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angelo ribelle

di Eleonora Tamburrini

“Osvaldo Licini e le carte parlanti” non è una mostra facile, e benché il titolo prometta rivelazioni, al visitatore si squadernano gli arcani. Nei locali dell’ex chiesa di San Francesco a Civitanova Alta l’Associazione Cartacanta ha curato per il Festival in corso in questi giorni e fino al 3 novembre un allestimento raffinato che accoglie tracce e disegni: un’inesauribile propedeutica per ricominciare a dipingere.
Il visitatore si sentirà sedotto, ma forse pure abbandonato al gioco sensuale e scomposto delle carte: qui mancano quasi del tutto le attestazioni pittoriche dell’artista, e si raccoglie invece la collezione rapsodica (privata o proveniente per lo più dal centro studi di Monte Vidon Corrado o dalla galleria liciniana di Ascoli Piceno) di materiale preparatorio sulle più variegate forme di supporto: il sacchetto del pane e il foglio da disegno, il blocco note millimetrato e il lacerto di una busta col mittente. Su tutto, dagli anni Venti agli anni Cinquanta, Licini schizza, annota, cancella, mescola segni e lettere, prepara.
Esco con l’idea che manca, mi manca, una visione illuminante, una giuntura con il resto della produzione liciniana e pure con l’esterno; manca qualcosa che mi salvi dal credere questo materiale residuale, qualcosa che faccia parlare queste carte.

La visione avviene pochi giorni dopo a Bologna, al Mambo, nella sezione che ospita attualmente un allestimento provvisorio del Museo Morandi: vedo, affiancati, un quadro e un disegno del ’64, realizzati dall’artista poco prima della morte. Nel primo, Morandi comincia a impastare i soggetti con lo sfondo; o meglio, l’architettura di bottiglie si disfa nell’ocra, sempre più verso la pura forma. Il disegno non è lo schizzo che prepara quel quadro, ma ne condivide il mistero estremo (non una parabola in discesa, piuttosto un nuovo inizio per l’artista): il tratto nero si stacca dagli appigli, i contorni si schiudono e si fanno invadere dal bianco; e poi la linea suprema che in Morandi sempre divide il piano d’appoggio dallo sfondo, qui è appena accennata, suggerisce senza distendersi.
Non faccio che calcare un terreno battuto, quello delle divergenze parallele tra Licini e Morandi ben individuate dalla splendida mostra vista un paio di anni fa tra Fermo e Monte Vidon Corrado, a cura di Marilena Pasquali e Daniela Simoni, che a sua volta raccoglieva il monito di una fondamentale esposizione pensata da Giuseppe Marchiori per la Galleria Due Torri già nel 1976. E mi accorgo che il confronto non smette mai di produrre reciproci svelamenti: pur nell’apparente distanza degli esiti, Morandi e Licini sono in perenne ascolto di un’istanza comune delle cose che è la loro essenza, la pura forma; comprendono cioè pienamente la lezione dell’astrattismo europeo e lo declinano in due grammatiche anomale e dunque rivoluzionarie. Così il disegno di Morandi è l’emblema di un’intera teoria pittorica, la sottrazione degli oggetti al quotidiano e la loro riconsegna a un orizzonte assoluto. Allo stesso modo le carte di Licini parlano, se le consideriamo le prime portatrici di idee e diagrammi, di quegli esoscheltri che precedono i corpi e sopravviveranno loro. Il disegno è insomma per i due pittori, amici e antipodi, il simbolo di una ricerca profonda sulla realtà come principio e vetta d’astrazione.

“Nulla è più astratto del reale”, e a dirlo fu Morandi: che non viaggiò se non quando si rese indispensabile e visse sempre nella stessa casa bolognese, o al più tra i calanchi di Grizzana; sempre Morandi che dipinse ostinatamente la minima realtà di colline, di fiori di stoffa e di bottiglie. Solo durante la guerra fece conchiglie, e smise con la fine del genocidio per non farne mai più. Intanto il marchigiano Licini, grande amico degli anni all’Accademia di Belle Arti di Bologna, partiva per unirsi agli italiens de Paris, declamava Campana nelle notti folli con Modigliani (che rispondeva con Rimbaud), respirava l’aria di Picasso e De Chirico, Matisse e Braque, Mondrian e Chagall, accordava l’avanguardia bolognese e futurista con un nuovo passo da flanêur, andava e tornava dalla guerra. Eppure nelle vedute e negli studi per marine (in mostra anche a Civitanova), nelle carte e nelle tele del ritorno a Monte Vidon Corrado, emerge una caccia al senso, al sacro perfino, una ricerca basica e uguale a quella dei paesaggi morandiani. Pare che sempre Morandi chiese al geometra della sua ultima abitazione di attenersi al suo progetto schizzato su un foglio: la casa stilizzata di un bambino (di nuovo, l’essenza in un disegno). Ecco, le stanze di Grizzana e l’altana di Monte Vidon Corrado le immagino vicine o dirimpetto; alla finestra, una visuale non dissimile da Ad Parnassum di Klee.

