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è oraa

di Camilla Domenella

Questo è un pezzo molto difficile da scrivere. Bisogna parlare d’Arte, e, si sa, parlar d’Arte non è mai facile.
Lo schermo del computer mi trasferisce una pagina virtuale imbarazzantemente bianca. I cristalli liquidi, che compongono la pagina candida e immacolata, mi guardano e mi deridono. Attraverso il ronzio della batteria, li sento sghignazzare. Si fanno beffe di me, della mia (scarsa) fantasia! Maledetti! Io li guardo di rimando, ma paranoicamente. La pagina virtuale ancora lì, imbarazzantemente immacolata. Santo cielo!
Mi sento sprofondare di fronte alla difficoltà immane di mettere per iscritto le parole che mi pascolano nella mente.
Sghignazzate, sghignazzate pure, cristalli liquidi! Ah, tanto vi coloro, eh! Vi faccio (diventare) neri! Mi state sfidando, eh? Cercate lo scontro!
E io lo so: di fronte a voi, o combatto o scappo.

Rileggo quello che ho scritto…. Mi vien da ridere!
Poco male, non posso che trarne una massima: di fronte alle difficoltà, o combatti o scappi… oppure ridi.
Ci voleva la 27esima edizione della Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte, per sottolineare questa lezione di vita. “O combatti o scappi (oppure ridi)” è infatti il tema scelto dal direttore artistico Evio Hermas Ercoli per la manifestazione di quest’anno. Il motto è un aforisma del filosofo americano John Morreall, che nel 1987 scrisse il saggio “The Philosophy of Laughter and Humour” nel quale identificava un’unica vera alternativa alla coppia di opposti “fight or flight”: la risata.
“Le rire est le propre de l’homme” – il riso è proprio dell’uomo – affermò François Rabelais. Il punto è che anche il male, nelle sue molteplici forme, è un’esclusiva dell’uomo. E la Biennale di quest’anno, come sempre allestita presso Palazzo Sangallo di Tolentino, indaga con puntualità, e con una giusta dose d’ironia, il legame fra questi due aspetti peculiarmente umani.
Le 96 opere esposte, di artisti provenienti da tutto il mondo, si distinguono per tecniche, soggetti, stile, ma tutte condividono un background che conduce alla risata… amara. Non a caso il vincitore del primo premio è un artista turco, Musa Gumus, che con la sua opera “Escape” è riuscito sinteticamente a rappresentare la paradossalità di una situazione di guerra mentre si vorrebbe soltanto sognare. Su uno scenario fatto di macerie, un bambino affacciato ad un pertugio di un palazzo semidistrutto, immagina di volare e di affacciarsi all’oblò di un aeroplano. Al secondo e terzo posto, due Italiani: rispettivamente Toni Vedù con “Una risata vi seppellirà” e Manuel Riz con “The conquest”.
La Biennale di quest’anno ospita anche delle opere fuori gara. E’ il caso di quattro artiste iraniane, illustratrici della Shabaviz Publishing Company, casa editrice di libri per bambini, che hanno esposto le loro opere sul tema della lotta contro il cancro. La ricchezza dei colori, la soavità delle linee, gli accostamenti cromatici, e l’uso dell’oro che sembra evocare il passato splendore persiano, trasmettono una serenità capace di minimizzare la malattia, di neutralizzarla senza però banalizzarla o ridicolizzarla. Ebrahimi Mahsa, Mahdavi Najla, Sabtniya Saedeh, Pourmohamad Saedeh – questi i nomi delle artiste iraniane – riescono là dove molti falliscono: rappresentare i gravi disagi della malattia con una sensibilità discreta ma calzante.
