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di Ilaria Piampiani

“Sapete, essere invincibile, per uno come Chisciotte, è davvero una provocazione! Ma la verità è questa: gli invincibili non sono coloro che non sono mai stati vinti. Questi prima o poi devono scendere dal loro piedistallo. Invincibili sono quelli che sono stati vinti più di una volta ma poi, con la faccia sporca di fango, si sono sempre rialzati. Sono invincibili perchè non saranno mai battuti davvero, in modo definitivo.” – Erri de Luca –

Quando si sa di avere un “primo incontro”, che sia con una persona da conoscere, con un film, con un musicista o uno scrittore, ci si sente sempre un po’ in trepidazione, quasi inconsapevoli, certamente curiosi, inconsciamente speranzosi di poter tornare a casa da quell’incontro con qualcosa in più, una sfumatura di ricchezza fino ad allora ricercata e mai veramente trovata.

Questo è accaduto in una sera di fine estate, una di quelle sere in cui il caldo trova quiete in un vento notturno, le giornate si accorciano malinconicamente e si sente il bisogno di indossare un maglione sulle spalle per proteggersi dal brivido di una nuova stagione alle porte. Ebbene, in quella sera Civitanova Marche si è raccolta nel Lido Cluana, uno spazio che ha ripreso decisamente vita in questa ultima estate, ospitando i grandi eventi della città, dal Futura Festival all’affascinante conversazione con il geniale Paolo Sorrentino.

Questa volta ad affacciarsi, timido, sul palco c’è un duo particolare, riservato, un duo che ha negli occhi un racconto itinerante e una generosità nel volerlo condividere.
Erri De Luca e Gian Maria Testa sono i due narratori/attori di questo dialogo incessante tra anime sensibili e osservatrici, che raccolgono in “Che storia è questa” delle istantanee, in parole e in musica, della nostra vita, dei nostri anni. Seduti l’uno accanto all’altro, come due vecchi amici in un bar, si alternano nel racconto e nel canto, si interrogano, si esprimono. Erri De Luca, scrittore napoletano, dalla timidezza ammirevole, quasi impacciato sotto le luci, con le mani intrecciate, rompe il silenzio parlando delle avventure di un uomo irriducibile, un guerriero sempre vinto e sempre in piedi, con gli occhi della speranza e il pensiero fisso su di lei, la sua Dulcinea, unica meravigliosa purezza in un mondo fatto di pece. Commovente è senz’altro la considerazione che egli fa di questo personaggio, un po’ folle forse, e un po’ buffo nel suo rincorrere qualcosa che solo i sognatori riescono a vedere. Il Chisciotte di Erri De Luca è senza il Don, poiché a nulla serve il privilegio e perché solo chi lo abbandona e si arma di coraggio può combattere una buona battaglia, magari pur perdendola. Le medaglie non fanno un vincitore, mentre i graffi formano una persona, la determinano.
Di questi graffi, uno scrittore e un musicista, ci vogliono parlare: degli sconfitti, degli instancabili, degli irriducibili. Il Novecento è stato un secolo di irriducibili, un secolo impegnativo, “immenso” per gli eventi che si sono susseguiti. Uno, tra questi, è la migrazione.
La migrazione ci viene raccontata da De Luca come una necessità, il dover andar via, lasciare i profumi, i colori, gli sguardi e gli abbracci della propria patria perché essa faceva “in passato” la distinzione tra figli e figliastri. I primi potevano permettersi il lusso di rimanere, gli altri, invece, con un cuore gonfio, dovevano andare e sperare, sacrificare le piccole gioie di una quotidianità familiare per un po’ di denaro. D’altronde cosa c’è di tanto diverso da oggi!? Gli italiani continuano a partire, il nostro paese perde grandi menti perché incapace di conservarle e farle maturare: sono troppi i privilegiati con un grande conto in banca a rimanere, a prendere, anche oggi!
Ma non si parla solo di Italia, non siamo gli unici ad “abbandonare”. Ogni giorno la migrazione è una realtà che può commuovere, infastidire, istigare all’odio, purtroppo, la gente che ha la memoria corta e la coscienza storica pressoché inesistente. Ogni giorno il dramma di una fuga per fame, per paura, per una violenza inaudita e terribile, si perpetua. Ogni giorno piccoli Titanic affondano, alla spicciolata, in notti dimenticate, notti di pianto e dolore. Come afferma De Luca, ce lo ricordiamo bene quanto ci siamo commossi in una sala cinematografica o davanti a un televisore di casa nostra, nel vedere questa nave leggendaria spezzarsi nel cuore dell’oceano, in una fredda notte incisa nella memoria di tutti. Un iceberg nel momento sbagliato, nel posto sbagliato ha portato via molte vite, gelido, glaciale, come la nostra indifferenza mentre pranziamo, ascoltando la notizia di un qualsiasi telegiornale che riporta magari 200 dispersi, 300 morti, tra cui bambini. Bè, forse l’umanità ci porta ad assumere un’espressione di dispiacere nel volto, ma subito dopo ci sono sentenze non rispettate o coppie di VIP che si lasciano a catturare l’attenzione!
Eppure l’Italia non dovrebbe proprio assomigliare ad un iceberg: dalle elementari la conosciamo come uno stivale, De Luca, invece, preferisce considerarla un braccio, forte, che si stacca dalle Alpi e si allunga sempre più in una mano aperta, spalancata, che accoglie e raccoglie il sud, e prima fra tutti la Sicilia, “un fazzoletto al vento che saluta”. Un sorriso spontaneo vela il volto al pensiero di un’Italia così viva e tesa nei nervi e nelle vene pur di dare aiuto. In fin dei conti tanti sono morti proprio per affermare il valore che questa splendida immagine rievoca: la fraternità.

