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di Alessandro Seri

Nella mia città la festa del patrono, l’ospitaliere San Giuliano, coincide con l’ultimo giorno di agosto e con il ripopolamento post ferie delle vie, con la riapertura dei negozi, con la dissoluzione delle poche figure di turisti. A caratterizzare più di ogni altra cosa questo evento non è la celebrazione liturgica in duomo bensì la centenaria fiera che si espande lungo luoghi deputati per tutto il resto dell’anno a ben altre destinazioni. In una sorta di rito medievale gli ambulanti, quelli autorizzati, non i cosiddetti vù cumprà, arrivano in città nel pomeriggio del giorno prima con i loro furgoni bianchi anonimi che se li incontri per strada mai penseresti che dentro c’è un negozio intero.

Tempo addietro invadevano esclusivamente le vie del centro, ora si appropriano della striscia d’asfalto che circonda le vecchie mura e che durante il resto dell’anno si sobbarca il novanta per cento del traffico locale. Cambiano la fisionomia del viale che quando lo percorri d’inverno incapsulato nell’auto mai ti ricordi delle bancarelle della fiera di fine agosto. E l’assalto incomincia con naturalezza, senza traumi veri e propri, forse perchè la città è ormai profondamente abituata a questo rito antico che mescola le prerogative della civiltà medievale. Nel giorno del sacro, per rendere vivo un centro abitato, si organizza una fiera capace di convogliare più gente possibile e stimolare il commercio.

Pur non avendo in gran simpatia la genericità della folla, da anni ormai non mi sottraggo alla tradizione di esser parte della festa e sinceramente lo faccio con gioia, con il gusto della tradizione, senza sofferenze di sorta ma al contrario con una certa curiosità antropologica nei confronti del popolo della festa, quello che seppur mutato nei costumi e nei mezzi è, a mio modesto avviso, rimasto rimasto lo stesso da mille anni in qua.

Per un gruppo ormai minoritario resta ancora viva la parte religiosa, per una larga fetta di residenti si mantiene la tradizione culinaria associata ad alcune pietanze ormai storicizzate e ben lungi dal confronto con il fast cibo contemporaneo, ma per la massa di indigeni e per un’altrettanto folta rappresentanza di popolo calante dai territori della provincia il fulcro della festa è la fiera in primis e lo spettacolo pirotecnico. Forse a ben pensarci è sempre stato così nei secoli dei secoli. Il popolo ha bisogno di svago e che lo svago gli venga conferito.

Così la massa invadente dei veicoli si appropria di ogni singolo parcheggio e osa ben oltre il lecito sapendo che in un giorno come quello descritto la tolleranza è massima, i marciapiedi delle vie laterali possono essere utilizzati con una certa tranquillità per soste selvagge tanto poi i pedoni si rifaranno con soddisfazione appropriandosi di altre zone.

La mattinata della festa è sicuramente ad uso di un popolo femminile tipo nonne e madri indigene che dovendosi prendere l’onere del preparare pranzo, del banchetto e del successivo duro lavoro del post pranzo approfittano delle prime ore di festa per farsi un giro veloce e mirato verso i banchi del mercato a loro dedicati. L’ora di pranzo è appannaggio dei solinghi, dei depressi, anche degli strambi come il sottoscritto a volte, di quelli che sostituiscono con la passeggiata la tristezza del non essere stati invitati a condividere nessun pranzo. Poi man mano che le ore del meriggio si sommano iniziano a frusciare le famiglie più o meno giovani, quelle distinguibili attraverso uno dei protagonisti della fiera: il passeggino. Dentro l’oggetto a quattro ruote di ogni qualità e forma sempre si annida l’ipotesi di un bambino che varia in età tra gli 0 mesi e i 5 anni; oltre sarebbe da arresto per i genitori. Il pargolo tendenzialmente, così come scrissi vent’anni addietro in un articolo giovanile per un quotidiano locale, ha la faccia stravolta, annoiata, piangente e con gli occhi sembra supplicare qualche anima pia al fine di farlo fuggire da quella bolgia vista e vissuta dal basso in alto.

La festa è per i genitori non per i figli, la festa è per la soddisfazione di sfoggiare la prole, a volte persino addormentata sulla monoposto priva di motore. Mi sono sempre chiesto, perchè delle mie esperienze bambine non ricordo, come ci si sente a dover affrontare un percorso di tre, quattro chilometri osservando le gambe, le scarpe, e qualche amico cane che ha la testa alla tua altezza. La risposta continuo ad averla nell’osservare il sonno estraniante dei piccoli allacciati ai passeggini.

Poi finalmente, verso sera, la città si riempie fino al culmine delle sue capacità e passeggiando può capitare di assistere a dialoghi d’una poesia altissima di fronte ad un oggetto per me impossibile da comprenderne l’utilità. Appostato casualmente dietro due signori che stanziavano di fronte ad un banco colmo di attrezzi per il fai da te ho teso l’orecchio e il tipo corpulento in bermuda verdi si è rivolto al suo amico pensando al terzo della loro compagnia evidentemente assente. Ha indicato con l’indice, che più che un dito sembrava una salsiccia, una busta di plastica trasparente appesa su una delle colonnine della bancarella, dentro la busta confezionata un filo di nilon, una specie di sega a denti larghi, una specie di forbice molto grande, qualche pezzo di plastica da montare. Sono rimasto in attesa per qualche istante sperando che dal dialogo uscisse una definizione, una rivelazione sull’arnese. Così è stato: – Quissu putria esse u svettatore che Neno va cerchenne – Ho annuito fingendo di aver compreso, i due signori si sono allontanati lasciandomi per qualche minuto a fissare – u svettatore – .

Ho ripreso la mia esplorazione procedendo lento come in processione, sono salito verso la piazza principale, l’ho raggiunta sperando in un qualche ristoro e vi ho trovato un concerto allucinante di suonatori al soldo di cantanti emuli dei talent show i quali sei sette anni fa probabilmente visitavano la festa del patrono in passeggino, ho pensato che i genitori fossero gli stessi, con la stessa volontà di sfoggiare la prole. Era una specie di concorso canoro per adolescenti e pare che a vincere sia stata una tredicenne emula di Celine Dion nell’interpretazione provinciale di My heart will go on. Sono affondato anche io finchè non si è sentito in cielo il botto di richiamo per i fuochi d’artificio, tutta la folla ed io con loro, è scesa rumorosa come mandria di gnù verso il lato nord della città, ci siamo accalcati faccia in su.

Tra i tuoni e le luci pirotecniche mi è venuto da pensare che poco prima se n’era andato, spero cavalcando uno di quei fuochi d’oro che friggono svettando verso l’oscurità del cielo, il poeta irlandese Seamus Heaney.