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di Lucia Cattani

Due figure misteriose, due giovani donne vestite di bianco sono accovacciate in modo speculare al centro della scena, le braccia nude ed esili immerse nella terriccio visibilmente umido. Quello su cui giacciono silenziose, in una quiete quasi sacrale, è una zona circolare delimitata da fiammelle: sembra di essere di fronte ad un rito mistico, a qualche sconosciuta iniziazione, a qualcosa di profondamente antico e allo stesso tempo imperituro.

In questo modo si presenta agli occhi degli spettatori immersi nella penombra degli Antichi Forni di Macerata la performance dell’Abythos, un gruppo collettivo fondato nel 2009 a Pistoia e ospitato nella nostra città lo scorso giovedì  in occasione del Festival dell’Ospitalità. L’associazione si fonda sull’idea di espressione totale tramite i mezzi più disparati, impegnandosi così a realizzare laboratori artistici, di illustrazione e di sartoria finché nel 2011 si inaugura lo spazio 4vesta, nuova sede del laboratorio Abythos.  Il risultato di questo impegno artistico è senza dubbio dirompente nell’eclettismo delle performances, un connubio di suoni, musiche, parole, gesti, immagini e scenografie elegantemente costruite e dinamiche.

Infatti ben presto l’immobilità iniziale di forme e suoni viene infranta dalla musica dolce e triste di un violino che sembra scuotere debolmente le figure al centro della scena. Ben presto la musica cessa e un grido inquietante che pronuncia parole incomprensibili e disperate, come fosse qualcuno reso folle dal dolore e dalla paura, accompagna i movimenti coordinati e costanti delle due donne. Una volta in piedi, colpisce un terribile particolare che le accomuna: inizialmente non visibile per la posizione, è ora invece evidente la visione di uno squarcio insanguinato nelle vesti all’altezza del ventre, in avanzato stato di gravidanza. La scoperta è sconcertante e allo stesso tempo suggestiva. Le donne iniziano a strappare pezzi di stoffa, pezzi della loro stessa carne dalla profonda ferita e la voce, alternata al suono del violino e di altri strumenti, non cessa di ripetere, tra le suppliche e i deliri, quel mantra da cui la performance prende il nome: Selvatici Salvateci. La voce è ruvida, fastidiosa, spaventosa come quella di un demone o di un fantasma. Che sia la voce del ventre straziato delle due donne? Loro non sembrano sofferenti, neanche rassegnate. Continuano lentamente la corrosione di se stesse, con calma e in modo lieve e aggraziato, compiendo gli stessi gesti all’unisono, dandosi reciprocamente le spalle in modo da non guardarsi mai in volto, compiendo dei movimenti circolari intorno all’isola di terriccio. Poi una nuova sorpresa: dopo aver immerso le mani nel proprio ventre mostrano il frutto di quel rito raccapricciante e misterioso: non sono feti, non sono ossa o pelle di una creatura smembrata bensì terriccio, semi, addirittura un piccolo albero.

Sembra di avvertire un richiamo al mito di Demetra e Persefone nell’osservare le giovani impegnate nel seppellire i semi e nel piantare il piccolo albero, proprio nel centro del cerchio. Le voci inquiete lasciano ora più spazio all’armonia della musica e finalmente le due protagoniste tornano al loro giaciglio iniziale, formando un cerchio umano intorno all’albero. Impossibile dimenticare i semi pronti a germogliare, pur nascosti dal terreno, ora non più brullo ed ostile ma reso fertile, promessa di nuova vita. Nel frattempo alcune luci che probabilmente tenevano prigioniere le due donne si spengono: speranza di libertà e crescita.

Protagoniste  di questa performance sono le quattro artiste che compongono l’Abythos Gruppo: Daria Pastina, per la cura delle scenografie, Agnese Donati nel ruolo di performer (è anche storica dell’arte), Elisa Gavazzi che si è occupata dei costumi ed infine Lucia Mazzoncini, scrittrice e performer. Senza dubbio sono state in grado di creare uno spettacolo di forte impatto visivo, dal significato deliziosamente criptico e dalle molteplici possibilità di interpretazione. Senza dubbio la tematica intorno cui tutta la metafora teatrale ruota è quella del rapporto tra uomo e natura: si tratta in questo caso non di una banale sensibilizzazione all’incedere della tecnologia vista come distruttrice della Terra; nemmeno una semplice critica alla scriteriata forza distruttrice che per egoismo l’uomo compie. In Selvatici Salvateci ad entrare in gioco è al contrario la capacità di donare le proprie sofferenze per un nobile scopo, per creare la vita. Ciò che emerge è il ruolo salvifico di queste figure misteriose ma assolutamente umane che ritrovano dentro di loro un élan vital che si concretizza sulla loro carne, attraverso il quieto e quasi dolce sacrificio di sé che si compie in modo leggiadro, quasi a passo di danza, pur con l’inquietudine delle voci che spesso ritornavano a mostrare il lato drammatico ed oscuro del mondo, quella parte che ricorda il male, la propensione dell’uomo verso il sopraffare e il distruggere. Attraverso la gioia del creare, le creature sono in empatia con la terra, non hanno bisogno che di essa per essere libere ed infatti il fuoco della solitudine e della desolazione comincia ad attenuarsi fino a scomparire del tutto, di fronte al proliferare della vita, lasciando le misteriose artefici del miracolo nel buio privo di vincoli, nella pace del sonno.

(Foto: un momento dello spettacolo agli Antichi Forni)

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