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tempesta3

di Andrea Ferroni

Una voce calma, profonda, intensa, accompagnata da gesti lenti. Forse quello di Lucio Saviani, docente di estetica a La Sapienza di Roma, è un modo per rispettare il silenzio, di cui parlerà. Parlare del silenzio è effettivamente un controsenso, come dice il professore, ma un controsenso con cui occorre fare i conti.
Lucio Saviani è ospite del Festival dell’ospitalità di Macerata e per questo, prima di entrare nel vivo dell’incontro, per cui ha scelto il titolo “Il silenzio del mondo, grembo delle cose”, fa una premessa sull’ospitalità. Ma non è solo un omaggio: il silenzio è una condizione necessaria alla dimensione dell’ospitalità.
Dov’è il legame tra silenzio e ospitalità?
Saviani non dimostra geometricamente, ma mostra e fa sentire. Cita Edmond Jabès, filosofo e poeta francese di origine egiziana, che nel suo Il libro della condivisione, parla di casa come necessariamente collegata a finestre e porte, cioè come casa sempre in comunicazione. Allo stesso modo il nostro corpo non può pensarsi senza pori. I pori richiamano Pòros che è il dio dell’arguzia, del saper uscire da una situazione. E Platone ci racconta che Pòros, unendosi a Penìa, genera Eros, che è amore, che è domanda inesausta, che è mancanza, che è desiderio, che è, dunque, il filosofo.
Se la casa è strutturalmente comunicazione, allora non c’è casa senza ospite, almeno potenzialmente. Ma -dice Saviani- accogliere l’ospite e farsi ospiti sono aspetti collegati. Infatti noi siamo da sempre ospitati perché siamo strutturalmente aperti al mondo, che ci ospita. E dato che siamo accolti, ricambiamo con l’accogliere. Si parla a questo proposito di etica dell’ospitalità, precisando però che l’ospitalità non è un’etica tra le altre. Saviani concorda con Jacques Derrida, filosofo francese di origine algerina, nel dire che l’etica è ospitalità. Non a caso, nella Roma dei primordi, il primo tempio è l’Asylum.
C’è ancora un passo da compiere per capire come l’ospitalità sia strutturale e non solo potenziale. Lo straniero già nella lingua greca e in quella latina ha uno strettissimo collegamento con la parola ospite. Ma siamo eredi anche della Bibbia: nella Genesi, Abramo è definito con una parola che significa contemporaneamente straniero e residente. Nella stessa persona c’è il pellegrino e il padrone di casa. È un’ulteriore complicazione rispetto al latino e al greco, perché ora, in qualunque posto Abramo abiterà, sarà sempre ospite: con Abramo l’incontro tra ospite e straniero non verrà mai meno perché sono in lui. Ecco perché, essendo interno a noi, lo straniero diventa necessario. L’altro è necessario, e il rapporto non è per nulla sicuro e accomodante.
Perché, allora, il silenzio?
Saviani non dimostra, mostra. Nel libro di Kostas Uranis Al monte Athos. Viaggio spirituale nel mondo greco, si legge che in quel lembo di terra il contatto con il mondo si interrompe improvvisamente “come un mantello che scivola dalle spalle”. Si respira il silenzio. Al monte Athos si avverte la fisicità del silenzio. Anche gli esicasti, asceti del monachesimo dell’Oriente che a Marco Polo vengono definiti come gli ultimi discendenti dei filosofi greci, parlano di respirare il silenzio: chi ascolta la propria respirazione -dicono- non è lontano da Dio. Ogni parola -dicono- viene dal silenzio e torna al silenzio. Il silenzio, dunque, non si fa, il silenzio sembra essere condizione originaria.
Meister Eckhart, teologo tedesco del Medioevo cristiano, affermando che Dio creò tutto con la parola, considerava il silenzio uno stato originario. Non un complemento della parola: è in Dio, dunque è fondamento.
E la filosofia?
Se parlare del silenzio, come si diceva poc’anzi, è paradossale, parlare del silenzio in filosofia è, se possibile, ancora più paradossale. La filosofia nasce come domanda, interrogazione, sembra più spontaneo legarla al lògos (parola) che al silenzio. Eppure Saviani ci invita a considerare che c’è un silenzio della filosofia.