Le carte in mostra a Civitanova covano le molte genesi del percorso liciniano, carsico, metamorfico, ribelle. Il futurismo, l’archipittura, i ritmi si avvicendano; Licini assimila nel tempo la lezione di Malevič e di Mondrian, di Matisse e di Kandinskij, ma ricerca un superamento che aduni la complessità delle sue esperienze e si sottragga al dettato dei gruppi e delle scuole. La sintesi massima avviene nelle opere della maturità: nelle serie degli Olandesi Volanti, delle Amalassunte, degli Angeli Ribelli, si esprime pienamente un’indole tormentata e ironica, cosmica ma capace di leggerezza, si avverte il senso del sacro che scalpita, governato sotto gli strati di colore (in fondo negli stessi anni, Rothko veniva a Firenze per vedere gli affreschi del Beato Angelico e in nome di quelle campiture luminose completava la Houston Chapel).
Così già nel corpus grafico di Licini si evidenzia lo scarto tra trazione e tumulto, e non mancano anche qui suggestioni antiche; dice bene Birolli, ciò che attrae l’artista è “lo spessore esaltante che le figurazioni acquistano sulle piccole tavole” come quelle dei “primitivi italiani”. E se nei dipinti le dimensioni sono spesso ridotte, negli schizzi lo spazio è addirittura minimo, scelto o precario, ghermito ai supporti occasionali.

Torno a guardare i disegni. Il loro fascino è aumentato, e non soltanto perché attraverso di essi è possibile ricostruire in modo filologico la grammatica mentale di un quadro futuro, dove una cancellatura vale quanto un segno. Questo potrebbe contare molto per qualsiasi artista, per qualsiasi pittura. Ma mi sembra che per Licini conti tantissimo, per quel suo modo di dipingere sempre in fieri, per quel trattare anche i dipinti come materia instabile, rivoltandone senso e accento senza nessun timor sacro per l’opera finita. La chiamava Marchiori “la misura della sua incontentabilità”, magari a fronte di certi proclami che Licini riservava al proprio lavoro: “Non creda – scriveva proprio a Marchiori in procinto di allestire la mostra di Ivrea – di trovare qualcosa di buono nel mio studio: tutto quello che ho deve essere riveduto e corretto”.

Il primo disorientamento provocato dai disegni in mostra deriva forse dal loro essere in provocatorio divenire, esposti alla contraddizione, contrari all’autonomia del “finito”; e questo diversamente, credo, dagli apparati grafici più celebri di altri autori anche vicinissimi a Licini come Modigliani. Lo sconcerto sta nel rapido accenno del dorso del “capro”, nelle anatomie molli e difformi delle Amalassunte, nel segno nervoso usato per le torsioni e i carpiati degli Angeli ribelli. Tutto si muove in queste carte come in un time lapse, con i Personaggi, organismi in divenire, che tremano sbocciando.
Già orfici, già notturni prima che sopraggiungano i cromatismi delle solide notti liciniane, appaiono i viaggiatori impossibili, gli slanci di mani e piedi e la luna cuoriforme, un po’ fanciulla esangue, un po’ regina adolescente: è la Chimera di Campana. Si posa su un orizzonte basso, i sibillini di cui possiamo immaginare il colore, un volgere rapido dal dall’azzurro al lilla al nero; in mezzo non sembra più così dissonante la presenza di altre scritture più o meno occasionali come indirizzi, titoli, lettere isolate, persino l’ironico ammonimento accanto al dito cosmico puntato in direzione terra: “Sono queste le tue penitenze? È così che sconti i tuoi peccati?” Molto di questo travaglio finirà nei dipinti, compresa la cabala cifrata delle lettere e dei numeri.
Così si costruisce il duello impalpabile degli angeli caduti, cui già spunta una coda che non ne intacca la souplesse. Contro cosa si dibattono? E per cosa invece lo stupore degli occhi, le dita protese delle Amalassunte? Forse solo per la bellezza, che sta da qualche parte tra la disobbedienza e la grazia assoluta dell’ideale.

Credo che Licini sarebbe insofferente a molte elucubrazioni in più sui suoi personaggi: “capire il volto della misteriosa bellezza […] per noi pittori è tutto quel che conta”, scriveva.
Ma la comprensione come immediata percezione di figura/poesia visiva, giungeva per lui, giunge per noi, assieme a un lungo assorbimento di epoche, esperienze, letterature; un lavorìo che è innescato dalla visione e di cui la visione stessa si alimenta, a partire dal disegno. Per questo, all’interno di una mostra di non facile fruizione come questa, incentrata su materiale spesso considerato meramente preparatorio o documentario, occorrerebbe che la storia uscisse maggiormente allo scoperto, che i moltissimi interlocutori artistici di Licini fossero idealmente presenti, che la poesia su cui si incardina tutto il suo discorso pittorico (Campana certo, ma ovviamente Leopardi e tutti i maudits) venisse convocata. Cercando nuove vie o percorrendo strade più note (a costo di apparire didascalici, ma si tratta pur sempre di una mostra raccolta, e forse il contesto sarebbe quello giusto). Per chi ha già avuto modo di incontrare Licini e (soprattutto) per chi non l’ha mai visto prima, e lo vedrà magari uscendo, nel primo cielo, nella luna occhiuta e beffarda, slanciata mani e piedi nella mente, “garantita d’argento per l’eternità”.

(Angelo ribelle, fine anni ’40, presente in mostra/Ascoli Piceno, Galleria d’arte contemporanea Osvaldo Licini)

Domenica 27 ottobre alle 17,15 si aggiungerà alla mostra un nuovo accento: sarà presentato infatti un’opera inedita, la Madonna della Pace, di recentissima scoperta, per la quale si propone l’attribuzione a Licini. Interverranno la Direttrice del centro Licini Daniela Simoni, i critici Domenico Pupilli e Pietro Mezzabotta, lo scrittore Angelo Ferracuti. La mostra resta aperta intanto tutti i sabati e le domeniche dalle 17 alle 20 fino al 3 novembre

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