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di Ilaria Piampiani

« Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo »

Wisława Szymborska

Un’atmosfera soffusa, un sofisticato gioco di luci e di suoni, un incontro privilegiato e intimo che prende vita nella Sala Foresi del Comune di Civitanova Marche: questo è l’ appuntamento che viene proposto dal Festiva dell’Ospitalità, una nuova tappa che vuole spingere il proprio uditorio “Nella moltitudine”, nel “corso di incomprensibili eventi” che forgia la vita, quella descritta dalla poetessa polacca Wislawa Szymborska.

Meri Bracalente dona nuova vita alle parole possenti della Szymborska, sospirandole, affermandole, condividendole con intensità, in un chiaroscuro avvolgente e cangiante, un chiaroscuro che diventa densa ombra o luce soffusa, a seconda dei “costumi di ragno, gabbiano, topo campagnolo” indossati con naturalezza dalla stessa interprete, costumi poetici che calzano a pennello anche agli ascoltatori.
In un silenzio permeato d’attesa, s’insinua l’anima poetica di una figlia del Novecento, una sopravvissuta della storia, che ha desiderato fermamente esprimere la sua esistenza nonostante le brutture del secolo scorso, nonostante l’occupazione tedesca, i lavori forzati e la censura socialista.
La sua è una poesia nata nel silenzio, una poesia che urla nel silenzio, radicandosi nel profondo del ricordo e della realtà descritta magistralmente con malinconica ironia.
Il suo mondo è un “granello di sabbia”, un mondo che si rapporta a noi in maniera indifferente, intoccabile, per nulla impressionabile dal nostro contributo umano, mai imperturbabile dal dolore, tanto meno dalla bellezza, “una Terra sprezzante e precisa, fragile e altera”.

Conosciamo, forse per la prima volta, Wislawa, la poetessa, la donna e le sue memorie, la sua anima, i suoi mattini assolati, le sue battaglie, i particolari, gli attimi fugaci sparsi nel vento, i sogni elogiati e quei debiti contratti con la sua stessa vita. E allora inevitabilmente, al di là dell’interpretazione, vediamo noi, i nostri ricordi, i nostri incontri rubati, quello che ci siamo persi e ciò per cui abbiamo lottato, gli estranei incrociati e quelli conosciuti, le stazioni per cui siamo passati.
La poesia della Szymborska è uno squarcio lirico sulla vita di ogni giorno, il racconto di una quotidianità vissuta e sentita, spogliata della noia, lucida nel riconoscersi nell’amore, nell’attesa, nell’odio, più forte di tanti altri sentimenti “fiacchi” che si trascinano nelle ore.
È come se la voce di Meri Bracalente ci scuotesse da quel torpore, da quelle certezze, e ci dicesse che i nostri occhi non sono abbastanza muniti di ironia, di colore, di quel colore che si mostra tangibile nella Sala Foresi, che si espande proiettato su una separè bianco sporco, un colore per alcuni accecante, per altri meno. Riscopriamo l’entusiasmo per l’incertezza, l’inguaribile romanticismo degli incontri narrati nei versi liberi, sfogliamo in compagnia “il libro degli eventi, sempre aperto a metà”, quegl’inizi che non sono altro che tappe oppure obiettivi raggiunti.
Ci meravigliamo, probabilmente, come gli anni passino e le occasioni della vita rimangano spesso le medesime perché, forse, la realtà, nella sua essenza, non cambia poi di molto ma, pur coinvolta in un progresso forzoso e inesauribile, si manifesta ancora nella sua più inaudita violenza e indifferenza. L’uomo è ancora perso nella folla e non ha alcuna importanza che si trovi provvisto di smartphone e wifi: egli commette gli stessi errori, si pone le stesse domande, si fa cullare dalle stesse paure.

« Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano, e ci sono, solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta »

Wisława Szymborska, Torture

Le luci si accendono e si spengono: il pubblico rimane solo dinanzi il separè che si anima in semplici gesti accompagnati, in sottofondo, da risate fanciullesche.
L’applauso è imponente, sentito, sintomo di un pathos, di una compartecipazione tangibile.
Veniamo invitati, se interessati, a raccogliere l’ultima poesia: questa volta non proposta da un’interpretazione altrui, bensì letta solamente con noi stessi.
“Ad alcuni piace la poesia”: un’arte forse elitaria, compresa da pochi, prodotta ancor meno, una “risposta incerta” all’esistenza, una cura per l’anima, un libro che ognuno di noi dovrebbe avere sul comodino, al posto dell’ennesimo smartphone.

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