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di Camilla Domenella

Che i Maceratesi siano attaccati alle proprie tradizioni, è cosa assai nota. Se poi, alle consuetudini folcloriche, aggiungiamo il fascino della cultura, l’esclusività intellettuale dell’arte visiva, e l’autocritica innata del cittadino tipo, ecco che l’evento tradizionale si trasforma, in breve in tempo, in un appuntamento mondano imperdibile. E’ quanto accaduto alla Marguttiana, che, con l’inaugurazione agli Antichi Forni, ha festeggiato ieri la sua 27esima edizione.
Quest’anno, la Marguttiana ospita le opere di novanta artisti, tra cui quaranta nuovi giovani.
Le opere si differenziano per temi, per tecniche, stile, genere, facendo della Marguttiana un concorso d’arte eclettico e poliedrico. Come non ha mancato di sottolineare l’assessore alla Cultura, Stefania Monteverde, la Marguttiana “racconta la storia artistica di tante persone che hanno piacere di far conoscere la propria cultura, e di rendere la propria ricerca un’esperienza pubblica”. E innegabile, tra peripezie e spostamenti, è il suo successo.
Quel che ha attratto i visitatori – e anche gli artisti – alla Marguttiana maceratese, è sempre stata la qualità delle opere presentate mescolata, in un connubio apparentemente antitetico, alla popolarità dei pittoreschi luoghi espositivi. Dagli anni ’60 ad oggi, la Marguttiana si è spostata diverse volte: da vicolo degli Orti è passata a vicolo Consalvi, fino ad arrivare, nel 2001, alla Galleria Antichi Forni, in Piaggia della Torre.
Lo spirito è quello della nota via Margutta a Roma: l’arte, divenuta nel tardo Novecento il supremo emblema dell’esclusività intellettuale, diventa di strada. I muri dall’intonaco incerto fanno da sfondo a paesaggi impressionisti, finestre murate fanno da cornice a immagini di donne, il commento di un bambino pesa quanto quello di un esperto, lo sguardo presbite di un anziano è attento come quello di un critico, i sampietrini sono i piedistalli da cui si ammira meglio l’opera. L’arte che diventa di strada. Ma non tanto per i soggetti rappresentati, quanto per l’atmosfera che, sulla strada, riesce a creare.
Nella sua Odissea, la Marguttiana maceratese ha coinvolto generazioni di pubblico e di artisti.
Nasce negli anni ’60, su iniziativa di famosi artisti della provincia, come Tulli, Bonifazi, Tomassetti. Allestirono la mostra in via degli Orti, e loro ne furono contenti. Ma, forse per il calibro dei nomi, o forse per l’organizzazione ancora grezza, quella prima Marguttiana – come spiega Marco Riccitelli, artista e rappresentante della Commissione giudicatrice – restò un evento elitario, o meglio: considerato elitario. Erano i tempi del secondo Futurismo, almeno nell’arte. Mentre Macerata, col suo solito atteggiamento di diffidenza nei confronti delle novità, restava invece ancorata al nostalgico passatismo.
Dopo quella esperienza – prosegue Riccitelli – la Marguttiana venne sospesa. Rimase nascosta come un quadro lasciato in soffitta, a maturare nel tempo.
Solo nel 1985, grazie all’interessamento della Confcommercio di Macerata, la Marguttiana si impose come evento irrinunciabile. Cambiò nome in “Nuova Marguttiana d’Arte”, si scrollò di dosso la polvere del Futurismo, si trasformò, da mostra, in concorso, e cambiò luogo. Vicolo Consalvi cominciò, ogni estate, ad affollarsi di opere e di pubblico. Ad ogni angolo della via comparivano paesaggi, ritratti, colori. Si moltiplicavano gli estimatori, gli amatori,gli avventori, e insomma il pubblico tutto, che, partecipando ai festeggiamenti del patrono di Macerata, non disdegnavano di far mostra – loro! – della propria presunta cultura artistica. Fu così che la Nuova Marguttiana d’Arte divenne pop.
Si andò via via consolidandosi negli anni il legame tra il territorio e l’arte, tra la città e l’evento.
Nel 2001 infine, la Marguttiana si è spostata agli Antichi Forni. Molti ne sono rimasti delusi, quasi frastornati. Il via-vai permesso da vicolo Consalvi è sostituito da un luogo chiuso, che evita il passaggio casuale, che non incuriosisce, e che anzi esclude. Marco Riccitelli giustifica questo ultimo cambiamento: “Abbiamo scelto questo luogo per motivi di logistica. In particolare, per motivi meteorologici e di sicurezza. Non era facile garantire l’integrità delle opere, in vicolo Consalvi”. Spiegazione esauriente. Coerente anche. Ma…
Ma, che fine fa, allora, l’idea della mostra a cielo aperto? Del girare l’angolo, e scontrarsi con un quadro?
Gli Antichi Forni, per quanto rappresentino uno dei luoghi più suggestivi del centro storico maceratese, sono comunque un luogo antitetico allo spirito di via Margutta. La “fruizione” dell’opera è condizionata: il passaggio è volontario, non più casuale. La meraviglia si riduce a quella suscitataci da un bel quadro, scevra dello stupore della situazione paradossale dello svoltare l’angolo e scontrarsi col bel quadro. Nella mala illuminazione di un vicolo, si apprezzano meglio i dettagli di un’opera. La crepa del muro esattamente perpendicolare alla linea del quadro astratto; il bianco dell’intonaco scrostato che esalta il rosso della tela; il buio del mattone mancante, solo parzialmente coperto dal giallo inebriante dei campi di grano degli idilli.
L’arte, che per definizione precorre i tempi, ci dimostra da secoli che l’opera è il mezzo di interazione fra l’artista e pubblico. Il quadro non è (soltanto) il risultato tecnico di un esperto. E non è neppure una riproduzione limitata al contenuto che rappresenta. C’è qualcosa che va oltre la tela, e che invade in parti uguali, come vasi comunicanti, il pubblico e l’artista.
Che l’arte non debba ridursi a semplice onanismo tecnico, è cosa assodata. Ma di piacere autarchico, non deve peccare neppure il pubblico.

(In foto: la Marguttiana 2013)