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Salus Popoli Aquilani

di Giuliana Guazzaroni

Io sono nata e vivo all’Aquila, terra sorella dell’Irpinia anch’essa su quell’Appennino che ci unisce nel destino delle avversità e della voglia di rinascere dalla distruzione. Per noi qui sono passati poco più di 3 anni da quando abbiamo perduto i nostri luoghi, per gli irpini più di 30 anni. Non ho mai pensato di fare paragoni sui danni materiali, sulle vittime che questi due terremoti hanno provocato. Ho imparato a non competere su nessuna disgrazia e a pensare che dagli errori e dalla sofferenza provocata da uno Stato “distratto” verso le vite umane, dalle classificazioni sismiche sbagliate della dorsale appenninica, non possono che nascere dialoghi e scambi.. (dalla testimonianza di Barbara Vaccarelli pubblicata in Territorio e democrazia: un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano – L’Una, 2012 – a cura di Lina M. Calandra).

L’Aquila, Paganica, Assergi. Terre memori, terre sorelle, terre dislocate lungo la dorsale appenninica. Paolo Brasca in Salus Popoli Aquilani – in mostra alla Galleria Antichi Forni di Macerata Piaggia della Torre, dal 6 al 29 settembre – ne cattura l’essenza, la forza, il valore primordiale del messaggio che trasuda dai resti dei muri di Paganica, come dagli interni smembrati delle case aquilane.

Relitti di vita vissuta. Oggetti che riemergono dalla soffitta per essere scaraventati in strada, come il baule dell’antico migrante abruzzese lasciato carcassa perenne per le vie di Paganica.

Amarcord. Il bianco e il nero dei post-it appesi alla saracinesca chiusa del Bar dello Sport. Amarcord. Sotto l’antico loggiato dove “andavamo a comprare il torrone delle sorelle Nurzia”.

Natale 2012. Paolo Brasca ferma i suoi scatti di fronte agli alberelli appesi ai catenacci dei portoni chiusi: la “zona rossa”, “lì non si può camminare”.

Ex voto, Salus popoli aquilani, si accalcano dentro la chiesa delle Anime Sante. Intorno, il nulla. Le vetrine fracassate, la polvere, il vento, le camionette dei militari, la vita che è andata via altrove. Dove? Chissà! Nelle costruzioni nuove, in altre città, via. Lontano dai palazzi divelti, spaccati, spettrali e inquietanti con il loro riflesso interiore che emerge dal fango di una pozzanghera.

Assergi. Targhe, ricordi e memorie fanno capolino dalle impalcature, come dagli sguardi degli animali lasciati randagi. Nicchie, vuoti, assenze e dolore. Quel dolore che acuisce ogni cosa e te la fa sentire più e più forte. Quel dolore che si fa rabbia che cerca e prova, infine, a tirare fuori dallo sguardo, all’orizzonte il Gran Sasso, la rinascita possibile. La speranza, piccolo gesto creativo, si fa strada.

30 scatti che dalle parole di Paolo Brasca, atrofizzano passato, presente e futuro di un territorio, in seguito alla catastrofe del 6 aprile 2009. Dopo mesi di sciame sismico, una scossa di magnitudo 6.3 causa 309 vittime; 1500 feriti; 65000 sfollati in 137 tendopoli, oltre 19000 alberghi e quasi 10000 dimore private; danni stimati per oltre 10 miliardi di euro. Il suolo dell’area aquilana abbassato di 15 centimetri.

E sempre Paolo Brasca si chiede, a quattro anni di distanza, L’Aquila e le sue frazioni come sono cambiate? Quali vissuti si percepiscono? Chi o cosa s’incontra per le strade? Cosa ricordano e sperano quelle mura?

Riferimenti:

 

 

 

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