Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , ,

teatro e teatralità

di Camilla Domenella

Credete, il confine fra teatro e realtà è assai meno labile di quel che si pensa.
La finzione è vera, al punto tale da essere vissuta. Eduardo De Filippo lo affermò: “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male”, perché il teatro non è una mera rappresentazione di una vicenda, né un concetto da esporre e render concreto. Esso è tangibile, e passa attraverso i corpi, attraverso le forme, le figure, i costumi, la moda, i tessuti.
Lo hanno dimostrato la psicologa Rossella Andreazza e la scenografa, costumista, nonché docente dell’Accademia di Belle Arti di Macerata Marianna De Leoni, con la conferenza dello scorso sabato dal titolo “La rappresentazione teatrale e il teatro della vita”, organizzata per il Festival dell’Ospitalità che in questi giorni sta animando il maceratese.
Il teatro dell’incontro era quello inedito e suggestivo del Museo della Tessitura e Laboratorio “La tela”, che, nella figura di Maria Giovanna Varagona, ha insistito (a buon diritto) per ospitare questo appuntamento.
Tra fili, corde, rocchetti, arazzi, in uno scoppio di colori e di impressioni domestiche, la psicologa Rossella Andreazza ha introdotto le sue riflessioni maturate dalla lunga esperienza del suo lavoro. Per Andreazza, il teatro è quella forma d’arte accessibile a tutti, è ricerca e comunicazione delle verità nascoste. Sul palco, non ci sono soltanto dei personaggi: ci siamo noi, che da soli creiamo problemi e soluzioni, che ci abbandoniamo ai sentimenti, che restiamo stretti nelle relazioni interpersonali, che lottiamo interiormente coi nostri mille Io, che ci confrontiamo continuamente col presente, col passato invadente, col futuro incombente. A teatro, col teatro, vengono indagati e portati alla luce i drammi che segnano e disegnano ogni vita. La nascita, l’amore, la morte, sono le componenti ineluttabili dell’esistenza. La nascita segna l’inizio di un cammino del quale solo la fine è certa, il tragitto è un lungo viaggio durante il quale si imparano le declinazioni dell’amore. Rossella Andreazza spiega però che questi punti cardine, sebbene siano comuni a tutti gli individui, sono spesso coperti dal mistero, dal segreto, dal tabù, vengono nascosti, come polvere sotto il tappeto. Per quanto però si tenti di ignorarli, essi riaffiorano invadenti, e come un buco nero attraggono e conducono in un universo alterato.
Il teatro, o meglio, qualsiasi forma di teatro, dai riti religiosi alle rappresentazioni carnevalesche, ha per questo funzione catartica. Ci permette di sentire quel che avevamo tentato di sopire, di digerire quel che avevamo ingoiato, di spazzar via finalmente quanto avevamo accumulato. A teatro ci emozioniamo perché quel che vediamo rappresentato non è la banalità della felicità, che nella vita è sinonimo di facilità, ma il terreno fatto di asperità della nostra esistenza. Jacques Copeau, attore e drammaturgo francese, lo dichiarò: “Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti… E’ lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui.” Come a dire: una vita felice, non ha bisogno di essere raccontata.
Rossella Andreazza, che per professione indaga i drammi inespressi delle persone, utilizza il teatro come terapia. Si tratta della Reconciliation Therapy, ideata dallo psicologo tedesco Bert Hellinger. Questa terapia si basa sulla concezione della persona come risultato processuale di un intreccio di relazioni inter e intra personali. L’individuo è al centro di una costellazione famigliare, la quale, come una rete, stringe il presente dell’individuo stesso. La Terapia della Riconciliazione mira a portare in scena i lacci di questa rete. Ogni individuo fa rappresentare il proprio “dramma” dagli altri compagni. Così facendo, egli porta alla luce, in una improvvisa visione d’insieme, in una epifania psicologica, le proprie problematicità, e con esse, le relative soluzioni. L’individuo, da protagonista dello spettacolo della sua vita, ne diviene spettatore, e come in uno specchio, vede riflessa la propria esistenza.
Di un’esistenza allo specchio, tra estetica e apparenza, tra teatro e moda, tratta la differente riflessione di Marianna De Leoni.
De Leoni propone un excursus storico del ruolo del costume, della sua etimologia e del suo utilizzo. Attraverso foto, ritratti, dipinti, immagini, la scenografa e costumista ha proposto al pubblico intervenuto una serie di maschere e costumi che dimostrano l’intreccio sempre più palese tra teatro e realtà.
Partendo dalla maschera di Arlecchino, per arrivare alla moda delle passerelle contemporanee, De Leoni ha evidenziato la reciprocità scambievole tra costumi di scena e abbigliamento. Basti solo pensare alla doppiezza del termine “costume”: esso significa contemporaneamente “indumento “, ma anche “abitudine, tradizione”. Così, un costume di scena, per quanto eccessivo, estremo ed estremizzato, si dimostra sempre ispirato alla realtà nella quale è immerso. E’ il caso, per esempio, della maschera del personaggio Scaramouch della Commedia dell’Arte, che riprende parimenti la moda aristocratica spagnola: la gorgiera ampia che allunga il collo e isola visivamente il volto, che dona eleganza al portamento pur impedendo i movimenti, il colore nero delle vesti ricamate d’oro, sono la testimonianza di quanto teatro e teatralità siano vicini, di come realtà e finzione si compenetrino.
La moda reale prende spunto dal teatro, poiché la vita è il palcoscenico sul quale interpretiamo i nostri mille personaggi.
Come ricorda De Leoni, la stessa parola “persona” ha un’etimologia peculiare. “Personam”, latino, significa “maschera”. Non si può credere, allora, di essere sempre unici ed uguali. I drammi della vita ci impongono maschere che impariamo ad indossare: non possiamo sottrarci alla natura molteplice del nostro essere.
De Leoni sottolinea ancora la stretta connessione fra il vestirsi e l’apparire. Spesso il nostro abbigliamento, o più in generale la moda, sceglie e propone canoni mutuati dal teatro.
Il vestirsi è la forma d’arte attraverso la quale ciascuno di noi si ri-vela all’altro, proprio come l’attore che calca infine il palcoscenico. Non c’è un apparire diverso da quello inteso come superficie di un più profondo essere.
Così, che siate su un palcoscenico o per la strada di tutti i giorni, abbigliatevi pure come volete. Piume, frange, o t-shirt, non fa differenza: soltanto createvi sempre come un’opera d’arte

(Foto di Adam Accademia delle Arti)