Proprio sulla fraternità si costruisce la storia di Giuseppina, una donna napoletana analfabeta, che ha speso sessant’anni della sua vita a servizio di un cugino dello scrittore. Giuseppina ogni estate partiva insieme alla famiglia ospitante per la montagna, un lontano nord. Al tempo era legata ad un operaio, anch’egli analfabeta, con cui si sentiva per via epistolare. Lui pagava uno scrivano di piazza a cui dettava parole semplici d’amore, mentre Giuseppina poteva contare su un maestro tirolese, un uomo gentile, che le leggeva i sentimenti appassionati del lontano spasimante.
Una storia senza particolari colpi di scena, questa, ma che bene esprime l’idea di fratellanza. Immaginatevi in una stanza, magari davanti al calore di una stube, questa donnina “senza scuola” e questo giovane, intenti, l’una ad ascoltare imbarazzata, l’altro a leggere in accento tirolese parole di un cuore napoletano! Una semplicissima disponibilità nei confronti dell’altro, senza grandi pregiudizi, senza la puzzetta sotto il naso, senza il bisogno di dividere un’Italia in base ad un accento differente.

Il ruggente desiderio di raggiungere fratellanza, uguaglianza e libertà ha nutrito le rivoluzioni e, dalla semplice storia di Giuseppina, si arriva a parlare di rivoluzioni novecentesche.
Secondo De Luca il mestiere più diffuso nel secolo scorso, è proprio quello del rivoluzionario. Rivoluzionari sono stati Che Guevara, Nelson Mandela, gli stessi partigiani, o semplicemente lo è stato un uomo che teneva nascosto un ebreo in tempo di persecuzione. Rivoluzionario è definito quel poeta di Sarajevo, amico di Erri, che quando la “guerra moderna” distruggeva tutto e tutti, decise di rimanere in città, perché questo è il compito di un poeta, stare, rimanere, condividere, dare conforto con la poesia, la più urgente in un assedio, il calore e la quiete nel frastuono di un bombardamento.

Tra le note di una chitarra malinconica e una voce calda, piena e densa di vita, e le parole, quasi sussurrate, di uno scrittore, Gianmaria Testa ed Erri De Luca si scambiano il testimone e concludono il loro dialogo con quei fortunati che hanno deciso di accoglierlo. Resta un lungo applauso e il dietro le quinte: Gianmario si fuma una sigaretta e scambia due chiacchiere con la gente che passa, Erri firma il frontespizio dei suoi libri a chi gli si accalca intorno.
Attendo un momento e poi mi avvicino e chiedo cosa davvero serva al giorno d’oggi per raccontare la vita con le parole, come ha appena fatto lui: mi osserva con occhi di un azzurro chiaro e mi dice,“l’ostinazione!”.
Con la parola “ostinazione” che si ripete in mente, questa notte di fine estate volge al termine. Come, spero, molti altri civitanovesi torno a casa piena, affollata e riconoscente, con la consapevolezza che incontrare, aprirsi, affacciarsi dal proprio essere, sia senza dubbio la più grande ricchezza in un mondo fatto di stanze. Così siamo invincibili, e se qualche “bombardamento” turba i nostri giorni, teniamo sempre un buon libro di poesia in un vecchio scaffale della libreria.

Foto: Chiara Marinelli

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