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Di Lucia Cattani

Eclettici, poliedrici, trascinanti. È così che sono percepiti dal sempre crescente numero di fan i Marta Sui Tubi,  classificati terzultimi al Festival di Sanremo 2013 e ospiti lo scorso 27 agosto in occasione del September Fest a Villa Potenza. Questa tappa del loro tour Cinque, la luna e le spine ha richiamato un discreto pubblico e senza dubbio soddisfatto le aspettative di molti. La band di Giovanni Gulino, Carmelo Pipitone, Ivan Paolini, Paolo Pischedda e Mattia Boschi è stata giudicata come una delle realtà musicali italiane più solide e vive in circolazione: con diversi album alle spalle i Marta Sui Tubi sembrano da qualche anno aver suscitato scalpore nel panorama musicale italiano. Le intenzioni sono quelle di accostare vari generi e creare una sorta di sperimentalismo che oscilla dal folk, al pop, al rock, seguendo uno schema mai lineare, fatto di improvvise interruzioni, cambiamenti repentini di melodia e variazioni a mio avviso non sempre giustificabili dal punto di vista della coerenza sia del contesto che della melodia.

I fan accorsi ad accogliere la band si sono trovati di fronte a musicisti senza dubbio preparati tecnicamente: il tastierista Paolo Pischedda soprattutto ha offerto grande scioltezza e musicalità, come anche Mattia Boschi ha dimostrato di possedere tecnica ed inventiva. A proposito di quest’ ultimo è curioso il fatto che abbia alternato il basso ad un violoncello elettrico, che sembrava più elemento scenico che funzionale alla musica in sé. Trattandosi infatti di uno strumento elettrico, dal suono costruito e piuttosto finto, sarebbe stato più semplice ricavare lo stesso risultato dalle tastiere, per altro con una qualità sonora ottima: invece, in questo modo, il tastierista era costretto ad eseguire le parti del basso, correlate a qualche suono psichedelico di dubbio gusto. In effetti sarebbe stato interessante avere la possibilità di assistere più spesso alla bravura del bassista, che in sporadiche brevi occasioni ha dato spettacolo delle sue doti artistiche. Per quanto riguarda Giovanni Gulino, il frontman e cantante, ha una voce apprezzabile, ma trovo decisamente inappropriato e ridicolo l’accostamento ad Ozzy Osbourne azzardato da diversi fan. Possiamo considerare il cantante come l’anima della band, impegnato inoltre nell’intrattenimento del pubblico tra una canzone e l’altra con un’ilarità di qualità discutibile che rispecchia per altro la profondità dei testi, a mio avviso inadeguata ai temi trattati, senza dubbio impegnativi. Non credo che possa chiamarsi arte quella che emerge dalle frasi impregnate di banalità e leggerezza, un surrogato di poesia da pseudointellettuali  che oggi, purtroppo, va molto di moda: Le Luci della Centrale Elettrica ne sono un esempio calzante anche se appartenenti ad un ambiente più underground. Alcune frasi poi davvero le definirei inquietanti, come “vivere e masticare l’anima mi fa prudere il cuore” o Non ti vergogni di mostrarti nuda come una cipolla che non sa far piangere”, immagini che sembrano provenire da qualche pagina di “scrittori” del lignaggio di Fabio Volo.

I Marta Sui Tubi sono apprezzati per la loro innovazione nel panorama italiano e, a loro detta, fanno di tutto per discostarsi dal pop e dalla banalità che sembra imperare nel nostro scenario musicale , con le dovute eccezioni.  Ciò che tuttavia permea le loro esibizioni è un’eccessiva forzatura nel volersi mostrare, nel voler imporre la propria presenza, nell’assuefare l’ascoltatore per mezzo di un miscuglio di generi ed espedienti che sembrano non avere un disegno ben preciso. Inoltre sembrano navigare nella confusione di concetti popolari capaci di suscitare facili entusiasmi,  in modo da non rischiare mai di perdere l’attenzione del pubblico. Si tratta di usare tante parole per non comunicare nulla di nuovo.

Ciò che mi chiedo è se sia davvero necessario tutto questo rumore quasi privo di significato in una società già di per sé disturbante e caotica, quanto ci sia di sincero e quanto di costruito in simili artisti che a mio giudizio non fanno la differenza tra tutte le meteore effimere che solcano gli orizzonti musicali del nostro paese. Forse attraverso meno chiasso e più poesia si riuscirebbe a sentire il vero pulsare della nostra generazione e delle passate. C’è riuscito De André attraverso musica di poesia, riflessione e silenzio, andando alla continua ricerca di nuove sonorità ma con più stile, coerenza, omogeneità, contenuti. Insieme a lui  pochi altri sono giunti a questo livello, ma senza dubbio è ancora possibile avvertire la melodia delle nostre terre e delle nostre tradizioni senza perdere la speranza che non sia la mercificazione a dominare la musica ma l’emozione e il valore artistico.

(Immagine: http://www.liquida.it)

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