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Carlo_Magini_Nature_morte_aux_oignons_coppa_et_lettre_sur_un_entablement

di Camilla Domenella

Di lui, non ne aveva parlato nessuno. La Storia dell’Arte lo aveva abbandonato in soffitta, a impolverare in quel grosso scatolone con su scritto “ignoto”, che è l’anticamera del dimenticatoio.
Lui era uno di quei giovani eccellenti, bravi, competenti e capaci, puntualmente costretto a scendere a compromessi per sbarcare il lunario. Era, come diremmo oggi, un precario, un cervello che non poteva permettersi la fuga.

A Carlo Magini, pittore fanese del Settecento, toccò questa triste sorte di attraversare in sordina la Storia, e l’Arte.
La sue vicende, e le sue opere, sono state raccontate mercoledì scorso dalla dottoressa Giuliana Pascucci, intervenuta al secondo appuntamento della rassegna “Percorsi d’arte e nuove letture” che, attraverso conferenze e visite guidate, sta preparando Macerata alla riapertura della Pinacoteca a Palazzo Buonaccorsi.
Giuliana Pascucci, storica dell’arte, esperta di comunicazione museale, curatrice della Pinacoteca maceratese, ha offerto al pubblico della Biblioteca Mozzi-Borgetti l’occasione per conoscere questo prezioso artista marchigiano. Prezioso sì, perchè Magini sconvolge proprio per la raffinatezza dei suoi ritratti e delle sue nature morte, per la minuziosità dei dettagli, per l’attenzione ai particolari.
Un pittore abile, abilissimo, il Magini, ma che ha avuto la sfortuna di non esser mai stato riconosciuto e debitamente celebrato dalla Storia dell’Arte. Solo in tempi recenti, grazie agli studi dei critici Luigi Dania e Pietro Zampetti, la questione Magini è emersa per iniziare a sbrogliarsi.
Enormi infatti sono stati i problemi di attribuzione. Molte opere del Magini non erano state riconosciute come tali: le si attribuiva ad un ignoto pittore, operante tra il centro e il Nord dell’Italia.
Come ha ricordato la dottoressa Pascucci, con le parole di Zampetti, Magini è il “pittore ritrovato due volte, dalla doppia identità”, cioè nuovamente considerato per la sua grande opera di ritrattista nonché restauratore, e finalmente elevato al posto che gli spetta: quello di maggior rappresentante del genere naturamortista del centro Italia.
Il pittore fanese merita allora un’adeguata riconsiderazione.

Carlo Magini nasce nel 1720 a Fano e attraversa per intero la vita della Marca nel ‘700. E’ il secolo del consolidamento del potere papale nel centro-Italia, della campagna Napoleonica, delle conseguenti razzie francesi; è il secolo in cui, nell’arte, si toccano il tardo barocco, il rococò, il classicismo ritrovato.
Il Magini assorbe queste influenze, ma non assurge a diventarne il rappresentante. Egli, semplicemente, non può.
Figlio di Francesco, orefice, e di Elisabetta Ceccarini, il Magini viene preso a bottega dallo zio Sebastiano Ceccarini, artista che godeva di un certa fama nell’ambiente centroitalico.
E’ nella bottega romana del Ceccarini che Carlo conosce i maggiori maestri del tempo, impara la tecnica, e viene a contatto con quel tran-tran culturale di cui pullulava la Roma pontificia.
Il mercato di opere d’arte era assai fiorente all’interno dello Stato della Chiesa. Ogni anno scendevano in Italia moltissimi ricchi viaggiatori europei, attratti dalle bellezze artistiche del territorio. Questi affollavano allora le botteghe dei pittori, ai quali commissionavano copie di opere viste nelle loro gite. Se le riportavano a casa, come ricordo, come souvenir.
Il Magini affina così la sua tecnica: conosce, riproduce, copia. Tra le tante opere che realizza, coerentemente con questa sua attività, il Magini dipinge una copia della “Natività della Vergine” di Annibale Carracci. E’ così ben fatta, che i Francesi, quando arrivano per trafugare, portano via sia la copia del Magini che l’originale del Carracci, non riuscendo a stabilire quale dei due dipinti fosse quello autentico.
Le ristrettezze economiche nelle quali si trovava, portano il Magini persino a collaborare coi Francesi in questa loro razzia artistica, aiutandoli a redarre un elenco che compendiasse le maggiori opere del territorio marchigiano.
Così è Carlo Magini: in balìa delle situazioni, in balìa degli eventi, dai quali però riesce a cavare dei veri capolavori.
Magini viene richiesto come “pittore di figure”, ed è in questo campo che fa sfoggio delle sua abilità. Il ritratto del vescovo Pompeo Compagnoni è un’opera di un’intensità abissale.
Il vescovo è raffigurato di tre quarti, allo scrittoio: le mani reggono un libro, il viso rivolto all’osservatore che ha interrotto la sua eterna lettura. Il vescovo sembra rimproverarlo: è l’osservatore a sentirsi indagato, spiato, colto in flagrante. Lo sguardo del vescovo è un corpo unico di emozioni evidenti: i suoi occhi osservano densi e concentrati, benevoli e diffidenti ad un sol tempo. Le labbra piegate ad un sorriso tirato si fanno beffe dell’osservatore insolente.
Diverso, per intensità ma non per minuzia di particolari, è il ritratto di Maria Fittili, moglie del noto cavaliere pontificio Tommaso Lauri. La dama, anche lei rappresentata di tre quarti col libro in mano, è ornata di un anello, di una spilla. La cura con la quale il Magini ha dipinto questi dettagli denota una capacità pittorica degna di un grande artista.

Contemporaneamente alla sua attività di ritrattista, Magini sviluppa le sue capacità di pittore di nature morte. E’ su questo tema che l’artista fanese esprime in massimo grado le sue abilità.
Le sue nature morte si compongono di elementi quotidiani, casalinghi. Il cartoccio di salame abbandonato sulla tavola sembra emanare il profumo rustico del suo contenuto, la bottiglia di vetro si nasconde suo malgrado nella fioca luce della cucina, un coltello a destra e una chiave a sinistra, che giacciono come casualmente abbandonati sulla tavola di legno, donano equilibrio alla composizione.
Il realismo maginiano espresso nelle nature morte è qualcosa di vivo e sincero, che va oltre la tela. Gli oggetti rappresentati sembrano non-eterni, asserviti anche loro allo scorrere del tempo, soltanto eternamente ripetuti. A osservare il quadro, ci si aspetta di vedere scivolare da un momento all’altro la goccia di vino lungo la pancia della brocca, di sentire i passi della cuoca avvicinarsi alla cucina per recuperare il coltellaccio, di veder arrivare qualche fanciullo per assaggiare furtivamente la fetta di salame abbandonata e invitante.

Le opere di Magini sono un gioiello che le Marche avevano dimenticato di indossare. Questo allora è il momento di tirarle fuori dallo scrigno e sfoggiarle con la stessa eleganza che il Magini usava per realizzarle.

(In foto: Natura Morta)

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