Il genitivo, come si sa, può essere oggettivo o soggettivo. Considerando il “della” nel suo senso oggettivo ci si riferisce al silenzio come problema trattato o pensato dalla filosofia. La tradizione è lunga: si va dai sette sapienti, che sempre elogiano la virtù del tacere, ai pitagorici, ai quali era imposto un silenzio iniziatico di cinque anni, fino ad arrivare a Platone e Aristotele. Platone, nel Protagora, elogia la vera sapienza degli spartani, che sta non nel loro atletismo, ma nel loro parlare laconico, nella frase breve ma densa, detta al momento opportuno, e memorabile. Aristotele loda l’ipolessi, l’arresto della parola, specie quando è carica di opinione comune. Diogene Laerzio ricorda che Zenone di Cizio, primo degli Stoici, richiamava spesso la massima antica secondo cui abbiamo due orecchi e una sola bocca perché dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo. Anche tra i padri della Chiesa si definisce “stalla senza porta” la bocca di chi parla, oppure si nota che non a caso abbiamo i due muri dei denti e delle labbra per contenere la parola. Il silenzio è, insomma, un tema ricorrente in filosofia (fino a Cartesio, poi a Husserl e oltre).
C’è anche un silenzio della filosofia, in cui il “della” può essere interpretato nel suo senso soggettivo, ma per capire questa accezione dobbiamo innanzi tutto prendere una distanza, che è una distanza dal modo quotidiano occidentale di pensare il silenzio: il silenzio come zona oscura, vuoto, mortorio e quindi come morte, angoscia, ma anche come pausa, afasia, come il bianco tra le parole scritte. Il silenzio, nel modo comune di intenderlo, rivela probabilmente il timore dell’inconsistenza.
Nell’opinione generale il silenzio è il vuoto, è ciò che manca, è l’ospite indesiderato, l’uomo superfluo, l’uomo senza qualità su cui la natura non aveva puntato, è il principe Myškin ne L’idiota di Dostoevskij, è la faccia inespressiva di Buster Keaton, è Zeno Cosini, è anche colui che inciampa e fa ridere, come Charlot.
Anche nell’arte il nihil mirari di tanti quadri ci procura inquietudine. Citando uno sguardo -uno per tutti- basti pensare a La tempesta di Giorgione.
Ma Saviani ci invita a considerare il silenzio non come pausa tra le parole, non come il contrario della comunicazione, ma come un fondo oscuro che ha una forza comunicativa misteriosa. Come silenzio eloquente.
E come va inteso il silenzio, dunque, in questo modo vitale?
Saviani non dimostra, mostra. Ci mostra come Hermes, il messaggero degli dei, aveva calzari alati e volava come le parole, ma a volte è raffigurato con l’indice alle labbra: porta il messaggio in silenzio. Hermes appariva anche in punto di morte.
Citando due opere, Senso e non senso e Il visibile e l’invisibile, viene mostrato come Maurice Merleau-Ponty, filosofo francese del Novecento, pensava che l’opera d’arte non inventa nulla, non è creatrice: l’opera d’arte traduce.
Saviani -e questa è la tesi centrale- sostiene che il silenzio è un’eccedenza di senso. Un’eccedenza talmente densa da dover essere risolta, sciolta in parole, cioè, appunto, tradotta.
Del resto, questo fa l’artista: traduce in un linguaggio quell’eccedenza muta, visita la notte oscura del silenzio del mondo, traduce in significati ciò che sente nella fonte del grembo oscuro; ciò di cui fa esperienza nel buio, viene trasformato in significati più chiari e luminosi.
In questo senso, dunque, l’arte è un tentativo di far risuonare le profondità e di portarne fuori qualcosa. Per questo parliamo di opera d’arte: perché è l’immersione nel fondo silenzioso e il ritorno da esso. Si può pensare questa operazione come una maieutica: un tirar fuori i significati. L’arte è quel viaggio da noi al grembo delle cose, fino alla loro manifestazione.
Il sentire dell’artista è legato, anche solo come parola, a “senso”. E il senso non è il significato. Il senso è incomunicabile, è esperienza mentre la si vive, è l’Al di là, il trascendente (erlebnis, direbbero i tedeschi). Il significato è comunicabile, è esperienza narrata alla fine di un viaggio (erfahrung).