Di tutt’altro tono la personale dell’artista recanatese Abele Malpiedi, che nel 2011 vinse il premio “Stelle emergenti” e che quest’anno vede le sue opere protagoniste di uno spazio dedicato. Quelle di Abele Malpiedi sono creazioni profondamente calate nel nostro tempo, assolutamente giovani, e irreversibilmente ironiche. Abele Malpiedi è capace di bastonare i cliché dei prototipi sociali, di nullificare i soggetti artistici convenzionali, di corrompere le pratiche banalmente quotidiane. In altre parole? Abele Malpiedi ci prende saggiamente per il culo. Lui è un “Egoista del cazzo”, in jeans e Converse. E, cazzo!, è un Egoista proprio come tutti noi siamo convinti di essere. Il suo orologio non indica mai un numero. Su un quadrante vuoto, c’è scritto solo “E’ ora”. T’ha fregato, caro Egoista del cazzo. Ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, è l’ora giusta per fare qualcosa, per continuare a fare quello che stai facendo, per smettere di fare quello che stai facendo, per cominciare a fare quello poi starai facendo. La sua opera tecnicamente migliore è una cornice con ricche decorazioni in oro. Cosa contiene? Niente: inquadra la parete. Questa non è (abusata) arte contemporanea: è intelligentissimo sfottò. D’altronde, Malpiedi lo ammette: “L’arte è intelligenza. Ognuno di noi è un artista”.
Artisti affermati e famosi, quelli che invece vengono proposti a Palazzo Parisani Bezzi. Sempre all’interno di questa edizione della Biennale dell’Umorismo, è stata allestita la mostra dal titolo “Lineis et coloribus”. Le opere esposte rappresentano il meglio della Scuola Romana degli anni Trenta, e sono l’esempio della reazione, tutta italiana, al “Ritorno all’ordine” che vigeva nell’arte degli anni ’20-’30. Questa corrente artistica – perché di Scuola in senso stretto non si può parlare – tentò di reinventare la pittura stabilendo un nuovo rapporto tra colore e spazio, da qui la definizione di “tonalismo romano”. Le ricerche di questi artisti si concentravano infatti in ambito cromatico, e tentavano di riprodurre echi di un espressionismo decadente. Roberto Longhi, storico dell’arte, definì così il non-luogo artistico della Scuola Romana: “[…]quella zona oscura e sconvolta dove un impressionismo decrepito si muta in allucinazione espressionista, in cabala e magia […]”.
E il senso oppressivo, soffocante, fumoso, denso, invade l’occhio già al primo sguardo.
Le numerose opere di Gino Bonichi, detto “Scipione”, ci introducono subito in un tipo di pittura fortemente materica. Nella “Natura morta” con melograni, per esempio, la pennellata risulta densa, ampia, di un colore pastoso, affatto squillante nonostante l’uso prevalente del rosso. Stessa impressione, è quella suscitata dalla “Natura Morta” di Carlo Levi. Sul fondo nero, si stagliano colori che incidono figure di frutti. La pennellata, sempre ampia e densa, è però più irrequieta, quasi vangoghiana. Persino la disposizione degli oggetti rappresentati – che non appaiono come appoggiati su un tavolo, ma semplicemente disposti sulla tela, anche per obliquo – comunica turbamento.
Ancor più conturbante, forse perché sensibilmente affascinante, è l’opera di De Chirico “Due cavalli in riva al mare”. I cavalli corrono sulla sabbia, ma nonostante il loro biancore, il quadro non ci appare nel complesso rassicurante. Anzi. Il nero che contorna le figure dei due animali, ce li rende fortemente irreali. Il cielo, di un rosso sbiadito, è quello verosimile solo in un sogno o in un incubo.
Di tenore diverso, ma di tecnica simile, le opere di Licini e Gattuso. La “Natura morta con bottiglia” di Licini dà un senso di distacco, e di freddo tedio. Le “Case” di Gattuso ci riconciliano infine con un mondo colorato, ma apparentemente disabitato e abbandonato.
Tutte le opere esposte condividono un sapore di cantina abbandonata, ammuffita, di stanza chiusa e buia, di carta ingiallita e sfrangiata.
Colta da un senso di oppressione, sono dovuta scappare. E mi sono messa a ridere.

Poi ho guardato i cristalli liquidi dello schermo, la pagina virtuale non più immacolata, coi caratteri neri che campeggiano sullo sfondo bianco, secondo un tonalismo tutto loro.
Ho capito che bisogna far così: a volte combattere, altre volte scappare. Ma è sempre meglio ridere.

(In foto: l’opera “E’ ora” di Abele Malpiedi)

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