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di Ilaria Piampiani

“È opera nostra lo sfruttamento di monti e delle pianure. […] Siamo noi che ci sforziamo di costruire in seno alla natura una seconda natura.” – Cicerone-

Così nel De Natura Deorum Cicerone riassume l’antica saggezza dell’uomo che vive e costruisce un paesaggio intorno a sé, mantenendo la percezione di una Natura che, pur ospitandolo temporaneamente, si lascia plasmare e modificare, sempre pretendendo il giusto rispetto. All’insegna di questo pensiero prende avvio il Convegno “Paesi, paesaggi e passaggi. Come perdere e ritrovare la capacità di abitare i luoghi”, incontro organizzato all’interno della manifestazione Cartacanta, fortunata e ormai quindicennale rassegna culturale che anima Civitanova Marche, incentrata sul valore della carta in tutte le sue forme e materiali, sulla sua versatilità e sulla capacità stessa di farsi arte.

Lo spazio multimediale San Francesco a Civitanova Alta in tale occasione ospita quattro personaggi d’eccellenza nell’ambito paesaggistico: Franco Arminio, poeta, scrittore nonché paesologo, Franco Farinelli, geografo e Direttore del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna, l’architetto Franco Panzini, paesaggista e docente presso l’Università di Venezia, e infine il senatore Massimo Caleo, membro della Commissione Territorio, ambiente, beni ambientali.
Questi quattro uomini dall’esperienza differente e dal background culturale miscellaneo, sono accomunati dallo studio e dall’interesse per il paesaggio, per l’ambiente che ci circonda, in cui viviamo costruendo il nostro habitat. Viene presentato l’idea di territorio non solo fatto di Natura, bensì considerato in un’accezione ben più ricca ed estesa, essendo tirate in ballo le componenti culturali che rendono il territorio stesso un humus su cui si fonda un modo di vivere. Questo perché il concetto dell’abitare non si attiene solo alla localizzazione in uno spazio geometrico, ma all’esposizione dell’uomo all’ambiente con cui egli si relaziona attraverso il sentimento di appartenenza e identificazione con esso. Ogni abitante, infatti, assume inevitabilmente, in un certo senso, le sembianze del paesaggio che lo ospita, in base al quale organizza la sua quotidianità, il suo lavoro, la sua giornata la costruzione della propria casa.
Cambiando panorama, spostandoci geograficamente, possiamo constatare un cambiamento nell’architettura dei luoghi: ciò accade passando ad esempio dalle perfette e suggestive casette in legno della Val Gardena alle case colorate dei pescatori di un borgo marinaro.
Nella rielaborazione che le persone fanno del luogo in cui mettono radici individuiamo dunque l’identità di queste ultime, le tradizioni della comunità che vi si è insediata, gli espedienti con cui si è difesa in passato dai disagi che il terreno comporta, sfruttandone a proprio vantaggio i punti di forza. Su questo si incentra l’intervento del senatore Caleo, uomo ligure che porta con sé l’esperienza di quelle terre, meravigliose quanto fragili. Il punto su cui batte con decisione il senatore è la necessità di preservare l’ambiente che ci circonda, non solo con i dovuti accorgimenti, ma soprattutto vivendoli in maniera adeguata ed evitandone l’abbandono. Occorre recuperare l’identità dei piccoli centri storici, rivitalizzarli e vivacizzarli attraverso iniziative culturali che invoglino anche le giovani coppie a lasciare le città per insediarsi in una realtà più raccolta e piena di fascino. Le Marche sono piene di questi caratteristici paesini che si affacciano sulla splendida campagna che caratterizza la nostra regione, ricca di panorami che abbracciano gli Appennini e il Mare Adriatico, passando attraverso tradizioni e dialetti eterogenei.
Una realtà diversa ci viene presentata dallo scrittore Franco Arminio: la sua Irpinia devastata dalla forza inarrestabile e distruttiva del terremoto, la trasformazione a cui è stata forzosamente sottoposta e come questo ha cambiato il modo di guardare del poeta. “Prima del terremoto non era il Paradiso, eppure vengono le lacrime agli occhi a vedere com’erano una volta Conza della Campania o San Mango. Tornano alla mente storie di emigrazione, l’adiacenza tra la vecchia civiltà contadina e l’avvento della civiltà dei consumi: la fornacella e il cestino con la frutta di plastica sul tavolino. ”Ho una fortissima nostalgia dell’Irpinia prima del terremoto. Allora non giravo per i paesi, non facevo il paesologo. Scrivevo da fermo e da dentro, non mi guardavo intorno, ancora non avevo capito che il mondo è fuori, che noi siamo un’interruzione, un equivoco della natura. Certi pomeriggi mi basta andare in un paese vicino per scollarmi di dosso la smania che mi prende a commerciare con le ombre dentro il computer. La mia terra è una terracarne che mi strazia ma che pure mi affascina e mi ammalia.”

Guardarsi intorno è il primo passo per comprendere il paesaggio che ci circonda: ascoltarlo può aiutarci a prevenire una tragedia naturale permettendoci, così, di preservarlo e consegnarlo ai posteri. Avere cura della bellezza di cui disponiamo è il primo passo verso il vero sviluppo perché progredire non è semplicemente avere più industria e grattacieli ma essere all’avanguardia mantenendo intatto l’ambiente. L’Italia non deve invidiare nessun altro Paese dal punto di vista paesaggistico: inutile ribadire quanto siamo fortunati ad avere meravigliose città le cui strade raccontano come un libro aperto la storia attraverso i secoli, campagne che producono prodotti invidiabili esportati in tutto il mondo, montagne e spiagge che attirano un ingente numero di turisti. Abbiamo nelle nostre mani un patrimonio di arte, cultura e natura che deve essere protetto e valorizzato con adeguati fondi e attenzione da parte di una politica troppo assente e silenziosa dinanzi al crollo e la rovina di rarità come Pompei. Spetta, dunque, a noi cittadini essere civili e batterci per la bellezza della nostra Italia, preservarla dall’indifferenza che per molto tempo ha inghiottito e inghiotte una ricchezza di cui dobbiamo andare fieri.