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DanzePopolari

di Maria Silvia Marozzi

Il Festival internazionale del folklore fa tappa a Macerata e, inevitabilmente, vengono giù tutte le lacrime della storia del mondo in un pomeriggio. Risultato: l’evento si tiene comunque, ma anziché nella splendida arena Sferisterio tutti i costumi, ballerini, pubblico e mascherine vengono trasferiti al Palazzetto dello sport. Parte sotto poco invitanti auspici la serata, ma apre a una riflessione: la danza non abbisogna di cornici particolari, riesce a eliminare ogni fattore spazio temporale e tu ti ritrovi sospeso fra l’America, l’Asia e l’Europa dimenticandoti il parquet dipinto e gli spogliatoi del palestrone di provincia in cui ti sei ritrovato.
Grecia, Taiwan, Benevento, Montenegro, Macerata e Brasile si sono susseguite nelle loro danze tipiche e lo spettacolo è stato indubbiamente da dieci e lode. Non certo ogni danza ha conquistato per la sua eccellenza, bensì per la cultura di cui si fa portavoce per l’occasione. Quella greca, tanto per cominciare, è risultata molto statica, meno dinamica rispetto al nostro familiare salterello, ma molto più filiale: nessuna coppia, solo un gruppo misto di donne e uomini abbracciati gli uni agli altri al ritmo di solo due tipi di strumenti. Nessun corteggiamento dunque, ma un dato da evidenziare: pur trattandosi di più donne che uomini, nessuna di loro era senza una spalla d’uomo accanto. La cavalleria non è dunque morta in Grecia, e gli uomini hanno reso il duello con le spade un ballo da proporre agli occhi estasiati delle donne a bordo pista.
E’ la volta del Taiwan che non arriva solo a Macerata, infatti a presenziare per la nazione c’è l’ ambasciatore ufficiale che li presenta, l’onorevole Stanley Suo Tai Kao. Si sa quanto siano magistralmente tecnici in tutto quello che fanno gli asiatici e anche nella danza riescono a stupire per movimenti degni di ballerine di danza classica, abiti e repertorio. Anche gli uomini sopraggiungono, ma separatamente dalle donne. Queste deliziano per bravura nel ballo, gli altri per maestrìa nello sfoggio delle arti marziali ritmate con la musica. Ma non c’è contatto fra i due sessi, ognuno fa la sua parte, magari si balla insieme ma senza una vera e propria interrelazione. Questo è indice di una cultura senz’altro differente, almeno nel ballo, dalla nostra.
E’ la volta degli amici Campani, cui l’associazione Li Pistacoppi deve amicizia e riconoscenza, e gli animi del pubblico si accendono: danze italiane meridionali fanno scatenare le mani degli spettatori, i piedi dei ballerini e anche delle autorità che vengono coinvolte. Il sindaco Romano Carancini fa sfoggio di uno dei suoi particolari paio di pantaloni scatenandosi: stavolta giallo limone, azzeccato come ad ogni occasione. Anche l’ideatrice del Festival, Manuela Ruffini, già presidentessa de “Li Pistacoppi” viene coinvolta, così come i danzatori delle altre nazioni. Insomma, l’Italia gioca in casa e strafà come le si addice, in maniera allegra e appassionata.
C’è chi ha esordito con “è l’ora del ballo del dopo pasto, arriva il Montenegro!” all’entrata in scena dei cugini balcanici. Grazie al ballo non ci si è soffermati troppo sulla discutibile battuta: non uno ma ben due gruppi folklorici si sono alternati nelle danze montenegrine. Longilinei, altissimi, i danzatori e le danzatrici hanno fatto sentire la loro vicinanza geografica perché finalmente il contatto uomo-donna c’è stato, immerso in una serie di passi ora rapidissimi e buffi, ora familiari e coinvolgenti.
Arriva il gran momento dei maceratesi con Li Pistacoppi che si sono presentati numerosissimi. Che il gruppo fosse nutrito si sapeva, e vedere sulla pista bambini, ragazzoni e anziani tutti insieme sugli stessi passi è stato quantomeno stimolante: “qua le porte è aperte pè tutti!” esclama il patriarca accompagnato dalla sua signora: “pè fasse volè dale donne ce ne vole de salterellu: io me so jocato nu cantinaio de scarpette pe staje de reto a chessa qua!”
Scene da mercato, di rivalità nel corteggiamento della donna hanno reso l’atmosfera spassosa eppure commovente: niente simulazioni di duelli armati, niente distanza fra sessi. Il ballo come strumento di seduzione nudo e puro.
Si termina la lunga serata col Brasile, che porta in scena l’elemento aborigeno e quello colonizzato alternando balli antichi con costumi fatti di piume e perizomi ad altri più “americaneggianti” con cappelli da texani e frange. Volontario o meno che sia stato, questo ballo ha espresso in una decina di minuti la storia di un popolo: i ballerini travestiti da indigeni hanno fatto la loro parte seguiti dagli altri vestiti in maniera del tutto diversa. Nel finale gli uni e gli altri hanno danzato insieme, sorridendosi. L’incontro fra popoli appartiene alla storia, può essere una tragedia per qualcuno, un lucro per qualcun altro. Martedì a Macerata questo incontro ha significato ricchezza, amicizia, commozione e tanta semplice e mai scontata allegria.

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