatrale, organizzata da Nessunteatro, pur mantenendo la sua devozione per l’arte figurativa che fa da cornice, con un’anticipazione della mostra di bronzi e carte su Marcel Dupertuis che verrà inaugurata il prossimo 9 Novembre.

Non ci stupiamo, dunque, se dinanzi a noi non si apre alcun sipario rosso scarlatto.
Ci fermiamo a guardare una scenografia scarna, essenziale, un muro bianco su cui fanno ombra degli strumenti musicali inusuali per atmosfere uditive nuove create da un silenzioso Emanuele Manolo Cedrone, e riempite da un “ingombrante”, positivamente parlando, sfogo umano. Il tormento ha i capelli lunghi, indossa gli occhiali e si serve della fisicità e della voce di una notevole Alessia Bedini.
La storia raccontataci prende le mosse dall’infanzia, l’estate della vita, i verdi anni di un’esistenza che comincia e che si nutre di curiosità, di novità, di gioco. Quando si è piccoli tutto è gioco, tutto può trasformarsi in una storia da vivere, in un’avventura da intraprendere, persino versarsi il latte addosso poteva essere l’input giusto per un gioco inedito.
La natura del gioco non dovrebbe mai essere sottovalutata: ci si immerge in esso, ci si trasforma, si cerca qualcosa di preciso o semplicemente qualcosa, ci si aspetta qualcosa, lo si attraversa uscendone poi cambiati. Giocando si impara, si cresce, sviluppiamo noi stessi, i nostri desideri, la nostra fantasia e, forse, le nostre più recondite paure.

Paura e gioco, gioco e paura. Quando queste due ambivalenti componenti della vita s’intrecciano, un rischio viene a galla: quello di giocare per paura, di giocare con la paura, finendo irrimediabilmente ad aver paura del gioco.
Nella paura molte volte c’è insoddisfazione, frustrazione o semplicemente timore di lasciarsi andare, di uscire dagli schemi che ci siamo preposti, così, nemmeno rendendocene conto; nella paura ci siamo noi stessi urlanti in un glaciale silenzio, torbidi in una routine altrettanto torbida e piena di ma e di troppi se. Basta quindi un nulla in questa esistenza nebbiosa a trascinare nelle regole impietose di un gioco diverso da quello d’infanzia, che cambia e inghiotte: il gioco della dipendenza. Quest’ultima si appropria del suo giocatore, lo deruba della sua coscienza, della sua possibilità di scelta, dei suoi progetti, si prendela sua esistenza e lo allontana da sé. La dipendenza si fa gioco della persona che pensa solo di fare un tentativo, di sfidare la sorte, di ascoltare una voce in un sogno, per poi ritrovarsi, quasi fosse un automa, soffocata dal suo stesso desiderio di tentare, di sentirsi dire che i numeri sono quelli giusti, che la vittoria è in tasca , che i soldi buttati non sono nulla in confronto a quel brivido di un momento.
C’è la tragica fragilità di differenti generazioni nella voce della Bedini, la rovina di giovani, anziani, madri e padri di famiglia che si vendono alle luccicanti e vivaci schermate di una slot machine di un bar, o alle tante pubblicità che promettono di essere vincitori a vita solo strappando la benda alla Fortuna con una monetina. C’è la fragilità di una nazione che specula sulla sua stessa disperazione, sulla sua stessa debolezza, rifacendosi sulla speranza andata a male di chi ormai ha poco o nulla da perdere.

Nel monologo scritto e diretto da Francesca Rossi Brunori, c’è tutto questo e molto altro. Nel caso di specie c’è questa donna, una supplente di un’insegnante di sostegno che cerca di arrivare a fine mese lavorando anche in un call center, una donna entrata nel tunnel di questo gioco pericoloso che non concede nulla, in cui i vincitori non hanno più soldi in tasca ma svelano le regole del nulla e si guardano allo specchio promettendosi di farlo più spesso per riconoscersi, capirsi e amarsi.
Questa donna si toglie i tacchi, si toglie gli occhiali e si scioglie i capelli: lei decide di correre invece di camminare in punta di piedi, di lavarsi il viso invece di truccarlo con ironia pirandelliana, di lasciare la paura fuori per far gridare la vita che c’è dentro, di non buttarsi più il latte addosso ma di uscire per bere una cioccolata non programmata.