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di Alessandro Seri

Ottobre è un peso, un delirio, un simbolo. Quando i ricordi sono ancora vivi, quando non hai nessuna voglia di indossare strati di tessuto ulteriori rispetto all’abitudine dei mesi precedenti e quindi accade inevitabile il malanno a ricordare che a vincere è sempre il circolo del tempo, le stagioni, lo scorrere al quale siamo legati mani e piedi e pure qualcos’altro. Ottobre è un mese strambo, fisicamente forte, duro marrone, un coro malinconico, malconcio.

Mi sembra, da anni, di avere un conto aperto con questi giorni grigi e solo da poco tempo ho scelto di combatterlo sul serio dedicando le sue prime settimane ad una rotta verso meridione cercando il caldo, l’ultimo caldo possibile, quello che prolunga l’idea del cielo terso, del mare all’orizzonte. Uno sguardo chiaro, una tavola calda da contrapporre alle castagne, alle foglie morte, all’odore umido dell’erba. Eppure la sconfitta è certa, certo è l’abbandono, la fine dell’estivo suono.

D’ottobre duemilatredici mi guardo intorno, osservo di nuovo il grigio dei palazzi e ascolto dal televisore gli schiamazzi delle galline politiche accapigliate sul poco mais rimasto di un popolo affannato, troppo rincoglionito per poter pensare di reagire, di stendere un velo, spegnere le televisioni e rendere umano l’appartarsi tra le mura delle sere.

Per pudicizia mi rifiuto di ascoltare, chiudo gli occhi di fronte a tutto questo rumore, cerco un senso d’armonia difficile da trovare, cerco un colore che non sia sporco, un minimo di sereno divenire e faccio fatica in questo incespicare, perchè la folla intorno ha altro a cui pensare, è tutto a buon mercato, è tutto messaggiare, è tutto spendere per poi ricominciare. E cosa può un poetino contro tutti gli Ottobre ancora da passare? E cosa può una lampada, una candela, di fronte alle luci che accecano per non far vedere?

Risolvo la questione pensando che l’Ottobre è una minaccia non la fine, Ottobre è l’avvertimento, il suggerire e solo chi sa ascoltare riesce a farsi forza di questo mese. Solo chi legge, chi si concede tempo per Shostakovich o per mirare le linee tristi di Paul Klee può sperare l’arrivo di un dono, la malinconia. Cosa se ne fanno gli uomini di questo mese? Come gestirne le desolate imprese? A chi affidare il proprio male? Ed il soccorso chiesto ed anelato ancora si fa aspettare. L’attendere, la pazienza sarà alleata, la scienza sarà stampella e un po’ di poesia irlandese da poco trapassata sarà la panacea per questo degradare verso l’inferno dei mesi freddi, del gelo dei ricordi.

C’è solo una consolazione a tutto questo fumo, che il fumo passa e si dirada e tra otto mesi saremo di nuovo pronti per cantare, per danze sotto il sole, per il mare. Eppure mi viene in mente che nel frattempo qualcuno avrà abbandonato la nave, vinto si sarà perso nel vuoto delle stelle, nel buio che associamo al divenire che non si può fermare e di nuovo sarà da farci i conti con questa offerta, con questo sacrificio da fare al dio che non si può fermare, al nostro sacro e santo divenire.

Mi congedo quindi dall’estate, dal cotone, dall’acqua fredda da bere e dalla sera, lascio ogni minimo ricordo al suo destino, l’oblio che Ottobre annuncia, la fine fatta apposta per renderci coscienti che nascere di nuovo è una fortuna, un benedire. Appunto un bene dire questo ritmo in quattro tempi differenti, un bene dire l’armonia del camminare senza accorgersi di farlo. Un bene dire che Ottobre coi suoi mali e la sua nera bile profetizza e suggerisce ascetico e invincibile. Siamo fatti con la materia del tempo siamo il nulla che scorre lento.