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Sagravinocotto2

di Eleonora Tamburrini

I signori con la tuta arancio e le bande catarifrangenti sono disseminati per il paese, ridono, si sbracciano coi segnalatori nel flusso ininterrotto di macchine. Sembrano contenti. Sono giorni di festa a Loro Piceno, il vino cotto trabocca dai bicchieri ed evapora, accolto a buon diritto tra i gas atmosferici.
Io ho la solita aria da straniera in casa mia, so già che l’uomo in arancione riderà, ma abbasso il finestrino e dico: “Scusi ma il parcheggio grande, il campo, quest’anno…?”. Ride. Un cambio di coltura, invece del grano il granoturco ancora alto e di posto non ce n’è più: così inanelliamo i giri delle mura, li contiamo perfino, la ressa ci spinge in direzione Colmurano, ma noi no, torniamo indietro intrepidi e arrampichiamo le macchine sui cigli, non senza rimpianto per quell’interminato spazio che garantiva un ingresso trionfale e pericolosamente in discesa.
Niente ci scoraggia perché a fine agosto la vita è qui: per sagre e per paesi, o in quel che ne rimane. La vera sagra non conosce le mode e i tramonti, non è una rievocazione storica creata ad hoc, fa a meno di ricostruzioni fantasiose e maschere dell’ultimo minuto. La sagra è un rito, e come tale va celebrata religiosamente. Allo stesso modo il vino cotto ha i suoi ingredienti fondamentali, il caldaro di rame, il ferro e la mela cotogna, il rimbocco di vino vecchio e tutto il resto.
In primis la calca all’ingresso, presumibilmente un arco, o una porta medioevale: il paese, tremila anime pure un po’ riottose d’inverno, deve per l’occasione strabordare come un fiasco e prepararsi a un’accoglienza in grande stile. Il numero di giri di mura alla ricerca di un parcheggio è direttamente proporzionale alla riuscita della festa (salvo messa a disposizione eccezionale di campi, aie e quant’altro).
Menzione speciale per il servizio navetta che congiunge i parcheggi più “lontani” al centro, normalmente approntato per l’occasione su un vecchio scuolabus in disuso da tempo immemorabile. Vale quasi la serata salire dopo anni in pulmino, con i sedili che arrivano giusto a mezza schiena e l’autista che pascola la ressa, e un po’ la maledice un po’ la ama.
Restano protagonisti indiscutibili il bere e il mangiare secondo precisa e riconosciuta tradizione: gli altri elementi della festa devono considerarsi meri corollari. Per cui non meritano l’appellativo di sagra fantomatici ritrovi attorno alla polpetta (che da che mondo è mondo si mangia solo a casa) o all’ormai inflazionata birra che pure riscalda anche il più tetro dei tendoni.
Qualità e quantità devono sovvertire nel loro rapporto ogni regola valida nel mondo esterno e nel resto dell’anno. Per cui meglio una scelta limitata a pochi semplici prodotti, un esempio a caso, il vino cotto e le frittelle con lo zucchero o i tozzetti con le mandorle, purché rigorosamente caserecci. E insomma, anche ai più duri di cuore le focaccine stese sul momento e fritte ricorderanno di nonne, di grembiuli e di avanzi di pastella che assumevano sotto il mattarello diametri imprevisti e meravigliosi.
Gli accessori sono per loro stessa natura ridondanti e ingombranti, dunque irrinunciabili. Merita un plauso particolare la ruota con i bigliettini quadrati da strappare sul tratteggio, l’inconfondibile ticchettio, i bambini abbarbicati alla transenna e naturalmente i premi, improponibili eppure ambiti, o al più di natura alimentare. Il tutto funziona se l’arringatore è esperto: deve partire con un neutro “ricchi premi!” e finire in dialetto stretto e doppi sensi a strizzare l’occhio alla signora rubiconda in terza fila.
La fauna è come si diceva vasta, ma anche eterogenea e transgenerazionale, perché alla sagra partecipano tutti, con ostinazione. I vecchi gestiscono con l’aria di chi sa o siedono fuori dalla porta a criticare le nuove edizioni, mentre le famiglie si avventurano tra stormi di palloncini e venditori di mandorle, falciando tutti gli altri con passeggini da combattimento. Devono abbondare però i ragazzini, gli indigeni e quelli dei paesi limitrofi, venuti in grande spolvero a comunicarsi all’altare della prima cantina o solo per stare seduti sui motorini, in luoghi preferibilmente bui.
I concerti sono una variabile meno prevedibile ma importante. Può accadere che una sagra si sia distinta per anni per aver affiancato a piccoli complessi grandi artisti, da Francesco De Gregori a Fiorella Mannoia, per esempio, per poi ripiegare su nomi meno noti e band locali. Eppure, al di là di parziali delusioni e di un passato più fulgido da rimpiangere, la vera sagra non perderà la sua dote principale: l’onestà, ovvero l’arte di non promettere oltre il possibile. Non creerà false aspettative, non sarà la fiera travestita da evento di punta dell’estate (culturale) di provincia, oh no. Non è materia per brochure, la vera sagra. Così succede che la cantante sanremese sfoggi electro swing sul pubblico vociante e curioso fino a sembrare quasi a suo agio nella piazza e i gruppi più o meno rodati del circondario si esibiscano qualche vicolo più su con nomi e generi disparati scatenando gironi di danze.
I fuochi d’artificio, infine. Immancabili, unanimemente criticati e voluti, sempre uguali e rassicuranti da qualsiasi angolazione li si guardi. Pure dal terrazzo di casa, le rare volte che non vai (ché tanto è sempre la stessa cosa) e poi ti penti.
Ma a Loro no. Alla Festa del Vino Cotto si va sempre, tutti gli anni. Non sono mica tante le sagre rimaste, tutto sommato, quelle così.

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