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pizzic10

di Arianna Guzzini

Un teatro che pullulava di gente, questo era il Lauro Rossi la scorsa domenica del 20 ottobre. Gente in attesa fuori in Pizza della Libertà, gente in coda per il biglietto, gente ovunque, gente dappertutto, tanto che ho dovuto trarre un grosso respiro di sollievo e rallegrarmi di essere riuscita ad accaparrarmi un posto in piccionaia. Sia chiaro, in genere detesto la folla, ma è solo una strana forma di claustrofobia. Mi irrita quando mi si priva del mio spazio d’aria e vitale e l’isterismo arriva allo svenimento. In posti come il teatro accadono però cose buffe, curiose e si dimenticano i nervi andanti. Il pubblico crede di assistere ad uno spettacolo, invece diviene esso stesso la prima forma di rappresentazione. Il limite perimetrale di una sedia concentra tutto nella smorfia e nella posa. In un posto così gremito la modestia dello spazio fa scadere gli spettatori nel loro cliché. Sono lì , costrettesi al minimale movimento, s’accomodano mascherando un certo affanno, allora i gesti si fanno netti, limitati come sono, concentrano ogni impulso in poco niente. Sembra l’esercizio di un attore durante lo studio per il suo esordio, che vuole raggiungere l’essenza del gesto togliendo il superfluo, soltanto che a differenza di un attore non sanno di mostrarsi un po’ più nudi. Certamente molto si è discusso sulla posa dello spettatore e sul ruolo che dovrebbe assumere durante uno spettacolo teatrale, sul fatto che in fondo non può che smascherarsi durante la catarsi, reale o presunta; sicuramente moltissimi scrittori si sono soffermati divertiti ad osservare quel concentrato di genere umano. Dunque nulla di nuovo a parlar dello spettatore, però per una volta ho voluto concedermi un po’ di leggerezza durante le pause a luci accese di “Casa di Bambola” di Ibsen, in una rappresentazione piuttosto solida e lineare, in cui tutto fila piacevolmente senza che mai vi sia alcun dubbio dall’inizio alla fine che Nora nell’ultima scena abbandonerà la casa del marito. Gli attori della compagnia Eclissi si dibattono fra signore orgogliose della loro presenza e partecipazione, decine e decine di studenti liceali che colgono l’insolita occasione per adoperarsi nell’adescamento, professori rassegnati che s’immolano per l’educazione borbottando per l’ennesima volta fra sé e sé che mai più proporranno agli alunni una cosa del genere. In mezzo a tutto ciò c’è Nora, abilmente interpretata da Marianna Esposito, che focalizza l’intero suo dramma nella preparazione della sua danza, l’ultimo sacrificio che concederà a Torvard, desideroso di ammirare la sua consorte ballare per mostrare a tutti quanto di bello e grazioso ci sia nel suo giocattolino. Non a caso il ballo dovrà essere una tarantella, perché si sa, una volta scacciata la tarantola, ci si libera, si ritorna alla sfera dell’umano.