André Marchand, pittore francese del secolo scorso, ne Il monologo del pittore, afferma: “Più volte, in una foresta, ho sentito che non ero io a guardare la foresta. Ho sentito, certi giorni, che erano gli alberi che mi guardavano, che mi parlavano… Io ero là, in ascolto… Credo che il pittore debba lasciarsi penetrare dall’universo, e non volerlo penetrare… Attendo di essere interiormente sommerso, sepolto. Forse dipingo per nascere”.
Emmanuel Lévinas, filosofo, anche lui francese, sebbene di origine lituana, osserva che “l’assenza di tutte le cose ritorna come una presenza: come il luogo in cui tutto è sprofondato, come una densità di atmosfera, come una pienezza del vuoto o come il mormorio del silenzio”.
Ecco: pensando il genitivo come soggettivo, il silenzio della filosofia prospetta un disinteresse per il significato delle parole e tende all’ascolto delle cose stesse, che, nel silenzio, rivelano il non detto del mondo. Anche in filosofia, dunque, siamo di fronte ad un’opera di traduzione.
Ma non c’è solo la filosofia a creare suggestioni. Nella Bibbia (1 Re 19,12) si legge che Elia immagina Dio nel fulmine o nel terremoto, ma poi Dio si rivela un “mormorio di un vento leggero” o, meglio, seguendo la traduzione dall’ebraico di Gianfranco Ravasi, una “voce di un silenzio sottile”.
Secondo Vladimir Jankélévitch, filosofo e musicologo francese del Novecento, la musica viene dal silenzio ed è destinata al silenzio. Il silenzio attraversa la musica e le è intimamente necessario, come la morte alla vita. Come i bassissimi di Debussy o le pause ghiacciate dell’ultimo Liszt. Il silenzio è un’armonia al di là, uno sfondo oscuro in cui è possibile immergersi per riemergere arricchiti.
Da Merleau-Ponty, accogliamo il suggerimento di considerare la filosofia come un conoscere “che si immerga nel mondo anziché dominarlo”, così da operare un passaggio dal sapere “gerarchico” al sapere “micrologico”, un sapere, cioè, capace di attenzione per i dettagli, che sappia valorizzare le particolari circostanze, che sappia ricordare e ascoltare.
Il silenzio è l’occasione per immergersi nella profondità dell’universo delle cose e lasciarci sorprendere dai doni che, nel riemergere, ci ritroviamo, quasi senza capire come, tra le mani.
Ecco che dunque ritorniamo all’ospitalità nel suo duplice senso: ospitiamo in noi il silenzio e, contemporaneamente, siamo ospitati dal silenzio. Il silenzio, come l’angelo -e non atteso come l’ospite- annuncia il messaggio con cui è possibile trasformare la nostra vita. Nel silenzio si può sperimentare, come un’offerta, l’oltre, l’altro, l’altrove e l’Al di là.
Si poteva concludere questo articolo -e forse addirittura sostituirlo in toto- con un invito all’ascolto paradossale dell’opera 4’33’’ del musicista statunitense John Cage, in cui c’è un silenzio che dura, appunto, 4 minuti e 33 secondi. Forse, però, qualche parola, purché non sia parola arida, ma sia parola rammemorante, profonda, suggestiva, aiuta a comprendere qualcosa del silenzio: anche le parole, se vengono dal silenzio, possono spingeci a cambiare modo di pensare. Si può avvertire il silenzio, averne esperienza diretta, ma le parole, a volte, possono essere una traduzione, un tramite verso quell’ascolto di se stessi che ci spinge a liberarci dalle catene dell’opinione comune e, come lo schiavo nella caverna di Platone, ad iniziare un percorso di conversione.
Occorre andare (che è anche un ritornare) verso una filosofia intesa non come conoscenza, ma come diversa condotta di vita.
Occorre andare verso una filosofia che riscopra il dialogo inteso non come un parlare uno alla volta (questa è la par condicio delle tribune politiche), perché per il dialogo è necessario l’ascolto.
Occorre andare verso una filosofia che accolga il silenzio (e ne sia accolta) come terreno di senso su cui germoglia la parola significativa.
Troppe parole. Ora si tace. Il silenzio non si fa. Il silenzio viene prima, permane e viene dopo. In silenzio accogliamo Edmond Jabés perché “nel deserto ci sarà sempre più sabbia di quanta ne possano contenere le nostre mani”.

(La tempesta, Giorgione)

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