Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Øje

di Manuel Caprari

La strada la conosci. Però non la fai da tanto tempo, ti fai venire i dubbi, cerchi indicazioni su googlemaps, le trascrivi, perché non hai il collegamento internet sul cellulare; forse le interpreti male, forse le hai trascritte male, fatto sta che ti ritrovi a girare intorno finché non ti decidi a seguire il tuo senso dell’orientamento (o presunto tale) e la tua memoria (come sopra); e insomma, dopo tanto girarci intorno, ti imbatti nel Palariviera; non è piccolo, e ci sei già stato, era più difficile non notarlo, ma il vostro recensore di fiducia può questo e altro.

Il Palariviera, a San benedetto del Tronto, è un centro congressi e anche un cinema multisala. Qui il sottoscritto ha visto Capossela una decina di anni fa, ai tempi di Canzoni a Manovella, ai tempi d’oro in cui arrivava palesemente sbronzo alla fine del concerto (il cantante, non il sottoscritto… ehm…); qui il succitato sottoscritto ha partecipato l’anno scorso al flash mob organizzato all’interno dell’expo di arte contemporanea organizzata da Marche Centro d’Arte: tutti in maglietta bianca, ognuno seduto davanti alla sua opera preferita; ricordo che io ero rimasto abbagliato da una meravigliosa fantasticheria di maicol&mirco, linee nere che creavano figure surreali su un sorprendente sfondo bianco. Era la seconda edizione; durante la prima, quella del 2011, erano state presentate opere di artisti marchigiani, la seconda aveva ampliato lo sguardo sul panorama nazionale e anche sul mondo del cortometraggio e della videoarte. La terza edizione, che si può visitare fino al 30 agosto, è divisa in due sezioni: c’è una parte dedicata ad artisti sardi, intitolata Me, myself and I, curata da Sonia Borsato, e una parte in cui vengono presentate opere dei 22 artisti selezionati attraverso una selezione su scala nazionale, intitolata Crossways e curata dall’Associazione culturale Verticale d’Arte.

L’associazione Marche Centro d’Arte, che organizza l’Expo, nasce dall’incontro tra Franco Marconi della Galleria Marconi di Cupra Marittima, Lino Rosetti del Cocalo’s Club e Fausto Calabresi del Palariviera; è un progetto che coinvolge diverse realtà attive sul territorio marchigiano ma anche privati o enti che “adottano” le varie opere, e che si apre all’incontro con realtà extraregionali e artisti internazionali; il nome Marche Centro d’arte, negli anni, acquisisce un significato sempre più pregnante, proponendo le Marche non solo come florido centro di produzione artistica, ma anche come crocevia, punto d’incontro, luogo concreto e luogo dello spirito al contempo, dove la creatività dei nostri anni trova luogo d’accoglienza e terreno fertile per continuare a svilupparsi. L’expo, che ormai da tre anni viene ospitata dal Palariviera nei mesi di luglio e agosto, è la punta dell’iceberg, la parte in cui si concretizza nel modo più evidente il lavoro di collaborazione e ricerca che si sviluppa durante l’anno.

Come si diceva sopra, il Palariviera è anche un cinema multisala: visitiamo la mostra durante gli orari degli spettacoli, e ci avventuriamo per i corridoi dove è allestita la mostra tra l’odore dei popcorn, il fracasso dei robottoni di Pacific Rim e le urla scorticate del solito horror estivo d’ordinanza che trapelano dalla porte delle sale di proiezione, ma la forza silenziosa delle opere esposte sovrasta il frastuono quotidiano dell’intrattenimento; ovviamente ci sono opere che ci catturano l’attenzione in maniera più immediata, altre che ci chiedono di fermarci ad osservarle prima di arrivare a parlarci, altre ancora che scivolano via lungo l’area periferica dei nostri occhi; occhi che sono appunto nostri e che non si permetteranno l’arroganza di ergersi a simbolo oggettivo dello spettatore ideale; la mostra, per sua natura eterogenea, permette a ogni visitatore di crearsi un suo percorso personale; qualcuno può cogliere negli artisti sardi il fil rouge di una ricerca e di un’inquietudine rivolta, a volte alternativamente, a volte contemporaneamente, tanto al sé quanto all’esplorazione degli spazi, una quête esistenziale che si configura nel rapporto, o nella mancanza di rapporto, tra lo spazio interno e lo spazio esterno dell’io; qualcuno può cercare affinità e discordanze tra le voci marchigiane, molte delle quali provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Macerata, come Amichetti coi suoi paesaggi a strati sovrapposti che sembrano caricarsi del peso degli eventi come immagini che si imprimono sulla realtà, Chavar coi suoi patchwork concettuali, Ciucă che sembra concretizzare l’astrattezza della memoria e Giustozzi che, quasi di converso, carica l’iperrealismo di impalpabile nostalgia; altri coglieranno l’occasione per cercare di cogliere le tendenze che innervano la ricerca artistica contemporanea a livello nazionale, e forse salterà agli occhi, nel tentativo di un’interpretazione d’insieme, da un lato la ricerca sui materiali con cui si può comporre un’opera d’arte, dall’altro la riflessione sulle dinamiche dello sguardo; in questo senso troverà particolarmente emblematiche le tele di Ping Li, che attraverso l’uso delle sfumature di colore crea l’illusione di trovarsi di fronte a una superficie morbida arrotolata su se stessa; o i quadri di Giovanni Scotti, i quali, sovrapponendo la riproduzione fotografica del quadro stesso, acquisiscono profondità tridimensionale; la vista d’insieme è affascinante e spesso disturbante, dagli scheletri del gatto e del topo che si guardano di Niba agli abiti liquefatti dipinti da Narcisa Monni su lastre d’alluminio, dalle foto di Francesca Tilio dai colori talmente vivaci da richiamare quello stesso vuoto esistenziale che fingono di voler coprire, alla videoinstallazione di Lidia Tropea con la donna anziana che si muove in maniera quasi impercettibile, e poi all’improvviso apre gli occhi e te li punta direttamente in faccia; il visitatore è continuamente chiamato a interrogarsi sulla propria funzione, sul proprio essere presente di fronte all’opera, come parte integrante dell’opera stessa, e continuamente sollecitato a trovare dentro di sé il mood più giusto, lo sguardo più puro per poter entrare in sintonia con gli svariati universi con cui di volta in volta si trova faccia a faccia.

(immagine: fotogramma di Un Chien Andalou di Luis Buñuel)