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di Ilaria Piampiani

Ebbene sì! La perfezione esiste! Perlomeno nella danza se a fluttuare c’è lei, Svetlana Zakharova, una delle più contese e ammirate interpreti di danza classica a livello mondiale, prima ballerina étoile alla Scala di Milano e al Bol’šoj di Mosca. La Zakharova ha letteralmente incantato, con la grazia di una magnifica Afrodite, il pubblico della “Notte della Stella”, evento di punta della prestigiosa manifestazione Civitanova Danza, ormai giunta al ventennale.

Un Teatro Rossini gremito di amanti della danza di tutte le età e degli immancabili boriosi della mondanità da vivere come mantra di vita. Un’attesa, perpetuatasi dal momento in cui la notizia dell’arrivo dell’étoile era trapelata rimbalzando dalle conferenze stampa alle locandine, si sublima nello scrosciante applauso che accompagna l’apertura del sipario rosso civitanovese.
Il programma della serata è ricco e prestigioso, estremamente adatto ad allietare i palati più sopraffini e tradizionali, nonché quelli curiosi e proiettati verso le nuove frontiere di questa disciplina eterna e dal fascino intramontabile. Il Gala inizia con un “aranciato e intenso” Diana e Atteone, interpretato dalla giovanissima promessa Tat’jana Bolotova e dall’impetuoso e marmoreo Mikhail Lobukhin. Dal mito all’essenzialità della luce nel busio: ecco il momento più atteso, la Zakharova entra in scena, splendida nel suo etereo biancore e con i cappelli rossi raccolti in una lunga treccia, fluttuante tra le braccia di Vladimir Varnava, giovanissimo ballerino e coreografo che ha creato appositamente per Svetlana il balletto proposto, Plus. Minus. Zero. La tradizione più romantica e fiabesca irrompe con lo Schiaccianoci interpretato dai magnifici Anna Ol’ e Semen Velico, splendidi balocchi viventi sulla musica di Cajkovskij. La magica eleganza del contemporaneo si anima, subito dopo, attraverso le bianche e velate vesti della Bolotova, una visione trasportata dal vento, una delicata piuma tra le braccia di Artemij Pyzov. Il tempo passa più veloce del previsto e il primo atto si chiude con un alto tributo alla bellezza malinconica della Morte del Cigno che si configura come l’acme di un’escalation di emozioni visive. Sulle altrettanto malinconiche note di Camille Saint-Saens, la Zakharova, rapita dal sortilegio di una metamorfosi, diviene una fragile Odette addolorata per il suo triste destino. Con commozione e religioso silenzio lo spettatore assiste all’accasciarsi dell’aggraziato cigno morente, il cui ultimo respiro viene accolto da un appassionato applauso.

Il primo tempo rimane un fresco e toccante ricordo arricchito da una seconda parte ugualmente emozionante. Claude Debussy introduce il ritorno di Vladimir Varnava nel classico/contemporaneo Dream caused by the fly per poi lasciare completamente la scena alla sola Zakharovska, candida nella sua veste bianca sfumata dai lunghi capelli sciolti, in un perfetto unicum con il superbo racconto dei violini di John William. Dalla tragica espressione di una solitudine fatta di grazia passiamo all’ammiccante sorriso di Tat’jana Bolotova e Artemij Pyzov nell’Harlequinade, dove simpatia, espressività e bravura si confondono e ci inebriano. La fine del Gala si avvicina attraverso il coinvolgente intrecciarsi di Anna Ol’ e Semen Velico nel sinuoso movimento di Opus, per poi giungere alla conclusione con classico nel classico: Le Corsaire.
L’aitante Lobukhin da il benvenuto all’ultima esibizione della Zakharova in un tutù di cristalli, dallo scintillio ipnotizzante che perfettamente si addice all’étoile.
Si chiude e si apre il sipario e il saluto dei danzatori viene accompagnato da una più che meritata standing ovation di un teatro in abbandonata adorazione. Si percepisce la soddisfazione dello spettatore, il suo sentirsi un privilegiato per aver potuto vedere con i propri occhi una dea danzare, attorniata da ninfee dotate di altrettanto talento.

In ogni movimento Svetlana Zakharova dona tutta se stessa, in un fluttuare algido seppure riscaldato dalla sua stessa anima che si mostra e dimostra l’origine di ogni passo. In ogni sguardo si può scorgere il sacrificio di una prima ballerina che ha dato la vita alla danza poiché senza di essa non è contemplata la vita, la passione, la stessa di quella bambina di dieci anni che è diventata una stella dalla grazia irraggiungibile.
Come ogni notte di magia, tutto svanisce allo scoccare della mezzanotte: il pubblico ritorna alla propria dimora, compiaciuto e conquistato, la fanciulla diviene cigno, la carrozza zucca.
Quasi fossimo reduci di un viaggio tra le pennellate di Degas, rimaniamo, così, grati al ricordo e all’occasione di aver visto la perfezione in movimento, perché a questo mondo la bellezza va omaggiata, essendo rara come un bianco cigno in una realtà di nere visioni.

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