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di Ilaria Piampiani

In una fresca sera di Settembre, se un passante avesse deciso di abbandonare quel tepore che, ormai, solo la casa può dare, per trascorrere la serata tra i molti vicoli di Civitanova Alta, e si fosse casualmente trovato nei pressi dell’Auditorium di Sant’Agostino, si sarebbe inevitabilmente imbattuto in un concerto sui generis: quello di Fabio Bonelli e la sua “Musica da Cucina”.

Entrando nella pinacoteca civica che ospita la fortunata mostra a Tullio Crali, la prima cosa che attira l’attenzione, è senza dubbio, il “tavolo apparecchiato”, un tavolo che metaforicamente sostituisce batteria, basso, chitarra e ogni strumento musicale comune.
Su questo tavolo c’è praticamente “il corredo culinario” completo, degno di una cucina particolarmente accessoriata, dall’imbuto alla frusta per la panna montata, dalle pentole, piccole e grandi, alle tazzine da caffè.
Gli spettatori prendono posto e gli si legge nel volto una curiosità incalzante: si percepisce l’attesa per ciò che non è mai stato visto, e in questo caso ascoltato, qualcosa che comunque va afferrato nella sua totale originalità, nella geniale idea di un musicista come Bonelli, che ci dimostra come la musica sia un tutt’uno con la quotidianità, e che le note non siano solo frutto delle corde di uno strumento.

Sono le 22, tutte le sedie vengono occupate e Monelli si avvicina al tavolo apparecchiato: può, dunque, incominciare il quinto appuntamento del Festival dell’Ospitalità.
Con estrema disinvoltura questo musicista visionario coniuga il suono prodotto da un mestolo sul fondo di un pentolone, al sottofondo di una chitarra, e così, in un affascinante e coinvolgente crescendo musicale, registrato con l’aiuto di una pedaliera in grado di riprodurre i suoni, vanno ad insinuarsi nuove suggestioni acustiche, come il fruscio della carta stagnola, che ricorda un vento di montagna o lo scorrere del fiume Nera, o il tintinnio di un cucchiaino su di un piattino di porcellana, simile all’adagiarsi delle gocce di pioggia sul vetro di una finestra.
Da un pezzo malinconico come Tonight, si passa a Today, un brano pop che vuole ricordare la splendida Yesterday dei Beatles, per poi continuare con “Tanta neve, piedi freddi”, un brivido invernale in musica.

Ciò che traspare da subito è, senza dubbio, l’attaccamento di Bonelli alle sue origini montane: chiudendo gli occhi e lasciandoci trasportare dalle suggestioni sonore, possiamo benissimo immaginare i rosei tramonti sulle Alpi della Valtellina, La voce del vento che passa tra gli alberi o il sordo tonfo dei fiocchi di neve.
Siamo coinvolti in un vero e proprio “magma sonoro”, un universo acustico quasi parallelo, eppure così legato alla realtà; rimaniamo quasi ipnotizzati da queste suggestioni, che sembrano improvvisazioni geniali di una sensibilità acuta.
Bonelli ci porta nel suo mondo, nelle sue storie raccontateci con estrema delicatezza, armonia e un pizzico di timidezza.
Attraverso le sue parole, appena sussurrate, conosciamo l’estro di una vecchietta ottantenne, una vecchia zia rifugiatasi nell’arte perché solo in tal modo poteva “salvarsi” dalla ripetitiva vita paesana. Ci rimangono di lei i suoi disegni, opere d’arte, visioni, allucinazioni espresse sulla carta, o semplicemente fantasie appuntate per ammazzare il tempo, mentre ascoltava la radio in cucina.

Il concerto continua, spezzato ogni tanto dalle intime confessioni del musicista, sulle note della canzone d’amore “E sorridi mentre cucini”, dell’allegra “Tanti chicchi di riso felici”, per poi concludersi con “Pasta madre”, un brano appositamente scelto per omaggiare la solennità dell’Auditorium di Sant’Agostino.
In una serata decisamente originale, quello che colpisce è l’applauso finale, un applauso scrosciante e sentito di un uditorio evidentemente stregato, quasi avesse assistito al canto di una mitica sirena. Effettivamente non molto si discosta l’esperienza offertaci da “Musica da Cucina” dal mondo della fantasia, un mondo incredibilmente celato negli oggetti più comuni, quelli di cui ci serviamo per mescolare la pasta o per farci un tè.

Molti passanti si sono affacciati, curiosi, all’Auditorium: alcuni hanno goduto di questa musica “nuova e al contempo antica” scorrendo con gli occhi le visioni futuristiche di Crali, altri hanno semplicemente continuato a passeggiare.
Rimane comunque spontaneo immaginare che chi ha deciso di rimanere, d’ora in poi, potrebbe provare il gusto di immergersi anch’esso, in una banale pausa caffè, nelle note che un semplice cucchiaino può produrre con un tazzina di porcellana.