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di Eleonora Tamburrini

Anche ai nostri occhi assuefatti al discorso visuale sino alla quasi anestesia, alcune immagini mantengono l’effetto di un’ostensione magica, e il loro valore di rivelazione oltrepassa i dubbi che furono della modernità sull’allora nascente riproducibilità dell’arte. La fotografia, e a scanso di equivoci diciamo pure con Barthes la fotografia essenziale, si smarca dal rischio di reificazione e anzi agisce sullo spettatore ferendolo, chiedendogli di dare un senso all’aria che in quel momento lo separa dalla verità dell’oggetto rappresentato. Negli anni in cui Benjamin inquadrava in alcuni saggi rimasti epocali il rischio (più o meno simbolico, più o meno inverato) della fotografia come caduta dell’aura dell’artista (giù nel fango del macadam, presentiva Baudelaire), nasceva a Fermo Eriberto Guidi, uno di quelli che avrebbero tenuto un’aura nuova, sospesa su un obiettivo veggente.

In questi giorni e fino al 3 novembre, in occasione della manifestazione Cartacanta sono in mostra a Civitanova Alta alcuni suoi scatti, in particolare le serie dedicate al paesaggio marchigiano. La dimensione espositiva ci conferma una volta ancora che se è vero, con Benjamin, ma pure con Valéry e con tanti altri, che con la fotografia viene emblematicamente meno il rito performativo e irrepetibile della creazione, è altrettanto vero che il suo incedere ha risignificato il concetto di autenticità, e persino quello sacrale di epifania. In un certo senso possiamo dire che nel Benjamin di Piccola storia della fotografia, o di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica non ci fosse nostalgia: piuttosto il presentimento delle possibilità espressive dei nuovi mezzi tecnici allora ancora in potenza. Alla grande fotografia del Novecento il merito di averle messe in atto secondo le più diverse declinazioni; e l’occhio di Eriberto Guidi, come pure quello dei maestri, mentori e compagni Luigi Crocenzi e Mario Giacomelli, non può prescindere da una matrice filosofica solidissima, tesa al dialogo tra distanze spaziali e temporali, tra ciò che è stato e ciò che è: una dialettica che precede la sintesi suprema dello scatto, rito moderno di rivelazione e sacrificio.

Memoria e profezia affiorano in Guidi nei più vari soggetti, dal ritratto neorealista al racconto per episodi che prende il quotidiano e lo esempla; e penso qui soprattutto alla sequenza intitolata La novizia, dove la sorte di una giovane suora di campagna ha la santità e lo struggimento di una grande agiografia. Ma i paesaggi presenti in mostra a Civitanova mostrano forse all’estremo grado la forza e l’universalità del discorso di Guidi.
Ogni veduta attorno a noi conserva in uno strato sotto l’evidenza una teoria di segni, e per ciascuno un passaggio, una muta concrezione del tempo, la prova di un transito. L’inquadratura e lo scatto, il bianco e nero potente e rastremato arrivano a rendere visibile l’invisibile, secondo l’assunto che per Klee valeva non solo per la pittura ma per l’arte in assoluto. Così, dalle visuali note a chi conosce e abita questa terra, affiorano non solo dolcezze di forme, non solo prospettive ondulate e sagome di montagne sovrapposte, smerlate in un orizzonte di velina. Questo potrebbe bastare alla tanta, pure godibilissima fotografia naturalistica, ma non riguarda la lettura poetica, perfino esoterica che Guidi fa della realtà. Il suo sguardo restituisce il punctum di Barthes, lo spettro di un passato redivivo e eterno, insomma la sua è fotografia che si mette alla ricerca delle tracce del tempo nel paradosso della sua stessa immobilità; non meno insomma di come farebbe la pittura, con cui peraltro Guidi istruisce un fitto dialogo, dalle campiture lunari da astrattismo geometrico indietro fino a insoliti precursori: penso a certe zolle rivoltate, astratte fino a richiamare gli esiti più radicali del romanticismo di Friedrich (Il mare di ghiaccio).

È come se un tracciato di linee venisse a galla e facesse scheletro ai campi, ai crinali, ai cigli della strada. C’è la campagna marchigiana, bellissima, ma asciugata da lirismi e effusioni coloristiche, restituita in purezza. Si avverte il piegarsi della terra al lavoro, non senza resistenza, non senza abbandono; si coglie il passaggio dalle curve naturali alle rette e ai quadrati: il campo è un grembo artificiale.
E poi poca presenza umana, poco pochissimo cielo. Le due assenze sono in qualche modo in stretta relazione, perché la terra si fa qui scintigrafia, e i passaggi, gli interventi dell’uomo emergono come luminescenze nelle zolle, si palesano improvvisamente nel luccichio di una strada bagnata o nel lampo di un solco. D’altronde anche nella realtà la terra cambia spesso volto in un tempo nascosto a chi la percorre; non è frequente, magari mentre si è al volante, vedere uomini al lavoro sulle colline intorno e quando appaiono, isolati, a intervalli ritmici lungo un crinale, si dispongono per chi osserva in rara partitura. In loro assenza lasciano altri segnali, d’estate le balle di fieno, che Eriberto Guidi non manca di rappresentare: grandi ruote o parallelepipedi che non hanno nulla di un certo descrittivismo bucolico, ma assumono su di sé una potenza totemica, il mistero di ineffabili installazioni. Se gli uomini sono presenti e invisibili, anche il cielo transita e accade sopra, o prima, mentre la terra diventa un negativo di nuvole e squarci di sereno.
Così è nelle ombre che ci riconosciamo, che riconosciamo i segreti sotto il paesaggio, i trucchi da palco dietro le quinte delle colline; nell’immobilità, e anche nella parzialità che l’inquadratura impone si adunano i segni e parlano, come versi o cicatrici.

Va segnalato che la mostra è a ingresso libero e accoglie anche fotografie di altri autori molto interessanti quali Aria Domenella, Claudio Gaetani, Enrico Lattanzi, Claudio Marcozzi, Renato Monteverde, Mario Paci, Ivano Quintavalle e Peppe Ricciotti. I locali sono quelli dell’Ex Liceo Classico e gli orari di apertura il sabato e la domenica dalle 17 alle 20. Vale la pena di annotare a margine che l’opera di Eriberto Guidi non trova forse qui l’ambientazione e il respiro che meriterebbe, a partire dall’accesso attraverso un cortile completamente buio fino all’allestimento interno, il tutto pur nell’apprezzabilissima intenzione dell’iniziativa. Segue una brevissima nota biografica che potrà rendere solo in minima parte il prestigio nazionale e internazionale di un fotografo marchigiano per la cui opera non possiamo che auspicare spazi e tempi sempre più ampi sul nostro territorio.

Eriberto Guidi nasce nel 1930 a Fermo, nelle Marche dove vive e lavora. Fin da giovane collabora con Luigi Crocenzi per il Centro Cultura Fotografia, partecipando nel 1957 al Festival Mondiale di Mosca. La sua ricerca fotografica è nota a livello internazionale ed è approdata alle pagine di “Life”, come in numerosi altri cataloghi e riviste in tutto il mondo. Molte le sue personali in Italia e all’estero (Copenaghen, Parigi, Bordeaux, Bruxelles, Mosca, New York). Per la Rai ah collaborato al film “Il segno e il paesaggio”. Nel 1993 è nominato Maestro di fotografia dalla Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

(in foto, un Paesaggio di Eriberto Guidi)

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